Quando la scienza deve difendersi: il caso della “macchina di Majorana”

Il 12 gennaio, nella sala del Senato della Repubblica, si è svolto un incontro nato come risposta alla conferenza del 22 ottobre scorso, durante la quale Alfredo Ravelli aveva presentato un libro dedicato alla presunta “macchina di Majorana”. Secondo il racconto dell’imprenditore Rolando Pellizza, questo dispositivo sarebbe in grado di produrre energia infinita, trasmutare materiali e persino ringiovanire la materia organica.

L’evento è stato promosso dalla senatrice a vita Elena Cattaneo per contrastare la diffusione di tesi pseudoscientifiche, sollecitata anche da numerose lettere, comunicati e segnalazioni di studiosi, ricercatori, docenti, professionisti di tutto il Paese e anche di associazioni come la SISFA, che in data 25 ottobre aveva emesso un comunicato ufficiale. Voci che lei stessa ha definito, all’inizio dell’incontro, “preoccupate su come fosse possibile che un evento di tale contenuto, privo di basi scientifiche, potesse essere ospitato dal Senato della Repubblica”. E ha proseguito “sono stata felicissima di accogliere questa proposta perché ovviamente le istituzioni hanno il dovere di non alimentare alcuna ambiguità tra conoscenza e fantasia e forse con l’occasione ci si può chiedere come sia possibile che nel 2025 l’antiscienza arrivi addirittura ad essere declamata in una in un’aula del Senato delle nostre istituzioni repubblicane, tra l’altro, in un Paese che ha dato i natali al metodo scientifico. Secondo me perché il nostro Paese sui temi della scienza e dell’innovazione ha bisogno di accudimento giornaliero.”

È forse questo il punto più urgente: la necessità di un impegno costante per mantenere saldo il rapporto tra scienza, opinione pubblica e istituzioni. Il problema non è la curiosità, ma l’ambiguità. Quando una narrazione pseudoscientifica entra in uno spazio istituzionale senza essere riconosciuta come tale, rischia di acquisire una legittimità che non merita.

Accanto alla senatrice sono intervenuti Salvatore Esposito (professore ordinario di Storia della Fisica all’Università di Napoli Federico II), Ettore Majorana (professore ordinario di Fisica alla Sapienza Università di Roma e nipote del fisico), la grafologa forense Monica Manzini, il presidente del CICAP Lorenzo Montali e il fisico Lorenzo Paletti.

La narrazione di Pellizza e le sue incongruenze

A ricostruire la vicenda della “macchina di Majorana” è stato il fisico e divulgatore Lorenzo Paletti, che da anni studia il caso. Secondo Pellizza, Ettore Majorana non sarebbe scomparso nel 1938: vent’anni dopo lo avrebbe incontrato in un monastero, dove il fisico, in abiti religiosi, gli avrebbe insegnato una “nuova fisica” e affidato la costruzione di un macchinario capace di annichilire la materia, produrre energia infinita, trasformare polistirolo in oro e ringiovanire i tessuti.

Per sostenere la sua versione, Pellizza presentava una serie di fotografie che lo ritraevano accanto a Majorana tra il 1964 e il 1996. Tuttavia, sorgono diversi dubbi su queste immagini. Le date degli scatti sono indicate solo da Pellizza, ma le fotografie sono emerse pubblicamente solo negli ultimi dieci anni e nessuno ha mai visionato i negativi originali. È stato proposto allo staff di Pellizza di sottoporre le pellicole a un perito per una verifica della datazione, ma non è mai arrivata risposta. Inoltre, tra il 1976 e il 1996 il presunto Majorana non sembra invecchiare affatto: nella foto del 1996 avrebbe dovuto avere novant’anni, ma appare sorprendentemente giovane. Alle fotografie si aggiunge una raccolta di lettere che Majorana avrebbe inviato a Pellizza dal 1964 al 2006. Anche in questo caso, la richiesta di visionare gli originali per un’analisi indipendente non ha mai ricevuto risposta.

Negli anni Settanta Pellizza sosteneva di possedere un dispositivo capace di annichilire la materia, senza alcun riferimento a Majorana. Tentò di venderlo al governo italiano, ma si rifiutò sempre di sottoporlo a verifiche indipendenti, fornendo solo video giudicati inattendibili dagli stessi politici coinvolti. Analoghe trattative con gli Stati Uniti si conclusero senza risultati: gli scienziati americani proposero un test controllato, ma Pellizza lo eluse sostenendo prima difficoltà logistiche, poi un presunto rapimento.

