Cosa c’è dietro le “Vite da scienziate” che Silvia Gambarini ci racconta sulle pagine di Prismamagazine? Ci sono naturalmente loro, le protagoniste, con le loro vite dense di fatiche e soddisfazioni, ma ci sono anche le tante e i tanti che le hanno studiate, approfondite, conosciute. Ecco allora alcuni suggerimenti di lettura per andare più a fondo e avvicinarsi ancora di più alle grandi donne che hanno cambiato per sempre il mondo della scienza!
Lanciano N. e Degli Esposti C., Emma Castelnuovo, L’Asino d’Oro, 2016.
Ci sono figure che attraversano la storia in silenzio, senza clamore, ma lasciando una scia luminosa che continua a orientare generazioni. Emma Castelnuovo è una di queste. La sua vita sembra un racconto epico, ma fatto di gesti quotidiani: una maestra che porta uno spago in classe per spiegare il perimetro, una donna che attraversa Roma con documenti falsi per continuare a insegnare ai suoi studenti nascosti, una matematica che trasforma la geometria in un’esperienza viva, concreta, emozionante.
Il libro da cui nasce questo ritratto, una biografia ricca, stratificata, profondamente umana, ci restituisce Emma come una protagonista della storia civile italiana, prima ancora che della didattica della matematica. La sua vicenda attraversa il fascismo, le leggi razziali, la clandestinità, la liberazione. E ogni passaggio diventa un tassello della sua pedagogia: la scuola non deve escludere, la matematica non deve intimidire, l’insegnamento non deve essere un recinto ma un varco.
La giovane Emma, brillante e appassionata, vince il concorso per insegnare al ginnasio Torquato Tasso. Pochi giorni dopo, una seconda lettera la sospende dall’incarico perché ebrea. È un trauma che la segnerà per sempre. Da quel momento, la sua idea di scuola cambia: deve essere un luogo aperto, accogliente, capace di proteggere e di emancipare. Così partecipa alla creazione della scuola ebraica clandestina, dove insegna con serenità forzata, cercando di rendere “normale una situazione del tutto anormale”.
La biografia racconta questi anni con una delicatezza che commuove: la telefonata in codice che salva la famiglia dalla retata del 16 ottobre 1943, i nomi falsi, le lezioni tenute negli ospedali e negli istituti religiosi, la paura che diventa responsabilità civile. Emma non smette mai di insegnare, perché per lei insegnare è un modo di resistere.
Ma il cuore del libro è la sua rivoluzione didattica. Emma rompe con secoli di tradizione e afferma che la matematica deve partire dai sensi, dalle mani, dagli oggetti. Non dalle definizioni astratte. Non dai teoremi da memorizzare. La matematica, per lei, è un’esperienza fisica, emotiva, condivisa.
Il celebre “problema dello spago” è l’emblema di questa visione: un rettangolo che cambia forma tra le dita, un perimetro che resta uguale, un’area che si trasforma sotto gli occhi dei ragazzi. È la matematica che si vede, si tocca, si capisce.
Il libro racconta anche le sue Esposizioni di matematica, veri atti politici: studenti che diventano docenti per qualche giorno, modelli costruiti a mano, curve e cicloidi spiegate con materiali poveri, ombre che diventano ellissi. La matematica esce dalla classe e diventa spazio pubblico, cittadinanza, libertà. Non stupisce che Freudenthal e de Finetti ne restino folgorati.
Emma è un corpo in movimento: scrive alla lavagna, si ferma, guarda i ragazzi e grida «Evviva la libertà!». Per lei la matematica è questo: un esercizio di libertà.
Il libro segue Emma anche nei suoi viaggi in Niger, dove scopre che la matematica può smontare il razzismo, e nella creazione dell’Officina matematica di Cenci, dove forma insegnanti di tutta Italia. La sua casa piena di libri, la sua Olivetti Lettera 25, la sua biblioteca donata al MCE: ogni dettaglio costruisce un ritratto di una donna che non ha mai smesso di credere nella scuola come luogo di emancipazione.
La biografia si chiude con un’immagine semplice e potente: la sala del MMACA dedicata a lei, piena di specchi e caleidoscopi. È il simbolo perfetto della sua eredità: la matematica come gioco di riflessi, come possibilità, come bellezza.
Emma Castelnuovo muore a cento anni, ma la sua voce resta. Resta nei suoi libri, nei suoi studenti, nei docenti che ha formato, nei musei che portano il suo nome, nelle aule che ancora oggi usano i suoi materiali. Resta soprattutto nella sua idea radicale e rivoluzionaria: tutti possono capire la matematica, se la matematica è insegnata bene.
In una frase. Un libro che restituisce la vita di una donna che ha trasformato la matematica in un atto di libertà, di resistenza e di amore per gli studenti. Una biografia che si legge come un romanzo civile.
Amalia Ercoli Finzi, Elvina Finzi Oltre le stelle più lontane, Mondadori, 2021.
