Nucleare, in Italia si riapre la partita

Il Governo accelera con un disegno di legge delega che crea il quadro normativo per la reintroduzione di questa discussa fonte di energia: ecco cosa prevede

Il 16 marzo 1979 nei cinema americani arrivava Sindrome cinese, con uno straordinario Jack Lemmon protagonista di una corsa contro il tempo per impedire la fusione del nocciolo di un reattore nucleare che avrebbe potuto perforare la Terra, arrivando dall’altra parte del mondo, per l’appunto, in Cina. Un’ipotesi irrealistica, ma suggestiva. Appena dodici giorni dopo, però, nella centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania, si verificava il più grave incidente nucleare della storia americana: la parziale fusione del nocciolo del reattore numero 2. Il cinema aveva colto l’ansia da nucleare. Poi è la volta di Chernobyl e Fukushima, due tragedie che scandiscono la storia dell’atomo civile in tutto il mondo, ma che in Italia condizionano la politica energetica nazionale con un’emotività e una tempistica che non lasciano scampo. Il 26 aprile 1986 esplode la centrale di Chernobyl e l’anno successivo da noi si svolge il primo referendum sul nucleare; l’11 marzo 2011 un maremoto devasta la centrale di Fukushima e a giugno nel nostro Paese si vota per il secondo referendum. Così, dopo essere stati negli anni ‘60 la terza potenza al mondo nel nucleare civile, gli italiani prima vi rinunciano e poi confermano la scelta, abrogando le norme introdotte dal governo Berlusconi che ne permettevano nuovamente l’uso. Il risultato è un paradosso tutto italiano: abbiamo bandito il nucleare anche se ne possediamo il know-how, eppure acquistiamo l’energia prodotta con l’atomo dai nostri vicini. Sembra una vera e propria “Sindrome italiana”.

Ma il tempo passa, il quadro geopolitico internazionale cambia e con esso quello dell’energia. Così, il Governo Meloni ci riprova e il 17 ottobre 2025 presenta il disegno di legge “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile”. Il primo dicembre arriva alle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive e il 21 gennaio 2026 iniziano le audizioni dei 96 soggetti ammessi su 194 richieste. A essere ascoltate sono le maggiori realtà industriali, finanziarie, sindacali e amministrative del Paese, i rappresentanti di vari ministeri, il Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr) e altri esperti del settore. La quantità dei soggetti coinvolti testimonia la portata dell’iniziativa che punta a ridisegnare il futuro energetico dell’Italia da qui al 2050 e oltre. Il dossier che accompagna la legge chiarisce che «la delega conferita al Governo non si limita alla disciplina della produzione di energia nucleare sostenibile, ma comprende anche la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, lo smantellamento degli impianti esistenti e la ricerca nel campo della fusione nucleare. Ne deriva il tentativo di adottare un approccio integrato, che guarda all’intero ciclo di vita del nucleare». La legge, inoltre, deve soddisfare tre aspetti fondamentali che sono anche le gambe su cui poggia: obblighi europei e internazionali, politiche per la decarbonizzazione e sicurezza energetica nazionale. Il provvedimento, infatti, mira a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti (a fronte di scenari geopolitici che potrebbero comportare una repentina interruzione delle forniture), a contenere i costi energetici e a inserire il nucleare nel mix energetico nazionale per raggiungere gli obiettivi della roadmap Net Zero Emissions by 2050 dell’Agenzia internazionale dell’energia. È previsto, inoltre, un programma nazionale per lo sviluppo della produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e la possibile istituzione di un’Autorità per la sicurezza nucleare.

