Vite da scienziate – Nel nome della madre e della radioattività: Irène Joliot Curie

Oggi vogliamo raccontare la storia di Irène Curie, primogenita di Maria Sklodowska Curie e Pierre Curie, una delle figure più brillanti e influenti della scienza del XX secolo. Attraverso i carteggi che scambiava con la madre e la sorella Ève, proviamo ad addentrarci nella sua vita. Certo oggi invece di scrivere a penna lunghe missive che impiegavano giorni ad arrivare (se arrivavano), scriviamo mail praticamente istantanee o brevissimi messaggi al cellulare, ma le ansie, le gioie, i dolori, gli affetti e le relazioni di Irène Curie non erano poi così diverse dalle nostre.

 

Marie Curie con le figlie Eve e Irène

 

Irène nasce il 12 settembre 1897 a Parigi e ha la fortuna di trascorrere i primi anni della sua infanzia in un ambiente molto stimolante: la sua casa era spesso sede di cene con gli intellettuali più importanti del momento ed era abituata a vedere il padre e la madre sempre appassionati nei loro lavori di ricerca scientifica.

Il 19 aprile 1906, a soli nove anni, perde tragicamente e improvvisamente il padre. La madre, oltre alla disperazione per aver perso il grande amore e sostegno della sua vita, si ritrova a dover crescere due bimbe piccole (la sorella Ève era nata nel 1904) e a portare avanti non solo il laboratorio, ma anche la cattedra di insegnamento del marito (prima donna ad insegnare alla Sorbona): possiamo solo immaginare il peso della drammatica situazione. Marie per molto tempo tiene un diario per provare a mantenere un collegamento col marito e tra le varie cose esprime la sua preoccupazione per le figlie e in particolare per Irène perché “sognavo Pierre, come ti dicevo spesso, che questa ragazza dai modi calmi e seri avrebbe un giorno lavorato al tuo fianco. Ora chi le darà quello che avresti potuto darle tu?”.

 

La piccola Irène con il padre e la madre

 

Irène somiglia al padre anche per quanto riguarda la curiosità e la vivacità; nell’estate del 1907 scrive alla madre che è molto felice di essere al mare e che ha “dei bellissimi graffi, sbucciature ed escoriazioni sulle braccia e sulle gambe”. Sia Marie che il padre di Pierre sono concordi che Irène, come suo padre, non sia adatta all’istruzione tramite lezioni o lunghe ore di reclusione in un’aula. Pierre, infatti, adorava camminare nei boschi nei dintorni di Parigi e aveva studiato con tutori fino all’ingresso all’Università. Così, per rispettare l’indole della figlia, Marie decide, grazie all’aiuto di amici e colleghi, di organizzare una cooperativa di insegnamento dotata di un corpo docente d’eccezione. Jean Perrin teneva lezioni di chimica un giorno a settimana nel suo laboratorio alla Sorbona e sua moglie Henrietta insegnava storia e francese nel suo salotto, Alice Chavannes era l’insegnante di inglese, tedesco e geografia, Henri Mouton si occupava della biologia, lo scultore Jean Magrou mostrava ai ragazzi come modellare e disegnare, infine Paul Langevin, allievo di Pierre, si occupava della matematica. Marie stessa, con la passione di cui era capace e che aveva conquistato anche le sue alunne a Sèvres, teneva lezioni di fisica il giovedì pomeriggio nel suo laboratorio: insegnava ai ragazzi come costruire e graduare un barometro e sottolineava l’importanza delle misurazioni e del calcolo mentale rapido. Con un’educazione così stimolante, Irène è certamente fortunata.

Sono anni difficili e spesso le figlie devono trascorrere l’estate senza la madre che, però, non fa mai mancare loro il suo affetto, la sua preoccupazione e la sua attenzione attraverso un fitto carteggio, non sempre facile e veloce. Nelle Lettere (Dedalo editore) sono riportate più di duecento missive scambiate tra madre e figlie e si scopre molto sul legame profondo che le univa: da una parte le preoccupazioni, l’affetto, gli insegnamenti di una madre e dall’altra il sostegno emotivo delle figlie che per Marie rappresenta l’unica fonte di salvezza e guarigione dopo la perdita del marito.