C’è un momento, nel libro, in cui Amalia Ercoli Finzi racconta di quando, bambina, osservava le stelle dal balcone con la sorella. Le guardava per trovare pace, per sentirsi altrove, per immaginare un futuro che nessuno intorno a lei riusciva a vedere. È da lì che parte Oltre le stelle più lontane: da una bambina che impara a leggere a quattro anni, che protegge una valigetta verde durante la guerra, che scopre presto che la vita non regala nulla e che la libertà va conquistata.
Il romanzo – perché di romanzo si tratta, pur essendo reale – è scritto a quattro mani con la figlia Elvina, e questa scelta narrativa è la sua forza segreta. Le due voci si intrecciano come due orbite che si sfiorano: una madre che racconta la propria scalata nel mondo dell’ingegneria aerospaziale, una figlia che osserva, ricorda, interpreta. Il risultato è un libro che non celebra solo la scienziata, ma la donna, la madre, la bambina che non voleva vestiti eleganti ma smontava biciclette per capire come funzionavano.
La storia procede come un viaggio iniziatico. Amalia attraversa la guerra, la disapprovazione dei genitori, la solitudine di essere una delle cinque donne in una facoltà di 650 studenti. Eppure non c’è mai vittimismo: c’è ostinazione, c’è ironia, c’è quella frase che sembra una bussola per tutte le donne che leggono:
“Se una donna desse sempre retta a quello che le dicono gli altri… finirebbe per non ascoltare più la voce che le viene da dentro.”
Il libro racconta anche la scienza, ma non in modo tecnico: la missione Rosetta, le notti insonni, il modulo che rimbalza sulla cometa come un sasso lanciato nell’acqua, il sollievo quando finalmente si incastra e manda segnali. Sono pagine che sembrano scritte con il fiato corto, come se la tensione di quei momenti fosse ancora viva.
E poi c’è la maternità, raccontata senza retorica: la colpa che gli altri cercano di imporle, la “legge dei tre metalli”, le corse al pronto soccorso, le notti in bianco con la figlia che vuole giocare alle due e mezza. È un ritratto di una donna che non ha mai accettato di scegliere tra lavoro e famiglia, e che proprio per questo diventa un modello credibile, non idealizzato.
Il libro si chiude con uno sguardo al futuro: la Luna, Marte, le bambine che oggi guardano il cielo e che forse un giorno ci cammineranno sopra. È un finale che non consola: sprona. Perché la testimonianza di Amalia non è un monumento, è un passaggio di testimone.
In una frase. Un libro che racconta una vita straordinaria con la semplicità delle vite vere: una storia di stelle, certo, ma soprattutto di terra, di fatica, di coraggio, di scelte che cambiano il destino.
Maria Montessori. Come educare il potenziale umano, Garzanti.
Come educare il potenziale umano è uno dei testi più visionari di Maria Montessori, scritto durante il suo lungo soggiorno in India, negli anni della guerra e dell’esilio. È un libro che non si limita a proporre un metodo educativo: è una cosmologia pedagogica, una filosofia dell’infanzia, una dichiarazione d’amore per la mente umana nel momento più fertile della sua crescita.
L’autrice di questo libro non è più solo la giovane scienziata che ha sfidato l’università maschile, né la pedagogista che ha rivoluzionato gli asili di Roma. È una donna che ha attraversato dolore, esilio, isolamento, e che ha trasformato tutto questo in una visione globale dell’educazione. Il libro nasce infatti da un’intuizione maturata nel silenzio delle montagne indiane: il bambino non è un recipiente da riempire, ma un universo da disvelare.
Montessori parte da un’osservazione semplice e radicale: intorno ai sei anni la mente del bambino è un campo fertile, pronto ad accogliere semi che diventeranno cultura. Se questi semi arrivano troppo tardi, l’interesse si affievolisce; se arrivano nel momento giusto, germogliano per tutta la vita.
Il libro descrive con precisione scientifica questo passaggio: la nascita della coscienza morale, la ribellione come segno di crescita, la fame di sapere che non può essere contenuta in programmi rigidi. È un’età in cui il bambino vuole giudicare da sé, distinguere il bene dal male, scegliere autonomamente ciò di cui ha bisogno. Montessori non lo interpreta come capriccio, ma come un cambiamento interiore profondo.
Il cuore del libro è la formulazione dell’Educazione Cosmica, una delle idee più affascinanti della pedagogia del Novecento. Montessori propone di mostrare al bambino l’intero universo, non come un insieme di materie separate, ma come un sistema vivente, interconnesso, cooperativo.
La foglia che purifica l’aria. L’acqua che viaggia per dissetare la terra. Gli animali che partecipano al grande piano biologico. Le civiltà che emergono come frutto dell’ingegno umano.
Non è solo scienza: è una filosofia della pace. Il bambino che comprende l’interdipendenza del mondo sviluppa rispetto, meraviglia, responsabilità. L’Educazione Cosmica è un antidoto alla frammentazione, alla violenza, all’individualismo.
