La Giornata della Terra, celebrata ogni 22 aprile, è nata più di cinquant’anni fa come un appello globale a ripensare il nostro rapporto con il pianeta. Oggi, in un’epoca segnata dalla crisi climatica, quel richiamo è più urgente che mai. Ma se vogliamo davvero comprendere come la scienza possa guidare la transizione ecologica, dobbiamo anche chiederci chi racconta questa storia, chi la costruisce, chi ne è stato escluso. È qui che entra in gioco Prime. Dieci scienziate per l’ambiente, il libro collettivo curato da Mirella Orsi e Sergio Ferraris, che riporta alla luce dieci scienziate che hanno cambiato il mondo. Non un semplice volume biografico, ma un progetto culturale che interroga il presente: perché così tante protagoniste della scienza ambientale sono state dimenticate? E cosa significa, oggi, restituire loro voce?

Abbiamo incontrato Orsi e Ferraris per parlare non solo del libro, ma soprattutto del ruolo delle scienziate nella ricerca ambientale contemporanea, delle sfide della comunicazione e del cambiamento culturale necessario per affrontare la crisi climatica.
Mirella Orsi, chimica farmaceutica, Science Writer e divulgatrice scientifica, lavora da anni sul confine tra scienza, cultura e società, interrogando non solo i contenuti della ricerca, ma anche il modo in cui vengono raccontati e percepiti. Sergio Ferraris è un giornalista scientifico tra i più autorevoli in Italia, specializzato in energia, clima e tecnologie pulite. Dirige QualEnergia e QualEnergia.it, collabora con le principali testate ambientali e ha firmato decine di documentari e pubblicazioni sulle sfide della transizione ecologica, dalle rinnovabili all’economia circolare.

Mirella Orsi
Dottoressa Orsi, la Giornata della Terra nasce per ricordarci che la crisi climatica è un problema sistemico. Dal suo punto di vista, qual è oggi il contributo più significativo che la ricerca scientifica può dare alla tutela del pianeta?
La crisi climatica è ormai un fenomeno sistemico e in parte irreversibile, quindi oggi la ricerca scientifica ha due compiti essenziali: aiutare ad adattarci ai cambiamenti già in corso e mitigare quelli futuri. Non può riportarci indietro, ma può fornirci strumenti, tecnologie, modelli e politiche per vivere in un mondo che cambia più rapidamente del previsto, proteggere le comunità vulnerabili e trasformare i sistemi energetici, alimentari e infrastrutturali. Oltre al ruolo tecnico, è fondamentale comunicare la crisi anche come fenomeno sociale, politico ed economico. Una buona comunicazione riduce la paura, propone soluzioni e crea nuove narrazioni che evitano il senso di impotenza. Senza nuove narrazioni più inclusive, plurali e umane rischiamo la news fatigue, quella sensazione di impotenza che ci fa credere che non ci sia più nulla da fare.
Com’è nato il progetto del libro Prime? Da quale esigenza o intuizione è partito?
Mirella Orsi: Il progetto è nato quasi per caso, durante una delle nostre chiacchierate di confronto ho detto a Sergio che l’effetto serra era stato scoperto da una donna, Eunice Newton Foote. Lui è rimasto sorpreso, e da lì è partita la sua curiosità. Mi ha proposto di scrivere un articolo e, mentre studiavo la sua storia, ho scoperto una cosa che mi ha colpita profondamente: su Foote non esisteva praticamente nulla. Solo un trafiletto scritto da un giornalista dell’Ottocento, nessuna monografia, nessun approfondimento, e perfino la foto che circolava ovunque era sbagliata: ritraeva sua figlia, non lei. Foote è morta senza sapere di aver fatto una scoperta epocale, e per più di un secolo nessuno le ha riconosciuto il merito di aver individuato il legame tra anidride carbonica ed effetto serra. Senza Eunice Newton Foote, Prime non sarebbe mai esistito. Da quella scintilla iniziale è partita l’idea di raccontare scienziate dimenticate attraverso la voce di giornalisti scientifici e ambientali. Ho chiamato Sergio, l’idea gli è piaciuta subito, e da lì abbiamo iniziato a costruire il progetto: un team paritario di autrici e autori per riportare alla luce ciò che la storia aveva lasciato nell’ombra.