Così, quando leggiamo in una lettera a Irène “ti abbraccio e ti mando un metodo di costruzione dell’ellisse che forse non conosci”, troviamo una madre che cerca di spronare le figlie a fare il meglio che possono, ma con grande affetto.

Oppure scopriamo una madre che conta sulla responsabilità della figlia maggiore credendo nelle sue capacità e infondendole coraggio e stima quando nella lettera del 15 settembre 1913 scrive “Ève mi ha scritto che ha delle croste sulla testa. Conto su di te, tesoro mio, per curarle. Non è difficile, sarai bravissima: ci vuole soltanto pazienza”.

E infine una madre che, nonostante il lavoro la porti spesso a viaggiare lontano dalla famiglia, fa sentire la propria presenza con le parole: “Tesoro mio, se non sarò con te il giorno del tuo compleanno, ti mando in anticipo tutto il mio più profondo affetto. Pensa a cosa ti piacerebbe ricevere come regalo per i tuoi ventidue anni. Non potrò mai fartene uno che valga ciò che fai tu per me ogni giorno, attraverso il conforto che mi portano la tua bella giovinezza, la tua gioia di vivere e di lavorare e anche l’affetto che hai per tua madre”. (7 settembre 1912)

Ma conosciamo anche una figlia orgogliosa di sé stessa che a soli dieci anni, in una lettera del 1908, scrive: “Ho risolto uno dei tuoi problemi al primo tentativo: quello del bambino con un’età che fra 3 anni sarà il quadrato dell’età che aveva 3 anni prima” e che nella lettera del 27 luglio 1914 dice “questa mattina ho calcolato pi greco con quattro decimali con gli sviluppi in serie”.

Cosa ci dice tutto questo? Forse che non sempre l’amore per i figli si misura con la presenza fisica che gli si dedica e che spesso alle donne viene chiesto di sentirsi in colpa se non passano tutto il loro tempo con loro? Forse invece un figlio cresce in maggior armonia e con più autostima insieme ad una madre soddisfatta e che ha realizzato sé stessa anche se trascorre con lui poco tempo piuttosto che con una mamma infelice che ha rinunciato ai suoi sogni ma con cui trascorre tantissimo tempo? La storia di Irène in effetti è l’esempio di una donna sicura, in grado di affrontare grandi sfide e che, nonostante la madre non fosse sempre presente fisicamente, ha potuto imparare molto da lei e dal suo esempio.

Nel 1909 Irène è pronta ad affrontare studi più rigorosi per prepararsi all’Università, così si iscrive al Collège Sévigné, una scuola femminile privata che concedeva ampio tempo libero agli studenti e molto esercizio fisico. Così Marie decide di sciogliere la cooperativa di insegnamento che aveva creato.

 

Irène Joliot Curie

 

Arriva poi la Prima Guerra Mondiale, durante la quale Marie Curie non si limita al suo lavoro scientifico in laboratorio, ma si impegna attivamente per portare la radiologia al fronte. Con grande determinazione, si rende conto della necessità di unità mobili radiologiche per aiutare i feriti direttamente sul campo di battaglia e decide di equipaggiare veicoli Renault con apparecchiature a raggi X.

In questa atmosfera Irène, all’approssimarsi del suo diciassettesimo compleanno, vuole aiutare la madre e difendere la Francia. Queste sono le sue parole del 21 agosto 1914 quando da l’Arcouest, dove si trova, scrive alla madre che è a Parigi “Se decidi di rimanere a Parigi e mi permetti di raggiungerti, fai in modo di capire cosa potrei fare. Ho letto sui giornali che esistono dei corsi detti «Femmes de France» per formare in fretta delle auto-infermiere, ma non so se accetterebbero una ragazza della mia età; ne dubito fortemente. Forse potrei essere utile in altri campi, come le scuole o le commissioni. [..] Vorrei tanto rivederti! Non puoi immaginare quanto mi manchi, mia dolce Mé adorata”.