Negli anni successivi ampliò progressivamente le capacità attribuite alla macchina: negli anni Ottanta iniziò a parlare della capacità della macchina di produrre energia infinita e negli anni Novanta di trasmutazione dei materiali. Recentemente una moneta da cinque franchi svizzeri e una medaglietta votiva sarebbero stati presentati dai sostenitori di Pellizza a dimostrazione della capacità di ottenere oro purissimo da metalli meno pregiati.
Anche in questo caso i reperti presentati come “irriproducibili” non sono mai stati accompagnati da analisi di laboratorio pubbliche e Lorenzo Paletti afferma “peccato che l’unica perizia eseguita da un laboratorio chimico proprio su questa medaglietta dimostra che è sì puro al novantanove virgola ottantasei per cento, ma con una purezza anche inferiore rispetto a quella che si può tranquillamente comprare anche su internet in dieci minuti quindi non c’è niente di incredibile ed inspiegabile in questa medaglietta.”

Secondo Paletti anche il celebre video girato da Pellizza negli anni Novanta della “trasmutazione” di un cubo di gommapiuma in oro appare compatibile con un semplice trucco di prestigio.

Solo a metà degli anni 2010 Pellizza ha introdotto Majorana nella narrazione, facendo comparire fotografie e lettere mai viste prima. Nessuna delle sue affermazioni è stata verificata: né governi, né università, né commissioni indipendenti hanno mai potuto esaminare la macchina o riprodurre gli effetti dichiarati. Come ha ricordato Paletti, fotografie, lettere e video non costituiscono prove scientifiche e non possono sostituire verifiche sperimentali.

Il metodo scientifico e la figura di Majorana

Il professor Salvatore Esposito, storico della fisica e tra i massimi esperti mondiali dell’opera di Majorana, ha poi riportato l’attenzione sul metodo scientifico, ricordando come il progresso non derivi da intuizioni isolate, ma da un processo rigoroso che Galileo formalizzò nel Seicento: osservare, formulare ipotesi, verificare sperimentalmente. Prima di allora, anche i più grandi scienziati dell’antichità non applicavano sistematicamente questo ciclo, e per millenni il progresso tecnologico rimase quasi immobile. È solo con Galileo che si afferma la distinzione fondamentale tra opinioni e fatti, quella che ha reso possibile, in meno di quattro secoli, passare dalle carrozze ai viaggi nello spazio.

In questo solco si inserisce la figura di Ettore Majorana, allievo di Enrico Fermi e considerato da quest’ultimo uno dei pochissimi scienziati paragonabili a Galileo e Newton. Esposito ha ricordato le parole di Fermi, che definiva Majorana “uno di quelli” capaci di intuizioni profonde e di una comprensione matematica fuori dal comune. Una grandezza scientifica reale, documentata, che nulla ha a che vedere con le narrazioni che la scomparsa del 1938 ha alimentato per decenni con speculazioni e falsi.

Solo il metodo scientifico formalizzato quattro secoli fa da Galileo ovvero osservare, formulare un’ipotesi, verificarla sperimentalmente, può far progredire la scienza. Senza questo ciclo, restano solo opinioni. E Majorana, ha sottolineato Esposito, era un teorico di straordinaria profondità, non un inventore di macchine miracolose.

Le analisi grafologiche

La grafologa forense Monica Manzini ha presentato, quindi, i risultati dell’analisi comparativa tra le lettere attribuite a Majorana e gli scritti autografi del fisico conservati alla Sapienza. Prima ancora delle comparazioni, Manzini ha rilevato anomalie ortografiche e grafiche incompatibili con la mano di Majorana. Le analisi tecniche hanno poi evidenziato difformità sostanziali nel ductus, nel calibro delle lettere, nei prolungamenti inferiori, nei collegamenti e nelle aste: elementi che negli autografi mostrano una variabilità naturale e una fluidità costante, mentre negli scritti in verifica appaiono rigidi, stereotipati e imitativi. Secondo Manzini, si tratta di falsi realizzati tramite imitazione a mano libera, non attribuibili in alcun modo a Ettore Majorana. In conclusione, afferma Manzini “tutte queste difformità riscontrate mi hanno portato a concludere che la scrittura che riguarda questi testi dal sessantaquattro al duemilasei non può essere in alcun modo attribuita alla mano del fisico Ettore Majorana proprio per la presenza delle numerose ed evidenti difformità estremamente significative che riguardano gli aspetti più personalizzanti della scrittura. Le perizie di parte, che hanno sostenuto l’autenticità di questi scritti, si sono basate, infatti, principalmente su somiglianze suggestive e di tipo morfologico, che appunto proprio confermano il chiaro processo imitativo. E soprattutto queste differenze non tengono minimamente conto del movimento grafico che c’è alla base degli scritti. Si tratta in definitiva di scritti che sono sicuramente falsi e sono stati realizzati attraverso una imitazione a mano libera, ovvero attraverso un opportuno allenamento quindi per questo la scrittura può sembrare al primo impatto visivo una scrittura coerente proprio perché appunto c’è stato un processo di allenamento preventivo.”