Sergio Ferraris: Quando Mirella mi ha raccontato che l’effetto serra era stato scoperto da una donna, ne sono rimasto colpito, ma quella sorpresa si è innestata su un’esperienza che già conoscevo bene. Per anni ho moderato panel sull’energia quasi sempre composti da uomini. Solo recentemente sono apparse alcune donne, portando prospettive nuove e preziose, arricchendo il dibattito con dimensioni sociali e psicologiche spesso trascurate dagli uomini. Ho iniziato a cercarle attivamente per includerle nel nostro forum annuale perché la loro visione è complementare, rendendo il confronto più completo. Serena Ruggiero, ad esempio, affronta l’edilizia sostenibile in modo innovativo. È fondamentale che le idee delle donne abbiano pari opportunità di essere espresse e riconosciute, poiché altrimenti tutti perdiamo come società e comunità scientifica.

Sergio Ferraris
Trovo interessante che ogni storia abbia un autore e uno stile diverso: questo aumenta la curiosità del lettore. Com’è stato lavorare in gruppo? È più difficile o arricchente scrivere un libro insieme?
Mirella Orsi: Lavorare in gruppo è stato, allo stesso tempo, bellissimo e complicatissimo. Avevamo cinque autrici e cinque autori, ognuno con il proprio stile, il proprio ritmo, le proprie esigenze. Coordinare tutto è stato come scrivere un libro a venti mani: un’impresa titanica. Ci sono stati momenti in cui ho pensato davvero che non ce l’avremmo fatta, in questo Sergio è stato fondamentale per mantenere la calma. Però è stato anche estremamente arricchente. La varietà degli stili, delle sensibilità, delle prospettive ha reso il libro quello che è: un’opera polifonica, viva, mai monotona. Lo dice anche Davide Mazzocco, che lo definisce un’opera polifonica, e in effetti era esattamente ciò che volevamo ottenere: voci diverse che si intrecciano, ciascuna con il proprio stile, ma tutte orientate a raccontare un’unica storia collettiva.
Sergio Ferraris: Lavorare in gruppo è stato sicuramente impegnativo. Quando hai dieci autori, hai anche dieci idee diverse, dieci approcci, dieci modi di scrivere. Coordinare tutto questo è stata la sfida più grande, non è semplice tenere insieme tutto in modo coerente. Detto questo, la pluralità degli sguardi ha dato al libro una dimensione che un singolo autore non avrebbe potuto ottenere.
Come avete selezionato proprio queste dieci scienziate? E come vi siete divisi la scelta? Ogni autore ha scelto la sua preferita o avete imparato ad apprezzare le storie mentre le studiavate?
Mirella Orsi: La scelta delle dieci scienziate è stata il risultato di un lavoro lungo e molto ponderato. Siamo partiti da una lista iniziale molto ampia, pensata per rappresentare epoche, discipline e prospettive diverse, così da restituire un’immagine sfaccettata del contributo femminile alla scienza. Una volta definita, l’abbiamo condivisa con autrici e autori, abbiamo raccolto le preferenze, costruito delle classifiche e, incrociando esigenze narrative, equilibrio tematico e disponibilità, abbiamo individuato le dieci protagoniste finali.
Sergio Ferraris: La selezione è stata un lavoro collettivo, ma guidato da alcuni criteri precisi. Fin dall’inizio ci siamo dati un dogma: dovevano esserci cinque autori e cinque autrici, con un curatore e una curatrice. La parità di genere era per noi imprescindibile. L’unica eccezione è stata l’introduzione, perché era un testo unico e non potevamo sdoppiarlo: in quel caso si è offerto Maurizio Melis a scriverla. Ma per il resto abbiamo mantenuto rigorosamente l’equilibrio che ci eravamo prefissati.
