Oggi, 19 dicembre, festeggiamo la nascita di Mileva Marić, ingiustamente poco conosciuta come matematica brillante e fisica dalle indubbie capacità. La sua è una storia crudele che merita di essere raccontata per darle il giusto risalto, con la consapevolezza che il passato non si può cambiare, ma si possono riconoscerne gli errori e cercare di fare giustizia.
Abbiamo già raccontato in “Vite di scienziate” le difficoltà affrontate dalle donne per emergere nella scienza (basti pensare che le università in Germania hanno aperto le loro porte al “gentil sesso” solo agli inizi del 1900). Non bastavano le doti intellettuali, ma erano necessarie anche famiglie benestanti che le appoggiassero e relazioni di stima in ambienti scientifici che potessero supportarle. Così è stato per esempio per Emmy Noether, che ha trovato sostegno in Paul Gordan e in Ernst Sigismund Fischer, oppure per Lise Meitner, che in Boltzmann e poi in Planck ha individuato i suoi mentori, oppure ancora per Marie Sklodowska Curie e per la figlia Irène che hanno avuto la fortuna di trovare qualcosa di ancora più raro, soprattutto per l’epoca, ovvero la stima, il sostegno e la volontà di fare emergere le capacità delle proprie compagne da parte dei loro mariti scienziati.
Mileva ha avuto certamente sia una mente brillante che una famiglia che la appoggiava, anche economicamente, per permetterle studi avanzati, ma le è mancata, purtroppo, la fortuna di trovare un appoggio scientifico. Anzi, ebbe la più grande delle sfortune: pensare di averlo trovato e riporre la sua fiducia nella persona sbagliata (può succedere di credere a persone che in realtà tengono solo a sé stesse e si relazionano agli altri solo per ottenerne vantaggi per poi abbandonarli quando hanno raggiunto i loro scopi).
Negli anni ’80, la pubblicazione delle lettere tra Einstein e Mileva Marić nel libro intitolato “Albert Einstein/Mileva Marić: le lettere d’amore” ha avviato un dibattito su quanto abbia influito Marić nel lavoro del marito. Purtroppo, molte lettere di Mileva ad Albert sono andate perdute o forse distrutte dallo stesso Einstein, alimentando una controversia ancora oggi vivace che si focalizza su due differenti posizioni: la prima secondo cui Mileva sarebbe stata solo una cassa di risonanza senza contributi concreti, la seconda secondo cui sarebbe stata un genio che ha collaborato ai lavori del marito senza riceverne il merito. Il tema è rimasto confinato all’ambiente accademico finché il documentario PBS “La moglie di Einstein — la vita di Mileva Marić Einstein” lo ha reso noto al grande pubblico, stimolando la ricerca sull’argomento.
Vediamo allora di capirne di più e di raccontare brevemente la storia di questa scienziata per poi concentrarci sugli studi attualmente in corso volti a capire quanto effettivamente la scienziata abbia contribuito ai risultati pubblicati tra il 1898 e il 1905 a solo nome di Albert Einstein.
Mileva Marić nasce il 19 dicembre 1875 a Titel vicino a Novi Sad, all’interno dell’allora Impero austro-ungarico (oggi in Serbia). Mileva è la maggiore dei tre figli di Marija e Miloš Marić, supervisore confidenziale presso la Corte Reale di Giustizia.

La casa natale di Mileva a Novi Sad
Mileva cresce quindi in una famiglia benestante, di fede cristiana ortodossa e vive in un ambiente raffinato e stimolante sia dal punto di vista culturale che sociale. Il padre si rende presto conto delle capacità della figlia e desidera che impari perfettamente la lingua tedesca, consapevole che ciò avrebbe potuto darle più possibilità di intraprendere studi superiori, soprattutto in matematica e fisica. Per assicurare alla figlia la migliore educazione possibile, Milos la iscrive dapprima in una scuola per ragazze a Novi Sad, un anno dopo in un’altra scuola a Sremska Mitrovica. Quattro anni dopo, nel 1890, frequenta la Royal Serbian Grammar School di Šabac, una delle poche scuole in cui si garantivano gli stessi diritti a maschi e femmine. Mileva si rivela una studentessa brillante, benché silenziosa perché timida, ma con un potenziale interiore enorme di cui forse non riuscirà mai ad essere pienamente consapevole. Nel suo libro “Mileva e Albert Einstein: il loro amore e la loro collaborazione scientifica”, Djordje Krstić scrive: “Mileva, tra i 14 alunni della sua classe, ottenne ottimi voti sia in matematica che in fisica”. Si dedica anche al canto, alla musica, al pianoforte e alla danza, anche se con qualche difficoltà vista la sua zoppia fin dalla nascita.
