Canada, Groenlandia, Alaska, Ucraina. Ma anche la Luna e forse Marte. Perché il “Make America Great Again” di Donald Trump ha il sapore antico della conquista del west
Il 24 gennaio 1848 un immigrato svizzero di nome John Sutter, giunto in America in cerca di lavoro, trovò una vera fortuna: un grosso filone d’oro sulle rive del fiume Sacramento. Fu l’inizio della famosa corsa all’oro, l’epopea che richiamò migliaia di avventurieri da ogni parte del mondo e che si concluse nel 1855 con l’esaurimento delle vene aurifere.
Il 20 gennaio 2025, con l’insediamento del presidente Trump, è iniziata un’altra corsa, quella alle georisorse. Non solo a quelle classiche (petrolio, gas naturale o metalli) ma anche alle cosiddette ‘terre rare’ (Rare earth elements – Ree). La posta in palio è altissima. Dalle tecnologie per la transizione ‘verde’ all’industria bellica, dai microchip per l’IA alle batterie dei veicoli elettrici: chi avrà queste risorse controllerà le tecnologie del futuro e quindi il mondo. Questo spiega perché l’amministrazione Trump sembra intenzionata a dare la caccia a questi elementi ovunque si possano trovare: Canada, Groenlandia, Alaska, Ucraina e finanche sulla Luna e magari pure Marte, Musk permettendo.
“Le terre rare sono 17 elementi della tavola periodica: 15 formano il gruppo dei Lantanidi, cioè gli elementi che vanno dal lantanio al lutezio. A questi si aggiungono lo scandio e l’ittrio”, spiega Nicola Mondillo docente di georisorse minerarie e applicazioni mineralogico-petrografiche per l’ambiente e i beni culturali all’università Federico II di Napoli. “In realtà non sono elementi rari, anzi sono piuttosto comuni, ma sono relativamente pochi i siti noti in cui la loro concentrazione è tale da renderli sfruttabili industrialmente. Fanno tutti parte delle cosiddette materie prime critiche che includono anche altri elementi e materiali come il litio, il manganese, il titanio, il tantalio o la grafite”. L’elenco di questi elementi, però, non è uguale per tutti i Paesi o le comunità, dipende dalle risorse locali, dalle necessità e dalla disponibilità degli impianti di trattamento.
“E questo – riprende Mondillo – è un fattore critico perché le terre rare di solito si trovano contemporaneamente all’interno di minerali specifici e per separarle servono impianti di trattamento non alla portata di tutti. Il primato della Cina dipende da queste tecnologie”. Secondo i dati dell’United States Geological Survey (Usgs), la Cina è di gran lunga il principale produttore mondiale di Ree e anche il Paese con le maggiori riserve stimate al mondo: 44 milioni di tonnellate. Gli Usa, con appena 3,6 milioni di tonnellate di riserve si trovano in una pericolosa condizione di debolezza, se si considera che solo per la transizione ecologica gli esperti stimano che la domanda mondiale di risorse minerarie e metalli che potrebbe quadruplicare entro il 2040. “In generale – spiega Mondillo – tutte le nuove tecnologie elettroniche hanno bisogno delle terre rare. È grazie a loro se i primi e limitatissimi modelli di telefoni cellulari si sono evoluti nei moderni smartphone, ormai veri e propri mini-computer. Gli Stati Uniti, che sono grossi produttori di dispositivi e tecnologie high-tech, non avendo sufficienti risorse, si ritrovano a dipendere dalla Cina”.
Da qui, dunque, il rinnovato interesse statunitense verso le aree geografiche ritenute in possesso di queste risorse, a cominciare dalla Groenlandia fino al Canada che Trump vorrebbe come 51esimo Stato e dove si stimano in oltre 14 milioni di tonnellate le risorse di terre rare. “Da un punto di vista tecnico – chiarisce Mondillo – le riserve sono le masse di giacimento che possono essere estratte immediatamente, mentre le risorse sono quelle potenzialmente estraibili se si verificano alcuni fattori. In questo caso, per il Canada si parla di risorse. Dal punto di vista geologico, invece, la parte settentrionale del Nord America ha delle peculiarità. Il Canada è già un produttore di risorse minerarie e l’Alaska ha grandi miniere d’oro e altri elementi di interesse economico, quindi l’interesse degli Usa è giustificato. La Groenlandia, poi, è geologicamente simile alla penisola scandinava e al Canada: è costituita da terreni molto antichi che possono presentare delle mineralizzazioni e quindi sicuramente anche delle risorse. Appartenendo alla Danimarca, la Groenlandia negli ultimi 10 anni è stata esplorata anche nell’ambito di progetti europei per la ricerca di elementi critici, tra i quali anche le terre rare, e sono stati trovati numerosi siti di potenziale interesse che in alcuni casi sono anche stati valutati”.
