Bertrand Russell, tra logica matematica e pacifismo

Bertrand Russell, filosofo, matematico, logico e pacifista britannico, nasce il 18 maggio 1872 a Trellech, una cittadina del Galles, da una delle più prestigiose e potenti famiglie dell’aristocrazia britanniche. Dopo essere rimasto orfano molto piccolo, viene cresciuto dai nonni, da cui ricevette un’oppressiva educazione vittoriana soprattutto da parte della nonna i cui insegnamenti quotidiani erano: “Ricorda che la riservatezza è la base della vita, non devi mai alzare la voce, devi dominare i tuoi impulsi, non devi mai trasgredire a nulla di ciò che ti viene insegnato, la curiosità deve fermarsi al limite della morale”. Forse, diceva Russell, proprio da qui era nata la sua esigenza di scoprire la vita in tutti i suoi aspetti, le idee imposte rischiano spesso di bloccare l’intelligenza.

In quegli anni si avvicina alla matematica, unica sua fonte di gioia.  Come egli stesso racconta: “Durante l’adolescenza, la vita mi era odiosa e pensavo al suicidio; ma questo mio proposito era tenuto a freno dal desiderio di approfondire la conoscenza della matematica”. A quindici anni inizia ad appassionarsi anche alla filosofia e dal 1890 studia filosofia e logica presso l’Università di Cambridge.

Ha dato preziosi contributi alla logica matematica moderna, costruendo un sistema che nella sua intenzione doveva essere la codifica di tutto il pensiero deduttivo, dopo aver scoperto che il sistema esposto da Frege era contradditorio.

Frege è stato il pioniere del logicismo, la prospettiva secondo cui l’aritmetica è riducibile alla pura logica poiché formata da proposizioni analitiche. Con il suo progetto, egli intendeva dimostrare che i giudizi aritmetici non sono sintetici a priori – come sostenuto da Immanuel Kant nella Critica della ragion pura – bensì analitici, e quindi dimostrabili affidandosi esclusivamente alle regole del pensiero raziona. Die Grundlagen der Arithmetik (“I Fondamenti dell’aritmetica”) e Grundgesetze der Arithmetik (“I Principi dell’aritmetica”) sono le opere che rappresentano questo tentativo e il punto di arrivo di una vita di lavoro.

 

Gottlob Frege (foto di Emil Tesch)

Il 16 giugno 1902, mentre era in pubblicazione il secondo volume del suo libro, Frege riceve una lettera da Russell in cui dopo un primo paragrafo di lodi al lavoro del collega diceva: “C’è solo un punto in cui ho trovato una difficoltà. Lei afferma che anche una funzione può comportarsi come l’elemento indeterminato. Questo è ciò che io credevo prima, ma ora tale opinione mi pare dubbia a causa della seguente contraddizione. Sia w il predicato “essere un predicato che non può predicarsi di sé stesso“, w può essere predicato di sé stesso? Da ciascuna risposta segue l’opposto. Quindi dobbiamo concludere che w non è un predicato. Analogamente non esiste alcuna classe (concepita come totalità) formata da quelle classi che, pensate ognuna come totalità, non appartengono a sé stesse. Concludo da questo che in certe situazioni una collezione definibile non costituisce una totalità.”

L’idea espressa in questa lettera, e nota come “Paradosso di Russell”, distruggeva l’intera teoria di Frege, che tentò di abbozzare una soluzione in un’appendice al secondo volume dell’opera, senza risultare insoddisfacente.

Per superare questo vicolo cieco logico e salvare le fondamenta della matematica, Russell stesso elaborò una soluzione rivoluzionaria: la “teoria dei tipi”. L’idea di base era quella di organizzare i concetti in una rigida struttura gerarchica (i “tipi”, appunto), stabilendo che un insieme può contenere solo elementi di livello inferiore a sé stesso e mai sé stesso. In questo modo, l’espressione alla base del paradosso (“l’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a sé stessi”) veniva dichiarata logicamente illegittima e priva di significato, neutralizzando la contraddizione. Questa intuizione, espressa nel capolavoro Principia Mathematica, ha posto le basi per i moderni linguaggi di programmazione informatica.

Russell è una figura rara della cultura borghese europea della prima metà del Novecento anche per il suo impegno politico di pacifista, individuando nella disorganizzazione del sistema economico capitalistico internazionale una delle ragioni principali delle responsabilità di chi aveva scatenato la Prima guerra mondiale. La Prima guerra mondiale e il rischio nucleare dopo la Seconda guerra mondiale fecero di Russell per 50 anni un alfiere del disarmo e della fine degli arsenali atomici. È stato il fondatore di un tribunale internazionale, detto appunto, tribunale Russell contro l’esercizio violento del potere messo in atto in alcune parti del mondo e per i diritti e la liberazione dei popoli.

Per queste idee, Russell ha subito persecuzioni e carcere in Inghilterra e in America. Allo scoppiare della Prima guerra mondiale stava insegnando a Cambridge, ma i suoi colleghi lo tacciano di schierarsi con gli obiettori di coscienza e di instillare negli studenti idee pericolose, per questo perse la sua cattedra al Trinity College. Poco dopo, nel 1918, venne condannato a sei mesi di carcere per aver pubblicato un articolo pacifista giudicato sovversivo dalle autorità britanniche.