Nel 1892 il padre viene trasferito per lavoro a Zagabria e la figlia deve seguirlo, ma lì la discriminazione scolastica nei confronti delle donne è più stringente che in Serbia, e così il padre si rivolge al Ministro della cultura della monarchia austro-ungarica per chiedere di far frequentare alla figlia il ginnasio reale che era solo maschile. Ottenuto il permesso, Mileva sostiene l’esame di ammissione, che supera brillantemente, diventando la prima donna a seguire lezioni in tale scuola.
L’istituto maschile di Zagabria forma il suo carattere: la competizione con i colleghi di studio maschi è per lei motivo di crescita, rendendola più forte, più sicura di sé e molto più matura di una donna della sua età. Prima di terminare il ginnasio, decide di proseguire gli studi in Svizzera, nazione di lingua tedesca che ammetteva le donne all’università. Nel 1896 Mileva viene ammessa al Politecnico di Zurigo, unica donna in mezzo alla diffidenza di compagni di corso e professori. Lì riesce a trovare le risposte ad alcune sue domande sul perché di certi fenomeni e ad approfondire come mai prima d’allora alcuni aspetti della matematica ad un livello superiore. Il suo idolo è Poincaré, insegnante alla Sorbona di Parigi, arguto e veloce nei calcoli: di lui si raccontava che le lezioni fossero leggendarie per acume e repentini cambi di argomento. Il suo modo di affrontare un problema consisteva nel risolverlo in modo completo nella sua mente e successivamente nel redigere su carta una presentazione dettagliata. Non dedicava mai troppo tempo a una singola questione, perché era convinto che il proprio subconscio avrebbe continuato a elaborarla mentre la sua mente si occupava di qualcos’altro. Era molto miope, quindi quando assisteva a un seminario doveva affidarsi alla sua capacità di visualizzare quello che ascoltava, ma la sua prodigiosa memoria gli permetteva di ricordare tutto.
In questo contesto incontra Albert Einstein, di tre anni più giovane e completamente opposto a lei. Lei è brillante, determinata ad andare in fondo alle questioni, timida e riservata, lui è curioso ma non molto disciplinato, insolente e sarcastico, volubile. In Albert Mileva trova non solo un compagno di corso, ma un sostegno anche nei confronti dei professori, non sempre disposti a prendere seriamente le sue considerazioni e interventi durante le lezioni.
All’inizio degli studi forse è proprio la loro “esclusione e stranezza” ad avvicinarli, lei una claudicante serba e lui un ebreo con idee e comportamenti alquanto bizzarri. Inoltre, non condividono solo la passione per la fisica ma anche per la musica. Così iniziano a chiacchierare e a trascorrere molto tempo insieme. Inizialmente Mileva cerca di non avvicinarsi troppo ad Albert pensando che ciò avrebbe potuto allontanarla dal suo obiettivo: il conseguimento di una laurea e di una professione. Ma presto si rende conto di fare sempre più fatica a stare lontana da lui perché si sono abituati a condividere ogni pensiero, ogni nuova idea o esperienza. Riescono a rispecchiarsi l’uno nell’altra e senza il riscontro reciproco tutto sembra senza senso.
Dopo il primo anno a Zurigo, Mileva vuole conoscere sempre più cose, in particolare vuole frequentare i corsi del professor Lenard presso l’università di Heidelberg e così il 25 ottobre 1897 prende il treno che la porta nella nuova città.
Visto che la Germania è più arretrata della Svizzera in quanto ai diritti delle donne nello studio, Mileva può essere solo uditrice e il primo giorno nella nuova classe non è certamente semplice: lo stupore e il dissenso nel vedere una donna a lezione è grande.