Ma la Groenlandia è strategica per gli Usa da oltre un secolo anche per altri motivi. Tanto per cominciare, ospita la Pituffik Space Base, centro nevralgico del North american aerospace defense command (Norad), mentre la rapida fusione dei ghiacci artici degli ultimi anni sta aprendo nuove rotte commerciali, rendendo accessibili le enormi riserve fossili dell’area (petrolio e gas naturale) e minerarie, comprese le terre rare che, secondo l’Usgs, ammonterebbero a 1,5milioni di tonnellate. Con l’Alaska, invece, Trump gioca in casa e quindi gli è bastato firmare, il giorno stesso del suo insediamento, un ordine esecutivo per aprire alle trivellazioni l’incontaminato Arctic National Wildlife Refuge, annullare i limiti posti da Biden alle perforazioni nella National Petroleum Reserve-Alaska e rimuovere le restrizioni al disboscamento e alla costruzione di strade, in una foresta pluviale temperata che fornisce habitat a lupi, orsi e salmoni.
Ben più complessa la questione dell’Ucraina, a causa del suo ruolo negli equilibri geopolitici mondiali. Circa gli aspetti geologici, “l’interesse per l’Ucraina ha sorpreso un po’ tutti – spiega Mondillo – perché storicamente non è un produttore di terre rare ma di altri elementi come il manganese, la grafite o il titanio di cui è uno dei più grandi esportatori. Nel suo territo rio ci sono metalli, idrocarburi e i cosiddetti ‘minerali industriali’ come l’argilla, che servono per altre produzioni. Per le terre rare ci sono siti di potenziale interesse ma stimarne con precisione la quantità è difficilissimo. Si può ipotizzare che, siccome il mercato europeo dipende molto dall’Ucraina, controllarne le risorse potrebbe essere un modo per controllare l’Europa”.
Ma gli interessi di Trump si estendono anche nello spazio, che si tratti della Luna, degli asteroidi o di Marte. Già il 6 aprile 2020, durante il suo primo mandato, aveva firmato un ordine esecutivo nel quale, essenzialmente, considerava superati i precedenti accordi in materia e affermava per gli Usa “il diritto di impegnarsi nell’esplorazione commerciale, nel recupero e nell’uso delle risorse dello spazio esterno”, essendo questo “un dominio legalmente e fisicamente unico dell’attività umana e gli Stati Uniti non lo vedono come un bene comune globale”.
Insomma, Trump vorrebbe mano libera anche nello spazio, a maggior ragione oggi che a sostenerlo c’è Elon Musk.
Ma quanto è realistico tutto ciò? “Dal punto di vista teorico – chiarisce Mondillo – sappiamo che gli asteroidi possono avere dei nuclei simili a quello della Terra con leghe del ferro, nichel, cobalto e i platinoidi. La domanda però è quale sarebbero i costi e le difficoltà tecnologiche per estrarre risorse da un corpo celeste. La Luna è più vicina ma abbiamo informazioni limitate su cosa potremmo trovarci, così come abbiamo informazioni su Marte, soprattutto grazie ai satelliti che ne hanno studiato la composizione mineralogica e chimica della superficie e fornito informazioni anche sul sottosuolo. Tuttavia, con le attuali tecnologie non siamo in grado di utilizzare le risorse della Luna, né di Marte, né degli asteroidi.
Se guardiamo all’evoluzione tecnologica degli ultimi 20 anni, però, è possibile che tra altri 20 avremo questa capacità. Forse – suggerisce Mondillo – sarebbe più utile concentrare le risorse su tecnologie che permettano di fare progressi qui sulla Terra, visto che le miniere più profonde non superano i 2 km di profondità, mentre lo spessore di interesse per le risorse della crosta terrestre, in teoria, sarebbe dell’ordine delle decine di km. Allo stesso tempo – conclude – si potrebbe provare a migliorare le tecniche di esplorazione ed estrazione delle risorse sottomarine, per limitare gli impatti ambientali”.