Carlo Rovelli: “Ci sono atomiche sufficienti a bruciare viva l’umanità, e stiamo litigando”

Il giornalista e scrittore Bruno Arpaia, in un articolo del 20 settembre 2018 su Il Bo live, periodico digitale dell’Università di Padova, parla della diffidenza di Leonardo Sciascia nei confronti degli scienziati, espressa nel romanzo La scomparsa di Majorana, e racconta che una sera, all’inizio degli anni Sessanta, lo scrittore di Racalmuto stava cenando in un ristorante romano con Alberto Moravia e il premio Nobel per la fisica Emilio Segrè, uno dei “ragazzi di via Panisperna”, il quale si vantò di aver partecipato al Progetto Manhattan. Sciascia lo insultò pesantemente e tentò persino di aggredirlo, tanto che Moravia dovette trattenerlo. «È durante questo incidente» ha poi scritto il cosmologo João Magueijo nel saggio La particella mancante, «che Sciascia concepisce per la prima volta l’idea che gli scienziati siano malvagi».

Risulta quindi particolarmente interessante l’opinione di uno scienziato, il fisico Carlo Rovelli, ricercatore di frontiera e ottimo divulgatore, che in questo libro non solo ripercorre in modo chiaro e sintetico gli avvenimenti legati al progetto Manhattan e alle bombe di Hiroshima e Nagasaki, ma propone continui paralleli fra l’atmosfera di quegli anni e quella dei giorni nostri (la locuzione più frequente nel libro è “come ora”). Rovelli analizza gli anni della guerra fredda e individua precise responsabilità degli scienziati che non solo non hanno voluto rendersi conto (o hanno finto di non rendersi conto) delle possibili conseguenze delle loro ricerche, ma non hanno fatto abbastanza per dissuadere i politici dall’uso delle armi nucleari e la conseguente corsa al riarmo.

Il ritorno di sovranismi e nazionalismi in tante nazioni che avrebbero dovuto esserne immunizzate dopo la seconda guerra mondiale (tra cui anche l’Italia), rende sempre più pericolosa la situazione, e sta rendendo non solo possibile, ma sempre più probabile, l’olocausto nucleare. Un rischio che secondo il Bulletin of Atomic Scientist è attualmente al suo massimo storico.

In questa situazione sarebbero preziose le voci di scienziati, soprattutto fisici, per lanciare appelli alla ragionevolezza e mettere in guardia opinione pubblica, giornalisti e politici sui reali rischi causati dall’attuale rinnovata corsa agli armamenti. Appelli che erano risuonati forti e chiari dopo il 1945 da parte di singoli scienziati (come Oppenheimer) o gruppi (come i firmatari del manifesto di Russel-Einstein nel 1955) o organizzazioni, come Pugwash.

Opinioni o appelli che, purtroppo, non hanno affatto coinvolto il celebre fisico italiano Enrico Fermi, Nobel per la fisica nel 1938 trasferitosi negli USA lo stesso anno, che ebbe un ruolo fondamentale nel processo di studio e di realizzazione delle bombe nell’ambito del progetto Manhattan. In effetti si potrebbe discutere sull’opportunità di realizzarle in quel preciso momento storico (per paura che lo facessero i nazisti per primi, cosa che non poteva essere del tutto esclusa in base alle informazioni possedute) ma non erano certo da usare quando la Germania si era già arresa e la guerra era praticamente finita. Una immotivata prova muscolare degli USA, che è costata migliaia di vite e ha scatenato una corsa alla costruzione di ordigni tremendi. Com’è possibile che Fermi non abbia mai espresso un giudizio critico su queste vicende, che peraltro lo avevano visto protagonista? Un vero mistero, che Rovelli ha fatto bene a riportare in luce, e che vale la pena discutere non tanto per scavare nel passato ma soprattutto per incidere sul futuro.

 

Carlo Rovelli

“La cattiva coscienza dei fisici”

(Solferino, 2026)

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