Il corso è tenuto dal professor Philipp von Lenard, trentacinquenne fuoriclasse della teoria cinetica dei gas, un argomento che appassiona così tanto Marić da averla spinta a lasciare Zurigo momentaneamente. Una decisione coraggiosa che la porta anche a staccarsi un po’ dalla relazione con Einstein, che forse sta diventando troppo ingombrante, ma che col senno di poi le sarà fatale in quanto, non potendo sostenere esami in Germania, quando torna a Zurigo nel febbraio 1898, è indietro con gli esami, cosa che influenzerà poi negativamente la sua possibilità di laurearsi.
Il 27 luglio 1900 arriva il momento dell’esame orale, le medie degli esami scritti sono buone (4,75 per Mileva e 4,74 per Albert) ma all’esame orale Hermann Minkowski assegna a tutti il punteggio di 11/12 tranne a Mileva che ottiene 5/12. Questo fa sì che Einstein riesca a laurearsi mentre Marić no. Non si perde però d’animo pensando che ripeterà l’esame l’anno successivo.
Nel frattempo, però, Albert non riesce a trovare un lavoro: probabilmente il professor Weber, con cui ha avuto spesso accese discussioni durante gli anni al Politecnico, lo sta ostacolando e così, senza finanziamenti da parte dei suoi genitori, si trasferisce a vivere da Mileva e presto si accorgono di aspettare un figlio. Ora la situazione per Mileva diventa davvero complicata: i genitori di Einstein si oppongono al matrimonio del figlio con una donna non tedesca, non ebrea e con una zoppia, inoltre il padre di Albert gli impone di avere un lavoro prima di sposarsi. Una donna in attesa di un figlio e non sposata è una grande vergogna per l’epoca e all’esame di laurea il suo stato di gravidanza è evidente: i professori non la fanno passare. Può solo tornare in Serbia dai suoi genitori che tanto avevano investito e creduto nella sua educazione.

Mileva e Albert a Praga
Lì nel gennaio del 1902 Mileva dà alla luce Lieserl, il cui destino rimane incerto: potrebbe essere morta di scarlattina dopo pochi mesi o essere stata adottata, certo è che Einstein non va mai a trovare Mileva in Serbia né vedrà mai la figlia. Da questo evento tragico la vita di Mileva inizia a cambiare, forse l’anima gemella che credeva di aver incontrato non è ciò che crede e lentamente si insinua la depressione che si aggraverà qualche anno più tardi.
Il 16 giugno 1902 Einstein trova finalmente lavoro nell’ufficio brevetti di Berna, così la coppia si trasferisce lì e il 6 gennaio 1903 i due riescono finalmente a sposarsi. Mentre il marito è al lavoro per otto ore al giorno sei giorni a settimana, Marić si occupa della casa, delle incombenze giornaliere e di studiare: infatti trascorrono la sera e a volte anche la notte lavorando e facendo ricerca insieme. I primi anni di matrimonio sembrano molto felici e Mileva nutre tanti sogni e speranze nella possibilità di fare quella ricerca scientifica che lei ama e che la società le ha negato.
Il 14 Maggio 1904 nasce a Berna il primo figlio maschio, Hans Albert, e il 1905 è l’anno “mirabile”, quello in cui Einstein pubblica ben sei articoli fondamentali di fisica. A marzo 1905 esce l’articolo dal titolo “Da un punto di vista euristico riguardante la produzione e la trasformazione della luce” che riguarda l’effetto fotoelettrico, descrivendo come la luce sia costituita da fotoni o particelle di energia. Per la stesura di questo articolo, che sarebbe poi valso a Einstein il Premio Nobel nel 1922, fondamentale è il lavoro che Mileva aveva svolto all’Università di Heidelberg con il professor Lenard. Il 30 aprile 1905 viene pubblicata la sua tesi di dottorato dal titolo “Una nuova determinazione delle dimensioni molecolari”, l’11 maggio esce l’articolo “Sul movimento di piccole particelle sospese in liquidi stazionari richiesti dalla teoria moleco-cinetica del calore”, il 30 giugno esce una memoria intitolata “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento” che è, essenzialmente, la pubblicazione di Einstein sulla teoria speciale della relatività e il 27 settembre esce “L’inerzia di un corpo dipende dal suo contenuto energetico?”, che contiene la formula che lega l’energia alla massa e alla velocità della luce, l’equazione più famosa della storia: E = mc2 . Infine, il 19 dicembre pubblica un ulteriore articolo sul moto browniano.
