Pensieri divergenti – Ricostruiamo la cultura del recupero

Lo scorso 25 ottobre in molte città italiane si è celebrato il Linux Day, la manifestazione che promuove la cultura del software open source, ovvero libero, aperto e dunque condivisibile e mantenibile. Ne sono un sostenitore nella Pubblica Amministrazione, sia per motivi etici («Public Money? Public Code!») che politici, per contrastare la sudditanza digitale nei confronti delle multinazionali e di quel software proprietario che, non essendo ispezionabile, rende l’utente ignaro di cosa venga eseguito. In Italia, dal 2005, vige il Codice dell’Amministrazione Digitale che obbliga le PA a privilegiare soluzioni open source per garantire efficienza, trasparenza e risparmio.
Troppo spesso, però, viene scavalcato. Da anni cerco di irrobustire questa norma a cominciare dalle scuole, anche per un’educazione alla libertà. Sostenere il software open source significa anche difendere un diritto cruciale che è alla base della sostenibilità stessa: il diritto al riuso, il Right to Repair. «Perché funziona?» è una domanda che, a partire dalla rivoluzione industriale, ci ha guidati alla consapevolezza. Ma ancora più utile nella “civiltà delle macchine” è stata la domanda «Perché non funziona?».
Rispondere a tale domanda e poi cercare di riparare la macchina (il cosiddetto troubleshooting) è alla base di innumerevoli professioni. Anche nella quotidianità domestica ha rappresentato la forma più naturale di educazione al problem solving, oltre a essere una fonte di autostima. Ebbene, da decenni è sempre meno facile rispondere a tale domanda. E ciò non solamente a causa della crescente complessità delle macchine.
Riparare è sempre più difficile perché pian piano ci è estato negato il diritto di poterlo fare. Ci hanno ridotti a essere “l’uomo a una dimensione”: quella del consumatore puro, che può/deve solamente sostituire un prodotto che non funziona più con uno nuovo, mentre non può/deve più riparare quello vecchio. Ciò vale dal mobile alla lavatrice, dalla stampante al computer. L’obsolescenza è programmata.
La cultura del recupero e del riuso, anche come pratica di libertà, non è più concessa. Possiamo solamente fare un ordine per un nuovo acquisto, meglio se online. È un meccanismo sempre più perfezionato e diabolico che fa pagare
l’innegabile costo alla comunità, che si vede privata dei negozi e degli artigiani di quartiere, senza pensare troppo ai consumi energetici e all’ambiente.
Anche per questo il Linux Day non è solamente una congrega di nerd: da loro passa la difesa del diritto alla solidarietà e alla condivisione che è alla base della società umana.

 

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