Montessori anticipa le neuroscienze moderne quando afferma che l’intelligenza nasce dalla fantasia. La mente è unitaria: il lavoro manuale e l’astrazione non sono opposti, ma complementari. L’immaginazione è la forza che permette di collegare concetti, di costruire significati, di trasformare l’esperienza in conoscenza.
Il libro introduce anche la Mneme, la memoria profonda che conserva gli engrammi delle esperienze vissute. Quando il bambino manipola liberamente l’ambiente, queste tracce interiori si organizzano nel subconscio e generano nuove capacità cognitive. È una visione sorprendentemente moderna, vicina alla cognizione incarnata e alla plasticità cerebrale studiate oggi.
Montessori ribalta completamente il ruolo dell’adulto: non è un trasmettitore di contenuti, ma un preparatore di ambienti, un custode della libertà, un osservatore attento che offre orizzonti di conoscenza senza imporli.
L’insegnante deve preparare molto più di un programma: deve costruire un mondo ricco, aperto, generoso, perché la curiosità del bambino non può essere contenuta entro limiti prestabiliti.
Perché questo libro è ancora attuale
Come educare il potenziale umano è un testo che parla al presente con una forza sorprendente. Le neuroscienze confermano ciò che Montessori aveva intuito:
- il movimento è pensiero;
- l’errore è parte dell’apprendimento;
- la motivazione intrinseca è più potente di qualsiasi voto;
- la libertà di scelta costruisce autodisciplina;
- l’immaginazione è il motore dell’intelligenza.
Il libro non è solo un manuale pedagogico: è una dichiarazione politica. Montessori invita a formare individui completi, indipendenti, capaci di sentirsi parte dell’universo. È un’educazione che non prepara alla competizione, ma alla cooperazione; non alla paura, ma alla meraviglia.
In una frase. Un testo visionario che mostra come la mente del bambino, se nutrita con libertà, immaginazione e conoscenza cosmica, possa diventare la forza più potente per costruire un mondo più pacifico e più umano.
Prime: Dieci scienziate per l’ambiente, Codice Edizioni, 2023. A cura di Mirella Orsi e Sergio Ferraris.
Ci sono libri che raccontano la scienza. E poi ci sono libri che raccontano ciò che la scienza non ha raccontato: le omissioni, le assenze, le voci rimaste ai margini. Prime. Dieci scienziate per l’ambiente, curato da Mirella Orsi e Sergio Ferraris, appartiene a questa seconda categoria. È un libro che non si limita a riportare alla luce dieci figure femminili decisive per la storia dell’ambiente: le interroga, le ricostruisce, le restituisce al presente come se fossero ancora qui, accanto a noi, a ricordarci che la crisi climatica non è solo una questione di dati, ma di narrazioni.
Il volume nasce da una scintilla quasi accidentale: la scoperta che Eunice Newton Foote, la donna che intuì il legame tra CO₂ ed effetto serra, è stata cancellata dalla storia. Una fotografia sbagliata, un trafiletto dimenticato, nessuna monografia. Da questa assenza prende forma un progetto che è insieme archivio, indagine e atto politico: dieci scienziate raccontate da dieci autori e autrici, ciascuno con il proprio stile, la propria sensibilità, la propria lente.
Il risultato è un’opera polifonica, viva, mai uniforme. Ogni capitolo è una voce diversa che si aggiunge al coro, e proprio questa pluralità diventa la cifra narrativa del libro: non c’è una sola storia della scienza, ma molte; non c’è un solo modo di guardare alla sostenibilità, ma una costellazione di prospettive che si intrecciano.
Le scienziate raccontate non usavano la parola “sostenibilità”, eppure la incarnavano. C’è Dian Fossey, che difende i gorilla con un approccio radicalmente umano, lontano dai modelli accademici. C’è chi ha studiato l’atmosfera, chi gli ecosistemi, chi le tecnologie, chi le relazioni tra società e natura. Tutte, però, hanno visto prima degli altri ciò che oggi consideriamo urgente.
E poi c’è il tema della rappresentazione: le ragazze che ancora oggi rischiano di essere allontanate dalle STEM, le scienziate escluse dai luoghi simbolici del sapere, la necessità di modelli che mostrino che la scienza non è neutra, ma attraversata da dinamiche di potere.
Prime è un libro che non vuole solo informare: vuole spostare lo sguardo. Vuole far capire che la storia della scienza ambientale è incompleta senza le sue protagoniste femminili. Vuole ricordare che una scienza che include più prospettive è una scienza più forte, più creativa, più capace di affrontare la crisi climatica.
Alla fine della lettura, ciò che rimane non è solo la memoria di dieci donne straordinarie. È la consapevolezza che la transizione ecologica non è solo una questione tecnica: è una questione culturale. E che raccontare chi è stato dimenticato significa immaginare un futuro più giusto.
In una frase. Un libro che illumina ciò che la storia ha lasciato nell’ombra e che mostra come la scienza, per essere davvero efficace, debba essere plurale, inclusiva e profondamente umana.