A questo punto sorge spontanea la domanda a cui cercheremo di dare risposta in seguito: com’è stato possibile trovare il tempo di studiare e scrivere tutti quegli articoli in così poco tempo, lavorando 8 ore al giorno?
Nel 1909, Einstein tiene una lezione sull’elettrodinamica e sul principio della relatività all’Università di Zurigo ottenendo una raccomandazione da parte di Alfred Kleiner per una nuova cattedra di fisica teorica. In questo periodo Mileva è ancora fondamentale per Einstein, prendendo appunti per le lezioni di fisica e scrivendo lettere ad altri fisici per conto del marito.
Nel luglio 1910, nasce a Zurigo il secondogenito Eduard, soprannominato Tete, perché di statura minuta, che avrà per tutta la vita bisogno di speciali attenzioni. Nel marzo 1910 Hendrik Antoon Lorentz invita gli Einstein a fargli visita nella piccola città olandese di Leiden e nell’aprile del 1911 Einstein diventa professore ordinario all’Università Carlo-Ferdinando di Praga. Gli viene inoltre concessa la cittadinanza austriaca nell’impero austro-ungherese. In ottobre partecipa alla famosa Conferenza di Solvay, insieme a tutti i grandi della fisica dell’epoca, evento che sancisce il riconoscimento di Einstein come uno dei principali teorici e dopo il quale la sua vita non sarebbe mai più stata la stessa.

Mileva con i figli
A questo punto l’ascesa di Einstein va di pari passo con la discesa di Mileva; mentre il marito viaggia per l’Europa tenendo conferenze e godendosi la fama, a Marić non rimane che restare a Praga, una città che odiava, ad occuparsi della casa e dei figli sentendosi sempre più esclusa dall’accademia scientifica a cui aveva sempre aspirato. Einstein ha sempre meno bisogno di confrontarsi con lei per i suoi studi e le sue ricerche, visto che ormai ha la possibilità di discutere con i grandi scienziati dell’epoca, e così a Mileva, che non era riuscita a laurearsi, non rimane nessuna possibilità di dedicarsi agli studi che tanto amava. Con amarezza, scrive: “Il mio grande Albert è diventato un fisico famoso, molto rispettato e ammirato nel mondo scientifico. Lavora instancabilmente ai suoi problemi e si può dire che viva soltanto per essi”.
La sua luce è stata spenta: dall’essere la parte forte e sicura della coppia è passata ad aver bisogno di Albert, che però ora è assente. Dall’essere una giovane donna determinata e indipendente è diventata una signora senza ambizione e curiosità che si dedica sempre più alla vita domestica.
Nel 1912 Einstein inizia la relazione con la cugina Elsa Lowenthal, il suo interesse verso Mileva e il matrimonio è sempre minore, fino ad arrivare a dettare le seguenti condizioni alla moglie se vuole continuare a vivere con lui:
“Dovrai fare in modo:
- che i miei vestiti e la biancheria siano in buone condizioni o in ordine,
- che io riceva regolarmente tre razioni di cibo nella mia stanza,
- che la mia camera da letto e il mio studio siano in ordine e che la scrivania sia utilizzata solo da me,
- di rinunciare ad avere qualunque relazione con me,
- di non chiedermi di sedermi accanto a te a casa,
- di rinunciare a camminare o viaggiare insieme a me,
- di non riprendermi per il fatto che non mostro alcuna tenerezza, ma io non me ne aspetto nessuna da te,
- di interrompere qualsiasi conversazione con me se te lo chiedo,
- di uscire subito dalla mia stanza o dal mio spazio di lavoro appena lo richiedo,
- di non denigrarmi davanti ai bambini”.
Einstein si era preso tutto da Mileva e aveva spento la sua luce, ma accettare tali regole così umilianti è inaccettabile e così alla vigilia della Prima guerra mondiale Mileva lascia Berlino e parte di nuovo per Zurigo con i figli di dieci e quattro anni. Possiamo solo immaginare lo stato d’animo e i pensieri che avranno affollato la sua mente, probabilmente si sarà sentita anche in colpa verso il padre che aveva fatto sacrifici per vederla realizzata nei suoi studi.