C’è una storia del libro che secondo voi parla in modo sorprendentemente moderno di sostenibilità, anche se non usava ancora quella parola?
Mirella Orsi: Sì, assolutamente, anzi alla fine rileggendo tutte le storie ci siamo resi conto che la sostenibilità è proprio il filo conduttore invisibile che attraversa tutte e dieci le storie. Nessuna di loro usava quella parola, ma tutte la incarnavano, mostrando quanto queste scienziate fossero moderne, attuali, e quanto avessero già intuito problemi che oggi consideriamo centrali.
Sergio Ferraris: Concordo. Molte delle scienziate che raccontiamo hanno lavorato su temi che oggi definiremmo pienamente “sostenibili”, pur non avendo il linguaggio contemporaneo per descriverli. Dian Fossey, per esempio, è un caso emblematico: non veniva dal mondo accademico tradizionale, e proprio per questo ha portato un approccio diverso, più umano, più legato alla relazione con l’ambiente e con gli animali. Il suo lavoro sulla conservazione dei gorilla è, a tutti gli effetti, un lavoro sulla sostenibilità, anche se allora non lo si chiamava così.
La storia di Dian Fossey ha molte similitudini con quella di Goodall, ma la grossa differenza che ho notato è stata un’infanzia di ubbidienza ai genitori contro il proprio volere per la prima mentre l’appoggio di una madre amorevole per la seconda. Quanto contano ancora oggi le aspettative familiari nelle scelte delle ragazze, e possono contribuire ad allontanarle dalle discipline STEM?
Sergio Ferraris: Guardando alle ragazze di oggi, nelle grandi città il peso della famiglia sulle scelte professionali è meno determinante rispetto al passato. Gli ostacoli principali all’accesso femminile alle STEM sono altri: in Italia manca un sistema che permetta davvero di conciliare carriera scientifica e maternità, costringendo molte donne a scegliere. Paesi come Francia e Spagna, invece, hanno introdotto politiche efficaci che hanno aumentato sia la presenza femminile in ruoli di vertice sia la natalità. A questo si aggiunge un problema culturale radicato: la tendenza a relegare le donne a ruoli percepiti come “meno strategici”. È accaduto nella storia dell’informatica, quando le programmatrici, inizialmente quasi tutte donne, sono state progressivamente estromesse man mano che la programmazione acquisiva prestigio. Lo stesso meccanismo si ripete nei media: un esempio emblematico è l’assenza di Fabiola Giannotti dalle interviste uscite con il film Oppenheimer, nonostante fosse una delle voci più autorevoli per commentarlo. Un segnale evidente di come le donne vengano ancora escluse dai luoghi simbolici del sapere.
Mirella Orsi: Sì, la famiglia può avere un ruolo, ma il problema vero è strutturale e culturale. Ed è anche un problema di intersezionalità: una ragazza che cresce in un contesto ricco di stimoli e modelli può mettere in discussione ciò che le viene detto in famiglia; una che cresce in un contesto povero di opportunità farà molta più fatica. Per questo servono modelli, serve rappresentazione, e serve interrogarsi seriamente sui percorsi che offriamo alle nuove generazioni.
Quale messaggio sperate arrivi maggiormente ai lettori? Pensate che il vostro libro abbia interessato anche le ragazze e i ragazzi?
Mirella Orsi: Credo che su questo io e Sergio siamo perfettamente d’accordo. Il messaggio centrale del libro è un invito a guardare la scienza con occhi nuovi. Molte persone conoscono le scoperte scientifiche, ma non sanno che dietro quelle scoperte ci sono delle donne. Il nostro obiettivo è proprio questo: far capire che, se nella storia ufficiale non compaiono, non è perché non ci siano state, ma perché sono state nascoste o cancellate. Le dieci storie che raccontiamo vogliono stimolare la curiosità del lettore: sono un punto di partenza, un invito a cercarne altre, a chiedersi quali figure mancano ancora all’appello nel proprio ambito di studio o di lavoro. Speriamo che il libro arrivi anche ai ragazzi e alle ragazze.