Il suo umore è altalenante (già lo è per qualsiasi adolescente figuriamoci per una ragazza che sta vivendo in prima persona una guerra mondiale) e ad inizio settembre 1914 scrive alla madre che è addirittura sospettata di essere una spia tedesca travestita da donna e questo la addolora profondamente perché come si poteva scambiarla per tedesca quando era così profondamente francese e amava la Francia più di ogni altra cosa? A questo dolore la madre le risponde il 6 settembre “Non prendertela troppo per queste cose, ma fa’ del tuo meglio per chiarire le idee alle persone con cui hai a che fare. [..] Tesoro, cerca di capire quali sono esattamente i doveri che hai, come francese, nei confronti di te stessa e degli altri”.

 

Irène e la madre Marie in ospedale

 

Finalmente verso ottobre 1914 Marie permette alle figlie di tornare a Parigi e Irène apprende che può seguire i corsi di matematica alla Sorbona e anche un corso accelerato per infermiere così da poter accompagnare la madre nelle missioni. Ad esempio, insieme si recano all’ospedale di evacuazione della seconda armata a Creil, portando con loro tutto il necessario per allestire un laboratorio radiologico mobile.

Nonostante tutto questo, Irène continua a studiare alla Sorbona dove consegue il certificat di matematica con lode. Il 12 settembre 1915, giorno del suo diciottesimo compleanno, si trova a Hoogstade, in Belgio, dove alloggia insieme ad altre infermiere e supervisiona gli esami a raggi X. Come era accaduto anche per altri compleanni, Marie non può essere con la figlia il giorno dei suoi diciott’anni e così le scrive una lettera ricca di commozione: “Per il tuo compleanno, insieme a questa piccola bandiera, ti mando i miei auguri di madre affettuosa. Per me è un grande dolore non poterteli fare di persona. Mi manchi molto e mi mancherai ancora di più il 12 settembre, quando avremmo dovuto spegnere diciotto candeline. Ti abbraccio teneramente”.

Nel 1916 Irène consegue il certificat di fisica alla Sorbona, sempre con lode, e va a lavorare come infermiera a Montereau da cui a giugno così scrive alla madre: “Tesoro mio, [..] Sono sistemata in una camera spaziosa e pulita all’hotel della Croce Verde. Pagherò 10 franchi a settimana. Ieri ho cenato con le infermiere, i pasti sono buoni e semplici. Ora passiamo agli affari. Ieri ci hanno portato un tavolo radiologico con una cupola che può essere fissata sotto il tavolo. L’abbiamo montato al posto di quello vecchio che è stato messo via. Il braccio porta ampolla ci servirà a lavorare sul tavolo. L’unico problema è che, nonostante le guide in alto e in basso, il braccio che sorregge l’ampolla sta un po’ inclinato anziché rimanere perfettamente orizzontale. Dovrò cercare di capire in che misura questo difetto falsi il raggio normale. Credo che si tratti di poca cosa e che non dovrebbe dare troppi problemi. Ho fatto abbassare le placche. Ti abbraccio forte e scappo a prendere il comunicato per sentirmi un po’ meno sola nel leggerlo assieme a tutta la Francia”.

 

Irène consegue il certificat di Fisica alla Sorbona

 

Nel 1919 riceve una medaglia per il suo servizio in guerra e consegue la licence ès sciences alla Sorbona, iniziando così il suo sogno di lavorare accanto alla madre all’Institut du Radium come préparatrice deleguée nel Padiglione Curie.

A metà luglio del 1923 Marie deve sottoporsi ad un intervento di cataratta ad entrambi gli occhi e dopo l’operazione, durante il periodo di convalescenza, Irène assume il ruolo di assistente della madre nel laboratorio.