Inizia un periodo difficilissimo per Marić: i problemi di salute e depressione si aggravano e al secondogenito vengono riscontrati sintomi di schizofrenia. costringendolo a cure speciali. Un padre assente e i pochi soldi certo non la aiutano, anche se fortunatamente l’unica clausola che impone al marito per concedergli il divorzio è che, se avesse mai vinto un premio Nobel, i soldi sarebbero andati a lei. Così nel 1918 Einstein firma i documenti che lo obbligano a pagare 40.000 marchi di alimenti per i figli da versare ogni tre mesi alla ex-moglie. Nel 1919 il tribunale di Zurigo dichiara ufficiale il divorzio e, quando nel 1921 Einstein vince il Premio Nobel, il contributo economico (121.562 corone svedesi) viene interamente versato per il mantenimento dei figli a Mileva, che dedica gli ultimi anni a occuparsi della salute del figlio minore, assistendolo durante le crisi che col tempo si fanno sempre più gravi.
Nel maggio del 1948, dopo un ictus, Mileva viene ricoverata all’ospedale cantonale di Zurigo ed affidata a un tutore legale, in quanto non più capace di intendere né di volere. Muore il 4 agosto dello stesso anno all’età di quasi settantatré anni e viene sepolta a Zurigo secondo il rito serbo-ortodosso.
Questa è la storia di Mleva Marić. Ora proviamo a rispondere alla domanda su quanto sia stata effettivamente d’aiuto scientifico ad Einstein, cercando di analizzare lettere, testimonianze e studi.
Prove indirette sull’influenza di Mileva nei lavori di Einstein includono la condivisione del denaro del Premio Nobel da parte di Albert, altre si basano sulle lettere scambiate tra i due e che mostrano quanto Mileva sia stata la prima a riconoscere il talento di Albert, fornendogli il supporto emotivo e intellettuale necessario per avere successo.
Tra le lettere finora rese note quarantatré sono quelle indirizzate da Albert a Mileva e solo undici quelle di risposta. Questo rende difficile stabilire con certezza il ruolo della scienziata avendo per lo più il punto di vista di lui, ma in ogni caso si trovano riferimenti espliciti a lavori comuni (“nostro lavoro sul moto relativo”, “nostra indagine”), che suggeriscono una collaborazione reale.
Nella lettera di Albert a Mileva dell’agosto 1899 troviamo la prova del loro studiare assieme: “Quando ho cominciato a leggere Helmholtz non riuscivo a capacitarmi, e ancora non ci riesco, di non avere lei al mio fianco. Mi piace molto studiare insieme con lei, mi calma ed è meno noioso.” Inoltre, Mileva è metodica e organizzata e aiuta Albert a focalizzare le sue energie e attenzioni, come si legge nella lettera del 28 settembre 1899: “… sto cominciando a sentire la mancanza della sua benefica influenza, che mi fa sempre rigare dritto”.
Nella lettera di metà settembre del 1900 si legge chiaramente la collaborazione tra i due negli studi scientifici: “Ho anche una voglia matta di lavorare alle nostre nuove dissertazioni. Devi continuare le tue ricerche: sarò talmente orgoglioso di avere come fidanzata una piccola accademica, mentre io rimango una persona del tutto normale!”
Inoltre dopo la pubblicazione dell’articolo sulla capillarità del 13 dicembre 1900, le lettere di Einstein testimoniano il “noi”: “Ieri è arrivato da Trieste Michele con moglie e figlio. […] abbiamo parlato animatamente del nostro lavoro per almeno quattro ore. … È interessato alla nostra ricerca, …Avant’ieri è andato a trovare suo zio, il professor Jung, uno dei più influenti professori in Italia; gli ha parlato di me e gli ha dato il nostro scritto”.
E ancora nel marzo 1901 “Per me sei e rimarrai un tempio cui nessun altro ha accesso; tra tutti, sei la persona che mi ama di più e che mi capisce meglio, lo so bene. Ti garantisco che qui nessuno oserebbe, e neppure vorrebbe, parlare male di te. Sarò talmente felice e fiero quando saremo insieme e riusciremo a concludere con successo il nostro lavoro sul moto relativo! Quando incontro altra gente mi rendo davvero conto che sei una persona speciale!”
