Libri – Stefania Barca, “Proletari di tutta la Terra”

 

 

Ridisegnare il futuro del pianeta “dal basso”, respingendo la narrazione padronale dominante e dando voce alle lavoratrici e ai lavoratori in nome di una transizione consapevole

Comprendere le dinamiche fondamentali dell’età della “Grande accelerazione” – gli ultimi sessanta anni caratterizzati da un degrado senza precedenti dei sistemi terrestri a causa di una crescita economica esponenziale a livello planetario – non è semplice, e neanche le recenti letture che identificano la nostra età come Antropocene sembrano riuscirci a fondo. È come se mancasse qualcosa di importante, il pezzo centrale del puzzle. Ma quale? Il lavoro, manca sempre il lavoro, nel senso del ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori, la parte viva del pianeta, “fatta e influenzata dagli stessi elementi che costituiscono i sistemi terrestri (e la cui vulnerabilità è la nostra, minacciata ugualmente dagli stessi processi che minacciano la biosfera)”. Non esiste – come la narrazione mainstream vuole farci credere – una realtà in cui la crescita del Pil globale abbia reso l’umanità l’invincibile padrona della Terra contrapponendola alla natura non umana minacciata. Una tale visione dualistica è anzi essa stessa parte del problema. Questa “narrazione padronale”, che guarda alla crisi dall’unica prospettiva del capitale globale e del potere in generale, liquidando come irrilevante la prospettiva di coloro che lavorano per esso, è profondamente fuorviante: bisogna sfatare il mito che la crescita del Pil sia un vantaggio indiscutibile per l’umanità, che richieda appena una distribuzione più equa e sostenibile dal punto di vista ambientale, in modo da non distruggere la Terra. Non è così: l’aumento esponenziale degli infortuni sul lavoro e delle malattie croniche dovute al rilascio di sostanze tossiche nel comparto industriale; la perdita di accesso a cibo e acqua potabile causata dall’esposizione a prodotti petrolchimici o a radiazioni in diversi ecosistemi; le espulsioni di massa e le migrazioni forzate imposte dalla costruzione di grandi dighe e da altri megaprogetti infrastrutturali, che hanno colpito e colpiscono in modo sproporzionato le comunità operaie, contadine e indigene di tutto il mondo non possono essere liquidati come semplici “effetti collaterali”. È la fantasia neoliberista secondo la quale il lavoro non conta, così come non conta la classe lavoratrice. Esiste solo una generica umanità, un soggetto economico uniforme che si oppone alla Terra. Tutto questo è inaccettabile, serve una nuova chiave di lettura, che ripensi “le politiche della transizione ecologica dal punto di vista del proletariato mondiale”, della capacità, incarnata dalle classi lavoratrici, “di disegnare economie sostenibili e al tempo stesso socialmente giuste”, una “ecologia operaia” che risponda innanzitutto all’ingiustizia ambientale e alle disuguaglianze sociali che la producono. Abbiamo bisogno di un mondo nuovo, realmente ambientalista, ecofemminista e votato ad una decrescita consapevole, un mondo “realmente al contrario”.

 

Stefania Barca

Proletari di tutta la Terra

Traduzione di Daria Restani

Codice (2026)

pp. 272, euro 23,00

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