Il laboratorio non è un campo di battaglia!

La scienza è un’impresa collettiva fatta di scelte personali. Non è neutrale né un’entità astratta fuori dal contesto in cui si sviluppa. E noi che ci occupiamo di scienza siamo persone con valori, paure, responsabilità. In questo tempo attraversato da guerre e policrisi (climatica, ambientale, sociale, delle democrazie), sentiamo che alcune scelte non possono più essere rimandate. E nel tentativo di districare i fili del complesso mondo della ricerca, schiacciato tra interessi militari, dell’industria fossile e carrierismi, ci lasciamo indicare la strada da alcune scienziate.
Negli anni Cinquanta la chimica giapponese Katsuko Saruhashi rifiuta le ricerche militari. Studiando la dispersione del fallout radioattivo causato dai test con la bomba a idrogeno, sceglie di denunciare gli effetti devastanti di tali esperimenti. La sua voce, in un contesto dominato da uomini e da logiche militari, contribuirà alla consapevolezza globale sui rischi delle armi atomiche.
Negli anni Sessanta, con la teoria dell’endosimbiosi, la biologa statunitense Lynn Margulis cambia il modo di leggere l’evoluzione della specie: non solo competizione e “geni egoisti”, ma anche simbiosi tra organismi di specie diverse. A ricordarci che la vita ha preso il sopravvento costruendo relazioni e cooperando.
Guidate dalle orme di queste figure visionarie e controcorrente, come ricercatrici sentiamo di avere una grande responsabilità. Quale modello incarniamo nei nostri laboratori? Quali finanziamenti accettiamo? La retorica del dual use (tecnologie applicate in campo sia civile che militare) è diventata una zona grigia sempre più estesa. Ci viene detto che non possiamo controllare gli usi delle nostre scoperte. Ma è davvero così? A volte è difficile intuire le implicazioni del proprio lavoro, altre volte è più facile. In ogni caso, rinunciare a finanziamenti non è un gesto semplice. Significa avere meno risorse per fare ricerca e attrarre giovani, meno possibilità di carriera in un sistema che misura il valore sulla quantità di fondi attratti. Significa esporsi. Ma significa anche affermare che possiamo scegliere.
L’atteggiamento bellico non si manifesta solo nei conflitti armati. Si infiltra nel linguaggio, nelle metriche, nelle relazioni quotidiane. Se accettiamo che il laboratorio sia un campo di battaglia, finiamo per interiorizzare questa logica. Rifiutarla è un esercizio quotidiano: scegliere la cooperazione invece della competizione, la condivisione invece del prestigio personale, la cura invece del dominio.
Non siamo ingenue. Sappiamo che il mondo è complesso e interconnesso. Non esistono soluzioni semplici, ma crediamo sia necessario dire ad alta voce ciò che desideriamo: una scienza che non alimenti e non si alimenti della guerra; un ambiente di ricerca meno competitivo; istituzioni che sostengano solo chi sceglie di non violare i diritti umani; un’accademia che superi l’apartheid delle singole discipline per individuare soluzioni eque.
Di questo abbiamo scelto di parlare in “Sempre in gara? No grazie! Scienziate visionarie e controcorrente”, un dialogo tra Lynn Margulis e Katsuko Saruhashi inserito nello spettacolo corale “Intelligenze ribelli. Il teatro delle scienziate”, promosso da Associazione MaddMaths! con il patrocinio dell’Unione Matematica Italiana, andato in scena l’11 febbraio a Milano al Pacta dei Teatri, con la regia di Maria Eugenia D’Aquino. Il teatro è un luogo dove si esprimono corpi e idee. Un luogo politico che crea ponti tra chi usa le parole e chi le accoglie per rielaborarle e farle proprie. Dove si compiono scelte e si instaurano alleanze.
E noi vogliamo che la scienza torni a essere anche questo: un luogo di cooperazione, come tra le cellule narrate da Margulis, perché siamo un pianeta in simbiosi in cui gli esseri umani sono una parte di un insieme da mantenere in
equilibrio. Vogliamo che diventi anche uno spazio di responsabilità, come per Saruhashi, perché le soluzioni non sono mai solo tecnologiche, devono essere anche sociali e giuste per tutte e tutti, umani e non umani. Noi vogliamo che la scienza prenda posizione contro la guerra.

 

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