La sua attività di pacifista continua ancora di più dopo la Seconda guerra mondiale. A partire dagli anni Cinquanta, dopo aver compreso i catastrofici effetti collaterali delle radiazioni atomiche, Russell divenne, insieme ad Albert Einstein, uno dei più autorevoli sostenitori del disarmo nucleare.

 

Bertrand Russell

A seguito dei devastanti esperimenti nucleari statunitensi sull’atollo di Bikini, la BBC invitò Russell a tenere un discorso sulla bomba a idrogeno. Il 23 dicembre 1954, in prima serata subito dopo il telegiornale, il filosofo lesse il suo celebre appello Man’s Peril (“Il pericolo dell’uomo”), un monito sul rischio di estinzione della specie umana che ebbe una vastissima eco in tutto il mondo.

Questo storico discorso alla radio divenne la base per il passo successivo: il 9 luglio 1955 venne letto pubblicamente a Londra il Manifesto Russell-Einstein, l’ultimo accorato appello firmato insieme ad Albert Einstein (poco prima della morte dello scienziato) e sottoscritto da altri undici scienziati di fama mondiale, per invitare i governi a rinunciare alla guerra come strumento politico.

Nel 1960, vedendo che le vie diplomatiche tradizionali non bastavano a fermare la corsa agli armamenti atomici, Russell fondò il Committee of 100 (Il Comitato dei 100). L’obiettivo del gruppo era utilizzare la disobbedienza civile di massa e non violenta (sul modello di Gandhi) per costringere il governo britannico a rinunciare alle armi nucleari.

In un articolo pubblicato sul New Statesman nel febbraio del 1961, Russell spiegò le ragioni che lo spinsero a istituire il Comitato dei 100: “La campagna per il disarmo nucleare ha svolto e continua a svolgere un lavoro prezioso e di grande successo per far conoscere i fatti, ma la stampa si sta abituando alle sue azioni e inizia a dubitare del loro valore giornalistico. Pertanto, ad alcuni di noi è sembrato necessario integrare la sua campagna con azioni che la stampa sicuramente riporterà. C’è un’altra ragione, forse più importante, per la pratica della disobbedienza civile in questo momento di estremo pericolo. È molto diffusa la convinzione che, per quanto pessime possano essere le politiche governative, i privati ​​cittadini non possano farci nulla. Questo è un errore madornale. Se tutti coloro che disapprovano la politica governativa si unissero a massicce manifestazioni di disobbedienza civile, potrebbero rendere impossibile la follia del governo e costringere i cosiddetti statisti ad acconsentire a misure che renderebbero possibile la sopravvivenza umana. Un movimento così vasto, ispirato dall’indignazione dell’opinione pubblica, è possibile, forse imminente. Se vi unirete, farete qualcosa di importante per preservare la vostra famiglia, i vostri compatrioti e il mondo”.

Il 17 settembre 1961 era prevista un’enorme manifestazione a Londra, a Trafalgar Square, che prevedeva un sit-down (un blocco pacifico seduti per terra) per impedire il traffico e attirare l’attenzione pubblica. Le autorità britanniche, nel tentativo di decapitare il movimento prima della manifestazione, convocarono Russell e altri leader del comitato in tribunale con l’accusa di incitamento alla violazione dell’ordine pubblico. Il magistrato offrì a Russell una scappatoia: se avesse promesso “buona condotta” e si fosse impegnato a non partecipare alla manifestazione, non sarebbe andato in prigione. Russell rifiutò categoricamente, pronunciando una celebre dichiarazione in aula: “Se dichiaro di volermi impegnare alla buona condotta, dovrei tradire i principi che mi hanno spinto a fare ciò che ho fatto. […] Sono venuto qui perché ritengo che l’umanità sia sull’orlo di un disastro totale e che sia mio dovere fare tutto il possibile per evitarlo”.

Russell fu condannato a due mesi di prigione. Tuttavia, a causa della sua età avanzata (89 anni) e delle sue precarie condizioni di salute, la pena fu ridotta a 7 giorni da scontare nell’infermeria del carcere di Brixton.

L’arresto di uno dei più grandi filosofi e premi Nobel viventi sollevò un’ondata di indignazione mondiale. Mentre Russell era in cella, la manifestazione a Trafalgar Square si tenne comunque e fu un successo clamoroso: oltre 12.000 persone si sedettero in piazza e ci furono più di 1.300 arresti, in quella che passò alla storia come una delle più grandi azioni di protesta non violenta nel Regno Unito.

Per queste sue attività pacifiste viene nominato 46 volte al Nobel per la Pace senza mai riceverlo (Nomination Archive – NobelPrize.org), mentre gli viene assegnato nel 1950 il premio Nobel per la Letteratura grazie ai suoi importanti scritti sulla libertà di pensiero e sugli ideali umani.

“Lo scopo della mia vita è stato soprattutto quello di scrivere una serie di opere che procedessero dall’astratto alle verità particolari e un’altra serie dal particolare all’astratto. Questo l’ho fatto. Avevo sperato di formulare una teoria sociale e questo l’ho fatto. Avevo anche sperato che fosse possibile avere un’influenza sugli affari pubblici in modo da evitare la stupidità e la malizia che caratterizzano tante parti della vita umana. In questo sono fallito in maniera evidente rimango convinto che simili lotte diano significato e dignità alla vita degli uomini e siano obiettivi degni”.

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