Nel 1924 Paul Langevin chiede a Marie Curie di prendere il suo giovane allievo Frédéric Joliot nel suo laboratorio, lei accetta di buon grado e suggerisce al ragazzo di prendere sua figlia Irène come esempio di dedizione al lavoro e allo studio. Irène, più grande di Frédéric di tre anni, stava lavorando alla sua tesi di dottorato che riguardava il primo elemento scoperto dai suoi genitori (il polonio) e in particolare cercava di studiare le particelle alfa, cioè le particelle cariche positivamente che il polonio emetteva quando decadeva. Questo studio le garantisce di conseguire il 27 settembre 1925 il dottorato alla Sorbona e grazie alla madre, che aveva aperto le porte alle donne alcuni anni prima, ora non è più considerata una cosa così insolita e sconveniente che una donna raggiunga un tale successo.

Frédéric assiste alla tesi di Irène, congratulandosi con lei. Una volta finiti gli studi, la giovane scienziata ha più tempo da dedicare a Joliot per istruirlo, visto che la sua formazione era stata affidata a lei. Nonostante la grande diversità tra i due, lei alta e taciturna, lui bello e gregario, Frédéric ha un enorme rispetto in Irène, segue ogni sua indicazione e consiglio. Ben presto tra i due si stabilisce un rapporto di stima e amicizia, tanto che Frédéric dirà di Irène: “Con il suo freddo aspetto, non aveva suscitato un sentimento di simpatia nel laboratorio, dimenticandosi a volte di salutare. Ma scoprii in questa giovane donna, che gli altri vedevano un po’ come un blocco di ghiaccio, una persona straordinariamente sensibile e poetica, che per molti versi era l’incarnazione di ciò che era stato suo padre. Avevo letto molto su Pierre Curie, ne avevo sentito parlare da insegnanti che lo conoscevano, e trovai in sua figlia la stessa semplicità, buon senso e umiltà”.

 

Irène al tavolo di lavoro

 

Il rapporto tra i due giovani è destinato a crescere e intensificarsi tanto che all’inizio del 1926, a colazione con la madre e la sorella, Irène annuncia di voler sposare Frédéric Joliot e così sembra ripetersi il modello di perfetta vita matrimoniale che aveva visto nei suoi genitori. Il 24 giugno 1926 i due si fidanzano e il 9 ottobre, con una piccola cerimonia civile, si svolge il matrimonio alla presenza degli amici e parenti più stretti.

Dopo pochi mesi di matrimonio a Irène vengono riscontrati segni di tubercolosi, proprio in concomitanza della sua prima gravidanza; quindi, i medici la esortano a riposare e a marzo del 1927 i due si trasferiscono a Porquerolles in Costa Azzurra. Dopo una gravidanza un po’ difficile e che le richiede molto riposo, finalmente il 19 settembre, esattamente una settimana dopo il suo trentesimo compleanno, Irène dà alla luce una bimba, Hèlene e, come la madre aveva fatto con lei, tiene un diario su cui annotare i dettagli della figlia. Ma mentre Maria era tornata al lavoro solo quattro giorni dopo il parto, Irène ha bisogno di due settimane per recuperare un po’ di forze in quanto una forte anemia, di cui non si capivano le cause, continuava a disturbarla (ancora a dicembre del 1927 Maria scrive al fratello Josef che Irène non sta bene e che non ha ancora abbastanza globuli rossi).

Esattamente come Marie e Pierre prima di loro, Irène e Frédéric diventano una squadra molto affiatata nel laboratorio, i loro modi di pensare contrastanti si completano a vicenda e la piccola Hèlene viene accudita da Mme. Blondin durante le ore di lavoro dei genitori.

Questa collaborazione sia lavorativa che privata porterà i coniugi a grandi risultati in campo scientifico. Si fanno scappare per un soffio la scoperta dei neutroni, ma non si abbattono. Nel frattempo, il 12 marzo 1932, nasce il secondogenito, Pierre Joliot, e fortunatamente, nonostante la continua anemia, dopo un mese di riposo Irène riesce ad avere abbastanza forze per una nuova faticosa ricerca scientifica. Parte insieme al marito per studiare i raggi cosmici in una stazione di ricerca arroccata sulle Alpi svizzere. Le radiazioni provenienti dallo spazio esterno ionizzano le zone più alte dell’atmosfera, sottraendo elettroni alle molecole d’aria e generando cascate di particelle cariche.