Già, ma di quale nucleare si parla? Mettendo da parte la fusione (contemplata ma ancora tecnologicamente irraggiungibile), il testo cita «nuovi impianti» come gli SMR (Small Modular Reactor), gli AMR (Advanced Modular Reactor) e quelli di quarta generazione, considerati «fondamentali per integrare le rinnovabili». Gli SMR sono piccoli reattori modulari basati su tecnologia di terza generazione con potenza fino a 300 megawatt elettrici, fabbricabili in serie con costi e tempi ridotti, per installazioni rapide e scalabili. Hanno un design più semplice, nuclei del reattore con potenza inferiore e sistemi di sicurezza passivi (come la circolazione naturale) per il raffreddamento del nucleo. Sono soluzioni che richiedono interventi molto limitati o addirittura nessun intervento da parte degli operatori, per portare il reattore in sicurezza in caso di incidente. Gli AMR sono SMR evoluti, con innovazioni nei sistemi di raffreddamento e nella gestione del combustibile e dei rifiuti. Meno maturi degli SMR, gli AMR promettono però più competitività in termini di sfruttamento delle risorse, riduzione dei rifiuti e flessibilità. La quarta generazione, invece, indica una famiglia di reattori in gran parte ancora allo stadio prototipale o dimostrativo, ma con obiettivi molto ambiziosi. Puntano, infatti, a usare il combustibile in modo molto più efficiente, a ridurre quantità e vita delle scorie, ad aumentare la sicurezza (anche in caso di incidenti gravi), a tagliare i costi e a limitare il rischio di proliferazione nucleare. Anche se alcune tecnologie di quarta generazione sono già state introdotte in qualche reattore sperimentale funzionante (ad esempio in Russia e Cina), ci vorranno ancora anni prima che possano fare la differenza e sostituire quelle attuali.
Ma perplessità esistono anche sulle tecnologie nelle quali il governo italiano sembra riporre più speranze nel medio termine: gli SMR. Uno studio dell’Università di Stanford pubblicato nel 2022 ha concluso che gli SMR «hanno presunti vantaggi in termini di costi e sicurezza rispetto ai reattori ad acqua leggera (LWR) esistenti in scala dei gigawatt. Tuttavia […] gli SMR produrranno rifiuti più voluminosi e chimicamente/fisicamente reattivi rispetto agli LWR, il che avrà un impatto sulle opzioni per la gestione e lo smaltimento di questi rifiuti. […] La perdita di neutroni, intrinsecamente più elevata associata agli SMR, suggerisce che la maggior parte dei progetti sono inferiori agli LWR per quanto riguarda la generazione, la gestione e lo smaltimento finale dei radionuclidi chiave nei rifiuti nucleari». Insomma, c’è il rischio di puntare su un cavallo azzoppato.

A riportare con i piedi per terra il Governo ci ha pensato, poi, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera), ascoltata in Commissione. Con una dura memoria del 17 febbraio 2026, l’Arera ricorda che l’Italia ha ancora pesanti questioni in sospeso con il nucleare, a cominciare dallo smantellamento dei vecchi impianti. Un’operazione (affidata alla società statale Sogin) che al 2023, dopo più di vent’anni, è giunta appena al 32% del totale, con costi previsti di quasi 11 miliardi, più che raddoppiati rispetto alle stime iniziali. C’è, poi, il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi ancora da localizzare, la cui realizzazione è stata differita da Sogin probabilmente al 2041.
Infine, ci sono le molte criticità evidenziate da accademici, esperti di diritto, ambientalisti e, non ultimo, anche dal Premio Nobel Giorgio Parisi. Mentre scriviamo, l’iter legislativo è ancora fermo all’esame in commissione alla Camera, ma se il Parlamento approverà la legge, da quella data il Governo avrà un anno per adottare i decreti legislativi e creare un quadro normativo organico sul nucleare sostenibile.

È lecito, però, domandarsi se per quell’epoca il nostro Paese sarà guarito dalla “Sindrome Italiana”. Se non l’ha fatto negli ultimi 40 anni, è difficile credere che ci riesca in pochi mesi. A meno che la paura delle bollette dovute alle crisi internazionali non superi quella della “Sindrome cinese”.

 

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