Sergio Ferraris: Il mondo della scuola ha recepito molto bene il progetto. Abbiamo fatto diversi incontri e abbiamo trovato grande interesse sia da parte dei docenti sia da parte degli studenti che ci hanno fatto domande precise e molto articolate segno che l’argomento interessava. Quello che spero arrivi ai lettori è che la scienza ha bisogno di tutte le voci. Quando una parte viene esclusa, in questo caso le donne, non è solo un’ingiustizia: è un impoverimento per tutti.
Perché la comunicazione scientifica ambientale fatica a essere ascoltata? Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate nel comunicare questi temi al grande pubblico?
Sergio Ferraris: Per capire davvero le difficoltà della comunicazione ambientale bisogna guardare a come si è evoluta negli ultimi vent’anni. Fino al 2018 chi si occupava di ambiente viveva dentro una sorta di “bolla verde”: eravamo convinti di portare idee nuove, ma in realtà parlavamo soprattutto tra noi, con un linguaggio autoreferenziale che non raggiungeva quasi nessuno. Io ho iniziato a rendermene conto già con l’Accordo di Parigi e con la prima presidenza Trump, ma il settore nel suo complesso non era pronto a rivolgersi a un pubblico più ampio. Poi è arrivata Greta Thunberg, che ha mostrato a tutti quanto quella bolla fosse impermeabile al resto della società. Da lì c’è stato un grande slancio verso i temi ambientali, ma noi comunicatori non eravamo preparati: abbiamo continuato a usare linguaggi tecnici, convinti che “avere ragione” fosse sufficiente. E invece non lo è: così si perde il contatto con le persone.
Alcuni movimenti internazionali, come Fridays for Future o Extinction Rebellion, hanno sperimentato linguaggi nuovi e strumenti più efficaci. In Italia, però, questo cambiamento non c’è stato e oggi ci sono regioni, come la Sardegna, dove una parte consistente dell’opinione pubblica è convinta che le rinnovabili siano un pericolo. Questo perché chi è contrario ha saputo usare molto bene gli strumenti mediatici, mentre chi fa informazione ambientale continua a ignorare tre nodi fondamentali: parlare anche a chi non è già d’accordo, sperimentare linguaggi e metodologie nuove e usare tecnologie avanzate per comunicare meglio. Testate internazionali come Guardian e New York Times usano grafici e strumenti interattivi, mentre in Italia queste soluzioni sono rare; gli articoli ambientali spesso si limitano a opinioni o a un linguaggio tecnico che esclude i non esperti. Questo porta a una crisi del giornalismo, soprattutto quello ambientale, con effetti negativi: le rinnovabili sono viste come speculative, la mobilità elettrica come un complotto, e anche l’efficienza energetica viene accusata di essere imposta dalle lobby. Il problema non sono i fondi, ma la scarsità di innovazione e linguaggi nuovi. Chi diffonde disinformazione semplifica il messaggio e riesce ad arrivare al pubblico; comunicare dati in modo complesso fa perdere l’attenzione della gente.
Mirella Orsi: Sono d’accordo con Sergio. La controparte vince su due piani: semplifica e gioca sulle emozioni, soprattutto la paura. A tutto ciò si aggiunge il rumore di fondo della disinformazione: infodemia, fake news, narrazioni tossiche che si sovrappongono e rendono difficile distinguere ciò che è attendibile da ciò che non lo è. Viviamo in un’epoca di post-verità, in cui la verità soggettiva, se confezionata bene, pesa più dei dati. E questo crea una frattura profonda tra scienza e società. Quando la mia verità personale conta più dei dati che porto, il dialogo si interrompe. È una crisi culturale che si riflette su tutto: ambiente, politiche di genere, vaccini, educazione.