Perché serve vigilanza

Il presidente del CICAP Lorenzo Montali ha successivamente richiamato l’attenzione sul crescente rischio di legittimazione della pseudoscienza all’interno delle istituzioni italiane. Un fenomeno che, secondo Montali, si alimenta della naturale difficoltà dei cittadini nel valutare affermazioni tecniche in un contesto informativo sempre più complesso. Quando le istituzioni non esercitano il loro ruolo di filtro e verifica, la fiducia del pubblico viene facilmente catturata da fonti non qualificate.

È importante mantenere alta l’attenzione di un’opinione pubblica critica, capace di farsi sentire e di vigilare sulla qualità del dibattito pubblico.

In molti Paesi europei e nordamericani, ha sottolineato Montali, esistono strutture permanenti che affiancano Parlamenti e amministrazioni locali nel valutare le evidenze scientifiche rilevanti per le decisioni politiche. In Italia, invece, questo tipo di supporto sistematico manca ancora, e ciò rende più difficile per la politica orientarsi in modo informato su temi complessi e ad alto impatto sociale. Da due anni il CICAP lavora per colmare questo vuoto, anche attraverso il CICAP Fest di Padova, dove si discute di come costruire un rapporto più solido e trasparente tra scienza e politica. L’obiettivo non è trasferire alla politica un’enciclopedia di nozioni, né sostituire la scienza al processo decisionale, ma individuare quali informazioni siano davvero utili e come comunicarle in modo chiaro, tenendo conto dell’incertezza scientifica, delle domande sociali e delle implicazioni etiche.

Il dibattito si è concluso con l’intervento di Ettore Majorana, fisico della Sapienza e nipote del celebre scienziato, che ha sottolineato cosa vuol dire parlare di “eredità scientifica” e come si produce e si trasmette questa eredità. Una parte fondamentale secondo il professore riguarda l’impegno quotidiano di chi fa scienza: educare, condividere conoscenza, insegnare il metodo scientifico. La formazione scientifica non è solo un insieme di contenuti, ma un modo di pensare. Per questo è essenziale che chi lavora nella ricerca coltivi e trasmetta la propria passione, non solo a chi è già orientato verso la scienza, ma anche a chi si avvicina con timidezza o curiosità. Tutti gli scienziati sono chiamati a contribuire a questo processo, perché l’eredità scientifica non si limita ai risultati della ricerca, ma comprende la capacità di trasmettere metodo, rigore e passione alle nuove generazioni. Il professore ha poi accennato ai contributi scientifici di Majorana, che spaziano dalla fisica atomica alle interazioni fondamentali, alcuni dei quali sono stati riscoperti e rivalutati decenni dopo, come accade nel normale progresso della scienza. Ha poi sottolineato che la fisica è un’impresa collettiva, indipendente dalle biografie individuali, e ogni ricercatore contribuisce con il proprio talento e la propria attitudine affermando “quando sento parlare di “fisica di Majorana” mi viene la pelle d’oca”. La fisica non appartiene a nessuno: è un metodo condiviso per capire la natura. Infine ha ricordato l’aspetto doloroso che la scomparsa di Majorana ha lasciato nei familiari e negli amici. Speculare sulla sua figura significa mancare di rispetto non solo alla scienza, ma anche agli affetti. E non si deve neppure dimenticare che molte altre famiglie hanno vissuto tragedie simili e non sarebbe né giusto, né rispettoso privilegiare Majorana rispetto agli altri.

L’incontro del 12 gennaio non è stato concepito come un giudizio sulle idee, ma si è configurato piuttosto come un atto di responsabilità condivisa. In un’epoca in cui la confusione tra fatti e opinioni rischia di minare la fiducia pubblica nella scienza, è stato ribadito con forza che la scienza non si fonda su atti di fede, ma sull’esigenza costante di prove verificabili. Ogniqualvolta queste prove risultino assenti, spetta alle istituzioni, così come a chi si occupa di divulgazione scientifica, il compito di dichiararlo apertamente e senza ambiguità. Solo attraverso questa trasparenza è possibile costruire un dibattito pubblico consapevole, in cui il valore delle affermazioni sia commisurato alle evidenze disponibili.

La vicenda legata alla presunta “macchina di Majorana” rappresenta un esempio significativo di come il richiamo al mistero possa talvolta distorcere la percezione della realtà, offuscando i fatti concreti. Tuttavia, questa stessa storia dimostra che, quando la comunità scientifica agisce in sinergia con le istituzioni, è possibile ristabilire con chiarezza il confine indispensabile tra ciò che possiamo soltanto immaginare e ciò che, invece, siamo in grado di dimostrare con metodo e rigore. Questo confine, lungi dal limitare la libertà di pensiero o di ricerca, ne costituisce al contrario il presupposto fondamentale: senza una solida distinzione tra opinioni e conoscenze dimostrate, ogni dibattito rischierebbe di perdere significato e credibilità.

2 risposte

  1. Grazie Silvia.
    Interessante articolo che evidenzia l’importanza della
    “vigilanza” per contrastare la continua diffusione delle teorie pseudoscientifiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Rilascia il file qui