Pensieri divergenti – Elogio della scutigera

Ogni tanto, quando rientro a casa di notte e accendo la luce, con la coda dell’occhio vedo sul pavimento qualcosa che si muove in modo fulmineo e poi si blocca immobile in una zona d’ombra. È una scutigera: un centopiedi, insomma. Che meraviglia di bioingegneria le sue quindici paia di lunghe zampe! Gli zoologi ci insegnano che quasi tutte le specie di artropodi geofili hanno un numero di coppie di zampe che, sommato a 9, risulta divisibile per 8: una congruenza aritmetica bellissima. Deriva dal loro sviluppo embrionale, in cui alcuni segmenti iniziali si dividono in due per tre successive divisioni: la scutigera parte da tre segmenti, la scolopendra da quattro e così via. Ciò, secondo la legge di Williston, è indice di uno sviluppo evoluto, strutturato, non seriale come quello dei millepiedi. Da bambino, incontrando una scutigera, avrei reagito come i Samsa di fronte alla metamorfosi di Gregor. Oggi non più. A fronte del rischio esistenziale che stiamo vivendo come specie, sono affascinato da ogni forma di vita.
Com’è possibile, invece, che l’uomo sia ancora così indifferente alle sorti della biosfera? Al centro dei principali vortici di correnti oceaniche, che sono tra i più grandi ecosistemi planetari, si sono formate chiazze di immondizia che si estendono per milioni di chilometri quadrati e sono costituite per lo più da plastiche. Qualche giorno fa mi sono commosso nell’apprendere che la plastisfera (come ormai sono chiamati questi ammassi) non è inerte, ma pullula di esseri viventi, dagli estremofili ai granchi. Ho provato tenerezza per l’invincibile resistenza della Vita, che ci affratella a Gregor e ai crostacei dell’isola di spazzatura.
L’ammasso di immondizia mi ha richiamato alla mente anche la grande isola galleggiante della Vita di Pi. Una storia il cui titolo sembra misurare l’orizzonte circolare dell’oceano e che invita a superare il mito dell’antropocentrismo, riconoscendo pari dignità a tutti gli esseri senzienti, anche non umani. Dobbiamo porci dal loro punto di vista per ridurre il rischio esistenziale che grava sulla nostra specie.
L’Ue emana direttive sul benessere animale. È un fatto positivo, ma una mucca che può vivere fino a vent’anni raramente supera i cinque negli allevamenti intensivi, venendo macellata quando la sua produzione di latte cala. Loris, un agricoltore biologico che ho incontrato poco tempo fa, mi ha detto che ha una mucca di quasi diciotto anni ormai sterile: se la vendesse, ricaverebbe il doppio di quanto gli costerà provvedere al suo smaltimento dopo la morte naturale. Ma quella è la fine che vuole per lei: era la mucca preferita di sua nonna. Dobbiamo pensare la scutigera che corre libera nelle nostre case e la mucca di Loris felici.

 

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