Un matematico in famiglia: Lalla Romano racconta Giuseppe Peano

Tutti abbiamo studiato Giuseppe Peano sui libri di scuola, ma per conoscerlo davvero è meglio affidarsi al ritratto intimo e familiare tracciato dalla penna della scrittrice Lalla Romano, sua pronipote

Lei, la scrittrice, è Lalla Romano (1906-2001), che esordisce in campo letterario già negli anni della Seconda guerra mondiale per imporsi poi all’attenzione della critica con il romanzo Le parole tra noi leggere, vincitore nel 1969 del Premio Strega. Lui, il matematico, è Giuseppe Peano (1858-1932), professore all’Università di Torino, riconosciuto e apprezzato a livello internazionale per alcuni importanti contributi all’analisi matematica pubblicati soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento: gli assiomi dell’aritmetica, il teorema di esistenza delle soluzioni di un’equazione differenziale ordinaria del primo ordine, gli assiomi di uno spazio vettoriale, la curva (detta appunto di Peano) che passa per tutti i punti di un quadrato ecc. Tra i due, la scrittrice e il matematico, sussiste un rapporto molto stretto: Lalla Romano è una pronipote di Giuseppe Peano (fratello del nonno materno).

 

Giuseppe Peano

Siamo nei primi decenni del secolo scorso. Negli anni Venti, Lalla è ancora una ragazza. Ha terminato gli studi al liceo classico di Cuneo, vuole trasferirsi a Torino per iscriversi all’università (scelta niente affatto scontata in quegli anni per una ragazza) e la famiglia pensa di mandarla con qualche mese di anticipo a casa dello zio Giuseppe, per maturare i suoi orientamenti a proposito degli studi da seguire e cominciare a prendere confidenza con la grande città. È così che Lalla ha l’opportunità di conoscere da vicino il grande matematico e la moglie Nina.
Diventata una scrittrice, dedica all’esperienza di quei mesi molte pagine del romanzo di formazione Una giovinezza inventata (1979), in cui racconta la sua educazione sentimentale, la passione per la pittura alla scuola di Felice Casorati e i rapporti avviati con professori e compagni nella Torino di quegli anni. Dello zio esce un ritratto intimo e affettuoso. Il matematico importante, noto per la logica stringente e gli implacabili controesempi con cui demoliva luoghi comuni accettati in campo scientifico con troppa superficialità, diventa uno zio bonario e arguto. Anche nel rapporto con la nipote non si dimentica di essere un matematico e ogni tanto le dispensa pillole di saggezza per invitarla a seguire le regole di una corretta deduzione.

 

Lalla Romano

Le propone dei problemi «che però si risolvevano in scherzo: mettevano alla prova lo spirito di osservazione, non la matematica; anzi, volevano canzonare la burbanza dei problemi». Le consiglia anche il modo migliore di mangiare le castagne: «Badavo a scegliere da un piatto di castagne la meno bella e così via, in modo da lasciare per ultime le migliori, anzi la migliore. Non senza motivo del resto: l’impressione ultima sarebbe stato il sapore della più buona mangiata alla f ine. Zio Giuseppe mi aveva insegnato a fare il contrario. Scegli invece la migliore, poi ancora la migliore: fino alla fine avrai sempre mangiato la più buona. Significava: altrimenti avrai sempre mangiato la peggiore. Era un trionfo della logica».

È un Peano molto simpatico quello descritto dalla penna di Lalla Romano, «dalla barba rada e dagli occhi fulminanti», con la sua erre moscia e la mania di scendere le scale correndo, socialista e pacifista, «che una volta aveva invitato operai riuniti in un comizio a bere sul prato della sua villa». La nipote ricorda che lo zio Giuseppe la portava a volte nella tipografia che aveva acquistato per stampare i suoi libri, ma anche in «pasticceria e mi diceva di mangiare paste finché ne avevo voglia». Per strada lo zio la precedeva, «finiva sempre col precedere la persona che aveva con sé, e per lo più la dimenticava. Io avevo il passo lungo, preso andando a caccia con mio padre; però lui correva. Io alta, lui minuto, magro, la testa di rabbino curva in avanti, un tic alla spalla».

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