State lavorando a nuovi progetti editoriali o divulgativi legati alle donne nella scienza e/o all’ambiente?
Mirella Orsi: Ovviamente le presentazioni del libro continuano, l’ultima si è tenuta il 26 marzo a Bacoli e da questa già sono nate alcune proposte per altri eventi nei Campi flegrei. Nel frattempo, con la Fondazione IIF-Italian Institute for the Future sto lavorando alla prima pubblicazione del progetto Women in Futures Studies. Anche questa sarà una pubblicazione frutto di un lavoro collettivo che però si concentrerà su alcune professioniste del Foresight.
Sergio Ferraris: Sto lavorando all’idea di un nuovo libro dedicato alla democrazia energetica. Mi sono reso conto che, in questo momento storico, riflettere sulla democrazia, e farlo attraverso il prisma dell’energia, è diventato indispensabile. Mi occupo da tempo delle implicazioni geopolitiche e sociali dell’energia, e credo sia arrivato il momento di trasformare questo lavoro in un saggio.
Qual è la vostra opinione sul nucleare in Italia?
Sergio Ferraris: Il tema del nucleare, in Italia, è tornato nel dibattito pubblico in modo spesso strumentale. Viene presentato come una soluzione “verde” perché non emette CO₂, ma questa narrazione serve soprattutto a rallentare lo sviluppo delle rinnovabili. Ci sono due motivi principali: il primo è economico, investire nel nucleare significa sottrarre risorse alle rinnovabili, perché non esistono fondi sufficienti per sostenere entrambe le strade. Il secondo è tecnico, si sostiene che il nucleare possa compensare l’intermittenza delle rinnovabili, ma chi conosce il funzionamento delle centrali e delle reti elettriche sa che è un’ipotesi irrealistica. Non si costruiscono impianti enormi e costosissimi per farli lavorare al 40% della loro capacità, né possono modulare la produzione come una centrale a gas. Il punto è che il nucleare ripropone un modello energetico centralizzato: grandi impianti, grandi capitali, un mercato controllato da pochi attori e un consumatore passivo. Le rinnovabili, invece, aprono la strada a un sistema distribuito, in cui imprese e cittadini possono produrre energia, accumularla, scambiarla e diventare prosumer. È un cambiamento radicale, che mette in discussione gli equilibri di potere attuali. E poi c’è un dato spesso ignorato: secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2050 il nucleare coprirà circa il 10% della produzione elettrica mondiale, contro il 9% attuale. Crescerà, ma rimarrà una fonte marginale. Vale davvero la pena investire miliardi in una tecnologia che non diventerà mai dominante e che sottrae risorse alla transizione rinnovabile? A mio avviso, no.
Mirella Orsi: Vorrei aggiungere un aspetto legato alla parità di genere. Diversi studi mostrano un parallelismo interessante: quando aumenta la presenza delle donne nei tavoli decisionali, cresce anche il sostegno alle politiche ambientali anche per quanto riguarda il campo energetico.
Conclusione
La Giornata della Terra ci ricorda che la crisi climatica non è solo una questione di dati, modelli o tecnologie: è una questione di narrazioni, di voci e di sguardi. Le scienziate raccontate in Prime non appartengono soltanto al passato: sono parte di un filo che arriva fino alle ricercatrici di oggi, impegnate a comprendere e proteggere un pianeta in rapido cambiamento. Rendere visibile il loro contributo significa ampliare il campo della conoscenza, ma anche immaginare un futuro più giusto. Perché una scienza che include più prospettive è una scienza più forte, più creativa, più capace di affrontare le sfide del nostro tempo. E forse è proprio questo il messaggio più urgente della Giornata della Terra: non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuno né nella ricerca, né nel racconto del mondo che vogliamo costruire.
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