Interviste – “Al liceo avevo 4 in matematica, ora lavoro alla Nasa”

Mai arrendersi: questo il motto di Dalia, che grazie alla sua determinazione ha superato le difficoltà nelle materie scientifiche arrivando a conquistare un posto nella più grande agenzia spaziale del mondo. Una storia esemplare per celebrare la Giornata Internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza

Ore 16.00 italiane, (7 a.m in California), cliccando il pulsante “partecipa” ci troviamo a Pasadena in California a casa di Dalia Raafat, che ci accoglie con una grande sorriso e una maglietta nera con il logo NASA. Scorgiamo la sua camera di cui non passa inosservata la parate rivestita da poster di radiotelescopi. Tra lezioni, laboratorio e turni al Jet Propulsion Laboratory le sue giornate scorrono veloci. La incontriamo qui, nel suo spazio quotidiano, per parlare del percorso che l’ha portata oltreoceano e lei con una gentilezza e una disponibilità straordinarie (nonostante il suo orario mattiniero per via del fuso orario) ci ha permesso di indagare vari aspetti della sua vita, dalle origini fino ai successi professionali. Di origine palestinese, ma nata in Italia e cresciuta dall’età di due anni a La Spezia, frequenta dapprima il liceo classico e poi la Facoltà di Ingegneria, laureandosi con il massimo dei voti in meccanica (laurea triennale) e in meccatronica (laurea magistrale). Prima della tesi, grazie ad un contatto creato su Instagram e ad un colloquio durate tre ore con Michelle Easter, cognizant engineer del gruppo di meccatronica alla NASA, riesce a crearsi l’opportunità di fare la sua tesi di laurea magistrale con lei. Durante quei mesi si fa notare e dopo solo cinque mesi le offrono un contratto a tempo indeterminato. Così dal 2023 è ingegnere alla Nasa, in particolare presso il Jet Propulsion Laboratory (JPL), il laboratorio dedicato allo sviluppo ed alla progettazione delle sonde senza equipaggio, dove lavora alla missione Mars Sample Return. Questa storia, che potrebbe sembrare un sogno irraggiungibile, rappresenta invece un esempio importante di riscatto e successo ottenuto con determinazione. Per molti giovani adolescenti, specialmente durante gli anni delle scuole superiori, offre uno spunto di riflessione sui propri sogni e sulle possibilità concrete di realizzarli.

 

 

Dalia, è vero che al liceo non riuscivi ad avere la sufficienza in matematica e fisica?

Sono sempre felice di raccontare la mia storia, perché non è lineare. Quando mi sono laureata, i miei professori chiamarono la stampa per via della mia tesi alla NASA, e sui giornali venni descritta come una “ragazzina prodigio”. In realtà, il mio percorso scientifico è stato tutt’altro che semplice: per anni ho faticato, forse per mancanza di esempi, di stimoli, o semplicemente di fiducia in me stessa. Al liceo classico ero brava in tutto tranne matematica e fisica, dove non ricordo di aver mai preso la sufficienza. Alle medie me la cavavo, ma al liceo l’approccio non funzionava per me e mi ero scoraggiata. Ricordo che quelle materie ci venivano presentate come qualcosa da imparare perché previsto dal programma, non come il linguaggio con cui è scritto l’universo. Solo all’università ho capito che matematica e fisica non sono un insieme di formule, ma un modo di pensare, uno strumento per capire come funziona il mondo. Quando leggo online battute del tipo “questa formula non serve a nulla nella vita”, penso che sia proprio questo il messaggio sbagliato che arriva a molti studenti. Non è la formula a contare, ma il processo che ti porta a comprenderla: è quella forma mentis che la scuola dovrebbe trasmettere.

Nonostante queste difficoltà nelle materie scientifiche cosa ti ha spinto a scegliere comunque la facoltà di ingegneria? C’è stato un episodio o una persona che ti hanno aiutato a superare il blocco mentale di non sentirti abbastanza brava in matematica.

 Alla fine della quinta superiore ero convinta di non voler fare né ingegneria né studiare a Pisa, e invece mi sono ritrovata proprio lì. In realtà volevo fare medicina, volevo diventare un neurochirurgo o cardiochirurgo, ma non superai il test di medicina per una cosa ridicola come uno 0,1. A quel punto non essendo iscritta a nessuna facoltà, ho scelto ingegneria perché era l’unica opzione che mi consentiva l’iscrizione. La scelta di ingegneria meccanica è stata casuale: l’ho selezionata perché il ragazzo seduto accanto a me e di cui ero diventata amica l’aveva scelta, ma non sapevo bene di cosa si trattasse. Insomma, direi una scelta del tutto casuale.

