C’è stato un momento, all’inizio del secolo scorso, in cui l’Italia sembrava destinata a guidare la modernità scientifica. Ereditavamo la lezione di scienziati-patrioti del Risorgimento e vantavamo scuole matematiche di livello mondiale. Eppure, in pochi decenni, la scienza è scivolata in un cono d’ombra, separandosi dal cuore pulsante della nostra identità culturale. Che cosa è successo davvero in quegli anni?
Nei primi decenni del Novecento, la cultura italiana fu protagonista di un’operazione intellettuale vastissima, guidata da Benedetto Croce e Giovanni Gentile e ricordata come egemonia del neoidealismo. Il loro progetto era ridare all’Italia una forte identità filosofica e storica, ma in questo disegno la scienza riceveva un’etichetta restrittiva: non era considerata una forma di conoscenza rispettabile e tanto meno “vera”, ma uno strumento pratico, utile al più per le applicazioni che ne derivavano. Sin dal 1905, Croce aveva iniziato a scavare le sue trincee nella Logica, dove scriveva che «nessun triangolo ha la somma degli angoli uguale a due retti, perché nessun triangolo ha esistenza», negando di fatto agli oggetti matematici ogni dignità conoscitiva. Sono idee che oggi possono apparire singolari, come quando lo stesso Croce liquidava la scienza come «scimmia della filosofia»: un’imitazione esteriore del pensiero che lo scimmiotta senza mai raggiungerlo. Se a questo punto nasce un disagio, non dovrebbe essere attribuito al punto di vista odierno, ma alla forza d’urto di quelle stesse posizioni che stavano per diventare visione di Stato.
Vale la pena di ricordare che a formulare simili tesi era colui che di lì a poco sarebbe diventato ministro della Pubblica Istruzione. Contro questa deriva si schierò immediatamente un fronte intellettuale di altissimo profilo. Giovanni Vailati, forse presentendo il pericolo, aveva fin da subito cercato il dialogo inviando a Croce dei lavori per mostrare come il rigore matematico potesse illuminare settori come l’economia. La risposta fu glaciale: la matematica poteva «numerare e misurare», ma non comprendere la volontà umana.
All’inizio del secolo, la scuola di Giuseppe Peano rappresentava l’eccellenza del rigore formale. Nel 1905, Croce attaccava Giovanni Vacca, allievo di Peano, per liquidare la logica matematica come un mero «gioco di segni», privo di valore filosofico e riducibile a un esercizio meccanico. Il momento di confronto più drammatico fu il Congresso di Bologna del 1911, presieduto da Federigo Enriques. Mente poliedrica, Enriques non era solo un matematico, ma l’anima di un progetto che voleva portare la scienza nelle scuole come cultura viva. Egli rivendicava il valore filosofico della scienza: per lui non potevano esistere “due culture” separate.
Lo scontro vide Enriques uscire duramente sconfitto. La sua visione unitaria fu isolata e la scienza ne uscì declassata a sapere subalterno. Altri grandi studiosi come Guido Castelnuovo e Vito Volterra coltivarono strenuamente il legame tra la matematica e le sue applicazioni fisiche e statistiche, temendo che un isolamento della disciplina ne avrebbe causato l’inaridimento. Le discipline scientifiche certo non scomparvero; anzi, sotto la successiva influenza di Gentile, trovarono le loro collocazioni accademiche. Ma fu un riconoscimento pagato a caro prezzo. La matematica veniva accettata nel “salotto buono” della cultura a patto di restare pura, astratta e lontana dalla realtà sperimentale. La fisica venne spacchettata: una parte nobile, branca della matematica, e una parte utile, conglomerato di applicazioni pratiche.
Fu un patto di sopravvivenza che molti scienziati accettarono per non restare esclusi dal dibattito intellettuale, ma questo isolamento “dorato” indebolì il legame vitale tra ricerca e società. Quando pensiamo alla diaspora di eccellenze come i ragazzi di Via Panisperna, dobbiamo ricordare che la loro fuga fu certo accelerata dalle drammatiche leggi razziali del 1938, ma venne preparata da un sistema culturale che aveva smesso di considerare lo
scienziato come un protagonista della vita del Paese.
Ogni volta che oggi sentiamo dire che la matematica «non è cultura», stiamo vivendo le conseguenze di quelle scelte. Credo che dovremmo recuperare la lezione dei grandi matematici e animatori culturali sopra menzionati: sarebbe un’operazione di civiltà prima ancora che di verità storica. Superare le impostazioni culturali del neoidealismo significherebbe tornare alla lezione di Archimede e Galileo, restituendo alla scienza la sua dignità di esploratrice della realtà. Perché il linguaggio della scienza è quello del pensiero critico e della democrazia, il cuore stesso della modernità.
Da questo punto di vista, riviste come Prisma o iniziative come il premio Asimov non sono semplici strumenti per fare divulgazione: sono i ponti di cui abbiamo tanto bisogno per riunire ciò che, un secolo fa, fu separato.
3 risposte
Articolo molto interessante. Mi piacerebbe capire come mai però questa impostazione si sia affermata anche in altri paesi, purtroppo, e non solo in Italia.
Comunque argomento interessante ed ottimo spunto di riflessione.
Grazie.
Ciao Francesco, i tuoi articoli sono “illuminanti”. Congratulazioni.
Grazie di cuore Franco e sperando non ti dispiaccia, colgo l’occasione per i “credits”.
Sono contento dell’occasione per ringraziare prima di tutto Silvia Benvenuti e Silvia Gambarini per l’invito ma anche:
– la redazione ed in particolare Elisa Buson, che ha preso i contenuti del “saggio” che ho stilato, trasformandolo da testo informativo ma noiosetto in uno tanto ben calibrato ed efficiente, che mi riempie di realte ammirazione
– un grandissimo intellettuale come Lucio Russo, che purtroppo ci ha appena lasciato, ma che vive ancora con i suoi libri, che continuano ad indicarci le tante cose da fare
– gli amici del premio ASIMOV, a partire da Marcello Lissia e Silvano Fuso (ma sono cosi’ tanti che mi devo fermare qui) coi quali abbiamo messo a punto le visioni condivise che animano la nostra iniziativa, e che mi portano a continuare a provarci
– ma soprattutto te ed i lettori: se non vogliamo subire la rassegnazione, non vedo troppe scelte: bisogna parlare, capirsi, per poi trovare il modo di procedere insieme