 

Irène e il marito Frédéric Joliot in laboratorio

 

I coniugi provano a riprodurre le osservazioni effettuate ad alta quota in laboratorio, migliorando le apparecchiature. Frédéric realizza una camera a nebbia a pressione variabile per studiare le particelle subatomiche seguendone i percorsi e proprio una camera a nebbia porta alla luce quell’anno un elettrone con carica positiva (antielettrone), ma purtroppo non è la loro, bensì quella del fisico Carl Anderson al California Institute of Technologies. Anderson chiama questa particella grande come un elettrone, ma con carica positiva, positrone e per la seconda volta nel giro di sei mesi i coniugi Joliot vengono battuti sul tempo.

Ma il loro momento di gloria sarebbe presto arrivato!

Alla morte di Pierre, Marie aveva temuto che Irène non sarebbe stata in grado di farcela senza la guida del padre, ma si sbagliava e di molto. Infatti non solo aveva trovato il suo posto in laboratorio ma dava dimostrazione di grande determinazione non arrendendosi di fronte ai malesseri fisici che spesso la affliggevano e alle delusioni lavorative.

Dopo la morte di Lorentz, avvenuta nel 1928, viene scelto Paul Langevin per assumere la guida dei Congressi Solvay del 1930 e del 1933 e in quest’ultimo, dal titolo Struttura e proprietà dei nuclei atomici, Langevin sceglie James Chadwick del Cavendish Laboratory per parlare della scoperta del neutrone e Irène Curie, insieme al marito, per parlare dei loro lavori sul nucleo atomico sotto l’influenza di raggi alfa.

Finalmente a questo congresso Irène non è più la sola donna presente; oltre a lei ci sono la madre Marie e Lise Meitner, la prima donna ad ottenere nel 1926 il titolo Außerordentlicher Professor (Professore Straordinario) in Germania e da poco privata della possibilità di insegnare a causa delle leggi razziali.

Irène e Frédéric mostrano i loro lavori sul bombardare un’ampia gamma di sostanze con particelle alfa per poi seguire i neutroni che ne derivano e osservare i positroni che si muovono nelle camere a nebbia. In particolare, fanno notare che bombardando un atomo di alluminio con una particella alfa questa viene assorbita e l’atomo di alluminio si trasforma in un atomo di silicio liberando uno dei protoni. Ma a volte la collisione produce un atomo di silicio, un neutrone e un positrone che chiamano positrone della trasmutazione.

I partecipanti al Congresso però non accolgono con il giusto entusiasmo il risultato presentato; infatti, si mostrano molto scettici anche e soprattutto dopo l’intervento di Lise Meitner che stava conducendo nel suo laboratorio esperimenti simili:  “Non ho osservato i positroni che la vostra ipotesi implica”.

Fortunatamente Bohr, Perrin e Pauli incoraggiano i coniugi, piuttosto abbattuti, spronandoli a continuare perché ritenevano i loro risultati importanti.

Un po’ delusi, Irène e Frédéric rientrano a Parigi, ma ancora una volta continuano a lavorare sodo senza arrendersi e alla fine di novembre ricevono una nota di Lise Meitner che dice che ripetendo gli esperimenti ora ha ottenuto risultati in linea con i loro.

Presi da nuovo entusiasmo e rinnovate energie, nel gennaio 1934 rielaborano l’esperimento sentendo di essere ormai prossimi a qualcosa di sensazionale. L’entusiasmo è palpabile in tutto il laboratorio e la stessa Marie piena di orgoglio scrive il 15 gennaio 1934 alla secondogenita Ève, che era in vacanza a Parigi, “I Joliot hanno appena concluso un lavoro importante su un nuovo fenomeno che hanno scoperto sulla radioattività. Stanno attraversando un periodo pieno di successi, bisogna anche dire che lavorano con grande ardore. Al tuo ritorno ti spiegherò cosa hanno fatto, è lungo descriverlo per lettera”. Tutta la famiglia è unita e tifa per Irène.