E poi a Pisa non ti è ritrovata bene e quindi sei andata a Genova. Come hai affrontato e cosa ti ha insegnato questa ripartenza? L’hai vissuto come una sconfitta?

 All’inizio sì, l’ho vissuta come una sconfitta. Facevo la pendolare La Spezia–Pisa e non riuscivo a studiare. Quando superai il primo esame capii però che ingegneria era ciò che avevo sempre desiderato, fin da bambina quando rispondevo “l’inventrice” o “la scienziata pazza” a chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande. Rifeci il primo anno, ma continuavo a fallire: studiavo tanto, con il metodo sbagliato e senza fiducia. Così rinunciai agli studi e ripartii da zero nel campus di La Spezia dell’Università di Genova, nonostante tutti mi consigliassero di cambiare percorso. Anche la mia famiglia aveva dubbi, ma io sentivo che quella era la mia strada. Un libro trovato per caso in aeroporto, dedicato al valore dell’impegno rispetto al talento, mi diede la spinta decisiva. Cambiai approccio: mi svegliavo prestissimo, studiavo per capire, facevo domande, andavo ai ricevimenti. Alla fine presi 30 in Analisi 1, un voto rarissimo per quel professore. Da lì è iniziato davvero il mio percorso.

E ora lavori niente meno che alla NASA? In cosa consiste il tuo lavoro? Ci puoi dire qualcosa?

Prima di laurearmi ho rifiutato offerte prestigiose, come una tesi a Harvard nel campo della robotica medica. Mi hanno dato della pazza perché ho frequentato la Scuola superiore dell’Università degli studi di Genova IANUA, ma non ho un dottorato, così mi dicevano che alla NASA dopo la tesi mi avrebbero lasciato a casa. Ma per me lavorare al JPL era il mio sogno e ho voluto inseguire quella possibilità, seppure incerta, e alla fine la mia determinazione è stata premiata. Dopo pochi mesi di tirocinio al Jet Propulsion Laboratory per la tesi di laurea magistrale, sono riuscita a ottenere un contratto a tempo indeterminato, dimostrando a chi non credeva in me, che ero in grado di raggiungere obiettivi importanti. Attualmente lavoro sul rover Perseverance, atterrato su Marte il 18 febbraio 2021, lo stesso giorno della mia laurea triennale. Il rover ha il compito di esplorare una specifica area del pianeta, prelevare una trentina di campioni rocciosi e depositarli sulla superficie. Il passo successivo previsto, e mai tentato prima nella storia dell’umanità, sarà il recupero e il trasporto di questi campioni sulla Terra. È un obiettivo senza precedenti nella storia dell’esplorazione spaziale, ma anche soggetto a continui aggiustamenti, viste le complessità tecniche, logistiche ed economico-politiche. Pertanto, in questa fase, il team sta valutando se Perseverance possa affrontare un percorso ancora più lungo, prolungando la sua operatività senza rischiare malfunzionamenti. AL JPL utilizziamo una copia identica del rover, insieme a due gemelli terrestri di Curiosity, per simulare le condizioni marziane e testare ogni componente meccanica. In particolare, stiamo analizzando uno degli attuatori delle ruote, ricreando in laboratorio le sollecitazioni estreme che il veicolo affronta su Marte. Queste prove ci permettono di stimare la durata delle ruote, verificare l’efficacia dei freni e individuare eventuali criticità prima che si manifestino sul campo. Un campione raccolto mostra una possibile “bio signature”, ma la conferma potrà arrivare solo analizzandolo sulla Terra. Alcune fasi della missione, sviluppate con l’ESA, sono in revisione, ma spero che il progetto prosegua: sarebbe un peccato lasciare quei campioni su Marte.

 

 

Ultimamente come cittadina non statunitense stai avendo difficoltà? Ci sono preoccupazioni su licenziamenti?

Negli ultimi anni il JPL ha affrontato una forte riduzione di personale per motivi di budget e decisioni politiche: circa duemila persone coinvolte in layoff non legati al rendimento. Per chi, come me, non ha la cittadinanza americana, la situazione è ancora più delicata: il mio visto dipende dal lavoro; quindi, perdere il posto significherebbe dover rientrare in Italia. È stato un periodo molto stressante, soprattutto perché i tagli sono iniziati poco dopo la mia assunzione. Per ora ho mantenuto la mia posizione e continuo a sperare di restare in un ambiente che considero unico e stimolante perché ci sono persone che provengono da ogni parte del mondo e con formazioni molto diverse. Inoltre, ci sono anche parecchi italiani, visto che l’università italiana è dura ma fornisce una preparazione apprezzata in tutto il mondo, così mi sento meno sola e una volta al mese ci troviamo a pranzare tutti insieme.

L’arrivo del nuovo amministratore Isaacman che viene dal privato, che cambiamenti ha portato? Siete fiduciosi o spaventati?

