Iran – Cosa si nasconde dietro i colloqui USA-Iran in Pakistan

Nel quadro dell’analisi delle dinamiche energetiche internazionali, la guerra tra Iran e Usa, e l’inevitabile coinvolgimento di tutti gli altri Stati del Medio Oriente, ha costituito e sta continuando ad essere un elemento di assoluta imprevedibilità e un acceleratore di situazioni già potenzialmente in essere (ad esempio la transizione energetica verso le rinnovabili).  Così, quando l’11 aprile 2026 le delegazioni di Washington e Teheran si sono sedute allo stesso tavolo a Islamabad, il primo contatto diretto tra le due potenze dal 1979, i riflettori si sono accesi non solo sulle possibili soluzioni al conflitto ma anche su un apparente nuovo protagonista, il Pakistan. La stampa internazionale ha raccontato l’ascesa di Islamabad da «stato paria» a mediatore indispensabile come una storia di riscatto diplomatico. Ma la domanda più interessante non è come il Pakistan sia arrivato a questo ruolo. È chi lo abbia messo lì.

I numeri che spiegano tutto

Per capire la partita diplomatica in corso, bisogna partire dai dati. Secondo l’EIA (Energy Information Administration), nel primo trimestre del 2025 la Cina ha assorbito il 37,7% di tutto il greggio transitato per lo Stretto di Hormuz, più di qualsiasi altro Paese, con margine enorme. L’IEA (International Energy Agency) ha quantificato il quadro complessivo: nel 2025 quasi il 90% dei volumi esportati via Hormuz era destinato ai mercati asiatici, mentre l’Europa ne riceveva appena il 10%. Il Columbia University’s Center on Global Energy Policy ha calcolato che tra il 45 e il 50% delle importazioni cinesi di petrolio transita per quello stretto, e il 31% del GNL importato dalla Cina arriva dal Medio Oriente. La crisi di Hormuz non è pertanto un problema europeo. È un problema cinese. E anche indiano, giapponese, coreano. Ma soprattutto cinese: nessun altro Paese al mondo ha una dipendenza così strutturale da quella singola rotta marittima larga appena 33 chilometri nel punto più stretto.

La Cina non costruisce alleanze

Nel 2021 Pechino e Teheran hanno firmato un accordo di cooperazione strategica ventennale, con la Cina che prometteva fino a 400 miliardi di dollari in investimenti in cambio di petrolio scontato. Sulla carta, sembrava un asse solido. Nella pratica, la Cina costruisce partenariati funzionali, validi finché il partner serve i suoi interessi. Un Iran che blocca Hormuz, che fa impennare i prezzi globali dell’energia e minaccia le rotte della Belt and Road Initiative, non è più un partner conveniente. È un ostacolo. Il Brookings Institution ha rilevato come la chiusura dello stretto abbia causato un calo del 25% delle importazioni cinesi di greggio dal Golfo nel marzo 2026. Eppure, Pechino si è guardata bene dal dirlo apertamente: ha preferito la pressione silenziosa a quella pubblica. Secondo GIS Reports, durante i negoziati di aprile la Cina ha esercitato pressioni su Teheran affinché partecipasse ai colloqui. Britannica ha documentato che il cessate il fuoco del 7-8 aprile è stato approvato da Khamenei dopo «un ultimo impulso della Cina».

Il Pakistan come vettore diplomatico

Perché Pechino non media direttamente? Le tensioni con l’amministrazione Trump lo rendono impraticabile. Il Pakistan era la soluzione logica. Come ha ricostruito il Council on Foreign Relations, Islamabad ha ottenuto ciò che i diplomatici delle grandi democrazie non erano riusciti a ottenere in mezzo secolo: trattative dirette tra Washington e Teheran. Il merito va al “Field Marshal” Asim Munir che, secondo The Hill, ha costruito un rapporto personale con Trump mantenendo canali aperti con Teheran.

Il centro studi di Al Jazeera ha sottolineato come il Pakistan goda di un «vantaggio raro»: canali funzionanti con Washington, Teheran, Pechino e le capitali del Golfo simultaneamente. Non è una coincidenza che, dopo le prime sessioni negoziali ad Islamabad, il ministro degli esteri pakistano Ishaq Dar si sia recato a Pechino per incontrare Wang Yi, e che proprio da quella visita, come riportato da Axios, sia nata l’iniziativa congiunta sino-pakistana per un cessate il fuoco e la riapertura dello stretto.

La lezione geopolitica

Questa crisi offre un caso di studio sul funzionamento del potere cinese nel XXI secolo: Pechino preferisce operare attraverso proxy diplomatici, con meno visibilità, meno responsabilità e la stessa influenza. È un modello che si ripete, dall’Afghanistan all’Arabia Saudita, dall’Africa subsahariana al Sudest asiatico. La Cina non appare mai come protagonista, ma spesso è lì che si decidono le partite.

Il Paese che più aveva da perdere da una chiusura prolungata di Hormuz non era l’Europa né gli Stati Uniti, era la potenza che quelle diplomazie preferiscono non nominare mai come protagonista. Per chi studia la geopolitica dell’energia, questa è la vera notizia. Non il Pakistan che media, non Trump che minaccia, non Khamenei che cede. Ma Pechino che, in silenzio, sposta i pezzi sulla scacchiera.

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