 

Ancora Irène e Frédéric in laboratorio

 

Ma cos’era andato storto nella loro presentazione al Congresso?

Semplicemente, avevano saltato un passaggio nell’interpretazione dell’esperimento. Avevano infatti sostenuto che l’alluminio, elemento 13 della tavola periodica, bombardato con l’alfa (composta da due neutroni e due protoni) si trasformava direttamente in silicio, elemento numero 14, con il rilascio di un protone o di un neutrone e un positrone. Nei mesi di lavoro seguenti al Congresso, invece, i coniugi si accorgono che questo passaggio in realtà avviene in due fasi: dapprima l’alluminio assorbendo la particella alfa si trasforma in fosforo e poi il nuovo atomo così ottenuto, un nuovo isotopo sconosciuto e radioattivo, il fosforo-30, si trasmuta spontaneamente in silicio. Quello che aveva tratto in inganno Irène e il marito è che il test doveva essere eseguito rapidamente, vista la breve emivita del radiofosforo che sempre loro calcolano in tre minuti e 15 secondi.

Questa scoperta dimostrava che era possibile indurre artificialmente la radioattività in elementi stabili e infatti ben presto i coniugi provano a ripetere l’esperimento con altri atomi e per esempio bombardando un atomo di boro con particelle alfa trovarono un nuovo isotopo radioattivo di breve durata dell’azoto e così via. Questa scoperta aprirà la strada a un’infinità di applicazioni nel campo della medicina, dell’industria e della ricerca scientifica. Dopo anni di collaborazione sia lavorativa che nella vita, raggiungono la svolta che avrebbe cambiato la loro vita e la loro carriera: nel 1935 Irène diventa la seconda donna a vincere il premio Nobel per la chimica, dopo aver accompagnato ancora adolescente la madre nel 1911.  I coniugi vincono il premio congiunto e assieme condividono il discorso che Irène inizia ricordando i genitori: “La creazione artificiale di radioelementi” dice “apre un nuovo campo alla scienza della radioattività e costituisce un’estensione del lavoro di Pierre e Marie Curie”.

Che emozioni deve avere provato Irène pensando alla grande soddisfazione che stava regalando a sua madre, scomparsa da pochi mesi. Anche Frédéric non può fare a meno di ricordarla quando è il suo turno: “Sappiamo sintetizzare più di cinquanta nuovi radioelementi […]. Per la nostra compianta maestra, Marie Curie, è stata una grande soddisfazione essere testimone di questo allungamento della lista dei radioelementi, che ha avuto la gloria di iniziare a stilare insieme a Pierre Curie”.

Nel 1936 Irène accetta l’incarico a titolo transitorio come sottosegretario di Stato per la ricerca scientifica, per sottolineare il posto delle donne nella società, ma decide di rimanere in carica solo per tre mesi in quanto pensava ci fossero scienziati più competenti di lei per tale attività mentre pochi potevano svolgere il suo ruolo di ricercatrice e insegnante di radioattività.

Durante la Seconda guerra mondiale è costretta a passare i primi mesi in un sanatorio per la tubercolosi mentre Frédéric si dedica a rischiose operazioni clandestine con la résitance di preparazione di molotov e altri esplosivi nel suo laboratorio al Collège de France.

Finita la guerra, nel 1946 Irène diventa direttrice del laboratorio Curie ma, nonostante la fama, anche a lei, come a sua madre, viene rifiutata la candidatura all’Académie de sciences di cui Frédéric era diventato academicien nel 1946. Bisognerà aspettare il 1962 per avere la prima donna ammessa all’Académie, rompendo una tradizione di tre secoli con la professoressa Marguerite Perey direttrice del laboratorio di chimica nucleare dell’università di Strasburgo dove era entrata come allieva di Marie nel 1929.