La Nasa è rimasta a lungo senza un amministratore e questo ha generato incertezza. Ora tutti attendono di capire quale direzione prenderà il laboratorio che, pur essendo formalmente parte del Caltech il rinomato California Institute of Technology, opera come centro NASA. Questo comporta che i fondi per le nostre missioni arrivano dalla NASA, la quale si occupa di distribuire le risorse ricevute dal governo federale fra i sette centri NASA presenti negli Stati Uniti. La distribuzione dei finanziamenti è strettamente legata agli obiettivi del governo e all’interesse del pubblico nei confronti delle attività spaziali. In questo senso, il nostro lavoro è influenzato da dinamiche politiche e da scelte che spesso riguardano il settore pubblico in generale. Ogni decisione può influire sulla continuità dei progetti. Nonostante questo, rimango fiduciosa: il mio desiderio è continuare a lavorare qui e vedere un giorno i campioni di Marte arrivare sulla Terra.

 

 

Dal punto di vista femminile, penso al film “Il diritto di contare” ambientato alla fine degli anni Sessanta, dove le donne alla NASA erano impiegate solo per i calcoli e mancavano addirittura i servizi igienici per le donne di colore. Anche l’ingegnere Amalia Ercoli Finzi mi ha raccontato che spesso nei congressi era l’unica donna veniva scambiata per la segretaria o invitata a portare il caffè. Certo da allora sono stati fatti molti progressi ma dal tuo punto di vista, come ti trovi a lavorare in questo team come donna? Ritieni che ci sia ancora strada da fare per la parità?

 La mia esperienza al JPL è molto positiva. Non c’è parità numerica, ma la presenza femminile è alta, soprattutto rispetto all’Italia. Anche il contesto californiano favorisce inclusione e pari opportunità. In Italia, invece, la disparità era evidente già all’università ricordo che in un corso di circa trecento studenti al primo anno di triennale eravamo solo sei donne e alla magistrale in ingegneria meccatronica su sei studenti io ero l’unica donna. Credo che pesino ancora stereotipi radicati. Io sono stata fortunata: mia madre mi ha sempre lasciato libera di scegliere giochi e passioni. Ma molte ragazze vengono indirizzate altrove. Per cambiare davvero serve lavorare sugli stereotipi fin dall’infanzia e trasmettere alle nuove generazioni la libertà di scegliere senza condizionamenti.

Oltre a Michelle Easter, ingegnere meccatronico e cognizant engineer del gruppo di meccatronica alla NASA, hai avuto anche altri modelli femminili nel tuo percorso di studio e di crescita personale?

Sì, molte figure mi hanno ispirata: Rita Levi Montalcini, Amalia Ercoli Finzi e le tante scienziate premiate con il Nobel, le cui storie ho approfondito leggendo libri dedicati. Anche una professoressa dell’Università di Genova, però, ha avuto un impatto significativo nella mia vita sostenendomi e incoraggiandomi. Severa all’apparenza, poi mi ha preso sotto la sua protezione riconoscendo il mio impegno. Mi raccontò che, al suo primo colloquio da ingegnere, il caos che aveva trovato in azienda era dovuto all’imminente assunzione di una donna: un episodio recente, che mostra quanto certi pregiudizi siano stati, e in parte siano ancora, radicati. Anche io ho incontrato ostacoli legati al mio cognome e al fatto di essere donna: un professore tentò di penalizzarmi nel voto, altri misero in dubbio le mie ambizioni. Ma queste esperienze mi hanno rafforzata e mi hanno spinto a inseguire il mio sogno negli Stati Uniti, rifiutando anche opportunità prestigiose pur di tentare la strada del JPL.

Cosa diresti allora ad una ragazza che sogna di lavorare nella scienza, ma si sente un po’ scoraggiata?

Le direi di non lasciarsi condizionare dalle opinioni degli altri. A volte i consigli nascono dal desiderio di proteggerci, altre volte da insicurezze o invidie. Se dentro di sé sente una scintilla, vale la pena seguirla senza riserve. Anche se le cose non andassero come sperato, si guadagna comunque consapevolezza e fiducia. Provare con tutto il cuore dà maturità e rispetto per la propria passione. Credo davvero che sia possibile raggiungere qualsiasi obiettivo procedendo con convinzione e dedizione.

 

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2 risposte

  1. Congratulazioni Dalia, la tua storia fa onore all’intelligenza e allo stato d’animo!
    Le sue azioni sono un tributo al merito, all’individualità e un pochino agli Italiani con la “I” maiuscola!
    Mi ha colpito che venisse discriminata per il genere ma anche per il cognome.
    Incredibile che nel 2026 ci si ancora tanta ignoranza e assenza di rispetto.
    Congratulazioni ancora

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