Allora perché gli articoli sono sempre firmati solo da Einstein? Anche a questo riguardo ci sono varie ipotesi: una è che Mileva, non avendo una laurea, non avrebbe avuto credibilità, l’altra è che fosse realmente contenta del successo di Albert e si fidasse a tal punto di lui da sentirsi una cosa sola, una pietra sola con lui: “Ein-stein” per l’appunto.
Altri indizi vengono da Peter Michelmore, biografo di Einstein, che ha scritto che, dopo aver lavorato per cinque settimane alla stesura dell’articolo contenente le basi della relatività speciale, Albert “passò due settimane a letto mentre Mileva rileggeva l’articolo più e più volte prima di spedirlo”.
Ancora la testimonianza della cugina di Mileva Sofija Galić Golubović dalla quale risulta che, durante la visita a Novi Sad nel 1905, Mileva abbia riportato al padre le seguenti parole “Prima della nostra partenza, abbiamo terminato un importante lavoro scientifico che renderà mio marito famoso in tutto il mondo.”
Poi, nella biografia di Desanka Trbuhović-Gjurić viene riportata questa frase attribuita a Einstein: “Ho bisogno di mia moglie perché risolve tutti i problemi matematici per me”. Anche se contestata, questa affermazione riflette un sentire diffuso: Mileva era la “forza lavoro” matematica della coppia. Alcuni studiosi ridimensionano il suo ruolo, sostenendo che la matematica dei primi lavori di Einstein fosse relativamente semplice. Tuttavia, proprio questa semplicità rende plausibile che Mileva abbia contribuito concretamente, verificando calcoli e suggerendo soluzioni.
Il fisico Evan Harris Walker ha sostenuto con forza che Mileva abbia avuto un ruolo nella genesi della relatività sottolineando come Einstein, nelle lettere, mostrasse solo una conoscenza superficiale dell’esperimento di Michelson–Morley, quindi l’ipotesi di Walker era che parte del lavoro sulla relatività speciale poteva essere accessibile solo a Mileva. Stachel ha contestato duramente questa tesi, ma il dibattito rimane aperto e significativo.
In conclusione? Dagli studi e dai documenti a disposizione è ancora difficile stabilire con precisione il contributo di Mileva: da un lato, ci sono indizi che suggeriscono una sua partecipazione attiva, dall’altro, la mancanza di prove dirette e la rigidità delle definizioni di “co-autore” rendono difficile attribuirle un ruolo ufficiale. Va anche detto che presso l’università di Gerusalemme, fondata proprio da Einstein, è presente una collezione pubblica di più di 82 mila articoli, lasciata in eredità dallo scienziato e ancora in fase di studio che potrebbe riservare sorprese in futuro.
Certo è che i due hanno vissuto e lavorato insieme, condividendo idee e calcoli e forse almeno il titolo di co-collaboratrice agli articoli, se non co-autrice, sarebbe stato opportuno. Einstein era sicuramente un genio, ma non un’isola, e restituire il giusto merito a Marić non significa sminuire lo scienziato, ma riconoscere che dietro il mito del “genio solitario” ci sono state anche collaborazioni invisibili. Mileva Marić fu molto più di una moglie: fu una matematica brillante e una fisica eccezionale e proprio questa sua intelligenza e sensibilità furono ciò che attrasse Einstein verso di lei all’inizio della loro relazione. La sua storia è simbolo delle difficoltà incontrate dalle donne nella scienza e della necessità di rivedere la memoria storica con maggiore equità.
BIBLIOGRAFIA
- Einstein Albert, Marič Mileva, “Lettere d’amore”, Bollati Boringhieri, 2020
- Greison Gabriella, “Sei donne che hanno cambiato il mondo: Le grandi scienziate della fisica del XX secolo”, Bollati Boringhieri, 2017
- Slavenka Drakulic, “Mileva Einstein: teoria sul dolore”, Bottega Errante Edizioni, 2019
- Greison Gabriella, “Einstein e io”, Salani Editore, 2018
- Asian Journal of Physics Vol. 24, No. 4 (2015) March, “The collaboration of Mileva Marić and Albert Einstein”, Estelle Asmodelle, University of Central Lancashire
- The tragic destiny of Mileva Maric Einstein – Pauline Gagnon
https://www.youtube.com/watch?v=cYKbfjNHWj4