 

Irène al lavoro in laboratorio

 

Dal 1946 al 1951 Irène partecipa alla fondazione del CEA come commissario per l’energia atomica, ma il suo mandato non verrà rinnovato per motivi politici in quanto ritenuta troppo progressista. Così diventa membro del comitato nazionale del movimento per la pace e si oppone con forza alla bomba atomica. Diventerà  poi membro dell’unione delle donne francesi.

Dedica gli ultimi anni della sua vita a gettare le basi di un nuovo centro di ricerca capace di accogliere un acceleratore moderno, ma i lavori di costruzione dell’istituto nucleare del campus d’Orsay sono inaugurati alla sua morte che avviene il 17 marzo 1956. Oggi il premio Irène Joliot Curie ricompensa i percorsi rilevanti delle donne nella scienza.

Irène Curie muore il 17 marzo 1956, a soli 58 anni, a causa di una leucemia probabilmente causata dall’esposizione prolungata ai materiali radioattivi, dopo aver di fatto sacrificato la sua vita alla scienza.

Irène Curie è una scienziata forse troppo poco conosciuta, ma che ha dato prova non solo di una grandissima determinazione per emergere in campo scientifico, ma anche di grande impegno sociale.

L’abbiamo seguita dalla sua infanzia quando, nonostante abbia dovuto affrontare l’immenso dolore della perdita del padre, non ha mai perso la vivacità sia nei giochi che nella curiosità intellettuale. Il dolore l’ha portata a maturare e a diventare responsabile fin da piccola, ma grazie ad una guida materna presente nei momenti importanti è riuscita a crescere determinata e sicura di sé diventando la seconda donna a vincere il premio Nobel per la chimica nel 1935.

E non si è fermata qui. Ha portato avanti l’attività per promuovere la parità di genere. Ha lavorato instancabilmente per diffondere la cultura scientifica e favorire l’accesso delle donne alla ricerca. Negli anni ’30, ha sostenuto il diritto delle donne all’istruzione superiore e si è battuta per una maggiore presenza femminile nei laboratori e nelle università.

È stata anche una fervente sostenitrice della pace e della cooperazione internazionale. Durante la Seconda guerra mondiale, pur dovendo interrompere parte delle sue ricerche a causa dell’occupazione nazista, ha continuato a difendere i valori della libertà e dell’indipendenza scientifica. Dopo la guerra, è stata nominata direttrice dell’Istituto del Radio a Parigi, dove ha promosso la collaborazione tra scienziate e scienziati di tutto il mondo.

Il suo lascito è ancora oggi vivo e attuale: l’eredità di Irène Curie risiede non solo nelle sue scoperte, ma anche nella sua capacità di rompere barriere e di ispirare intere generazioni di scienziate e scienziati. Il suo lavoro sulla radioattività artificiale ha reso possibile lo sviluppo dei radiofarmaci, utilizzati nella terapia e nella diagnosi di numerose malattie. Inoltre, il suo esempio ha contribuito a rendere la scienza più accessibile alle donne, aprendo nuove strade per l’emancipazione femminile nel mondo accademico.

Irène Curie rappresenta uno straordinario esempio di dedizione, passione e coraggio. La sua vita, segnata da conquiste scientifiche e impegno sociale, continua a illuminare il cammino di chiunque creda nella forza della conoscenza e nell’importanza della ricerca per il bene dell’umanità. Il suo nome rimarrà per sempre legato ai grandi progressi della scienza moderna e alla difesa dei valori di uguaglianza e giustizia.

 

BIBLIOGRAFIA

Marie Curie e le sue figlie Lettere, Ed. Dedalo

Dava Sobel, Nel laboratorio di Marie Curie, Ed. Rizzoli

2 risposte

  1. Davvero ben fatto, scorrevole, interessante. Ogni volta si legge con attenzione e ci si sente parte delle situazioni, rendendole attuali. Grazie

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