25 novembre e scienza: il silenzio che cancella le donne

Il 25 novembre – Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – ci invita a riflettere non solo sulle forme più visibili e drammatiche di violenza, ma anche su quelle più sottili e pervasive: parole, atteggiamenti e una cultura troppo radicata che minano continuamente l’autostima e accrescono il senso di colpa (così da poter manipolare più facilmente). Nel mondo della scienza, queste dinamiche hanno spesso assunto forma di discriminazioni, esclusioni, negazioni del merito che hanno impedito a molte donne di vedere riconosciuto il proprio lavoro.

La violenza di genere, infatti, non è solo fisica: può manifestarsi come sopraffazione professionale, invisibilità, appropriazione indebita dei risultati. È una violenza che colpisce la dignità e la memoria, cancellando contributi fondamentali dalla storia della conoscenza.

In questo consiste il paradigma di Goldenberg, secondo cui lo stesso materiale viene giudicato più favorevolmente se attribuito a un uomo piuttosto che a una donna, soprattutto se le candidature riguardano lavori considerati maschili. Celebre la storia di Ben Barres (1954-2017), professore di neurobiologia dell’Università di Standford, che per quarantatré anni è stato donna e ha raccontato di aver subìto le discriminazioni di un ambiente scientifico smaccatamente maschilista. In un lungo articolo pubblicato su Nature nel 2006 ha raccontato: «Prima di cambiare sesso, fino a quando cioè ero Barbara, non mi ascoltavano. Oggi invece posso finire una frase senza essere interrotto da un uomo». E ancora: «Al MIT sono stata l’unica studentessa a risolvere un complesso problema di matematica, ma il professore mi ha detto che era merito del mio ragazzo». E per concludere ha riferito che per caso aveva sentito un professore dire testualmente di un suo seminario: «Ben Barres ha fatto un ottimo lavoro, migliore di quello di sua sorella Barbara».

Un altro caso è il cosiddetto effetto Matilda, con cui si indica il sistematico oscuramento delle scienziate. È un fenomeno che ha origini molto antiche ma è stato descritto per la prima volta solo nel 1870 dalla scrittrice e attivista statunitense Matilda Joslyn Gage, a cui deve il nome. Ne abbiamo moltissimi esempi, tra cui quello di Maria Sibylla Merian. Siamo nel XVII secolo e Maria Sibylla Merian, nata a Francoforte nel 1647 in una famiglia di artisti e incisori, fin da bambina è attratta dal mondo naturale: ama osservare bruchi e farfalle che non solo alleva, ma di cui documenta anche con eccezionale abilità le trasformazioni attraverso disegni. Questa curiosità, unita al talento artistico ereditato dal padre e coltivato dal patrigno, la porta a unire arte e scienza in modo del tutto originale per l’epoca. Il momento più straordinario della sua vita è il viaggio in Suriname, intrapreso nel 1699 con la figlia Dorothea dove ha la possibilità di osservare moltissime nuove specie di insetti, piante e animali tropicali, raccogliendo informazioni anche dalle popolazioni indigene e africane. Ne nasce ub capolavoro, Metamorphosis insectorum Surinamensium (1705), un’opera che unisce rigore scientifico e bellezza artistica, con tavole di farfalle, ragni, serpenti e iguane accostati alle piante tropicali. Nonostante un iniziale successo (Linneo in prima persona l’ha spesso citata) la sua eco si esaurisce velocemente e già nell’Ottocento finisce nel dimenticatoio. Sebbene ancora oggi sia una figura poco conosciuta e quasi completamente esclusa dai libri di storia ed entomologia, da alcuni anni si sta finalmente riportando alla luce il valore del suo lavoro, riconoscendole il primato dell’approccio ecologico allo studio della natura.

 

Una delle incredibili illustrazioni di Maria Sybilla Merian

Saltiamo qualche secolo, cambiano i tempi… ma non le discriminazioni sessuali in ambito scientifico, basti pensare alla vicenda di Rosalind Franklin, di cui si è recentemente parlato vista la scomparsa del biologo statunitense James Dewey Watson.

Rosalind Franklin nasce nel 1920 nel Regno Unito, a Londra, studia fisica e chimica al Newnham College di Cambridge, dove si interessa particolarmente alla cristallografia a raggi X. Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca nel 1945, Franklin lavora prima a Cambridge, dedicandosi alla struttura dei carboidrati, e poi nel 1951 si trasferisce come ricercatrice al King’s College di Londra; porta con sé un bagaglio tecnico che pochi colleghi possiedono, dimostrando una capacità di ottenere e interpretare immagini di strutture cristalline con un livello di dettaglio straordinario. Inizia a dedicare le sue energie allo studio del DNA e, lavorando con rigore quasi ascetico in un ambiente accademico tutt’altro che accogliente per le donne, re iesce nel 1952 a produrre la famosa “foto 51”, un’immagine di diffrazione del DNA che forniva prove fondamentali a favore della struttura a doppia elica del DNA.

Parallelamente a Franklin, Watson e Crick, a Cambridge, stavano cercando di costruire un modello teorico della molecola. Non avevano accesso diretto ai dati sperimentali di Franklin, ma tramite un suo collega, Maurice Wilkins, Watson riesce a vedere la foto in cui riconosce il segno inconfondibile di una doppia elica. Così nel 1953 sulla rivista Nature vengono pubblicati tre articoli consecutivi: il primo, firmato da Watson e Crick, presentava il modello; il secondo, da Wilkins, Stokes e Wilson lo confermava; il terzo, da Franklin e Gosling, mostrava i dati sperimentali su cui tutto poggiava.

 

Rosalind Franklin

Quando nel 1962 viene assegnato il premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA a Watson, Crick e Wilkins, Franklin (morta quattro anni prima) non viene neppure citata: una donna protagonista al tempo era inaccettabile. Così il nome di Franklin fu cancellato per inerzia culturale, come evidenziato anche nel libro The Double Helix dello stesso Watson, in cui si riferisce alla scienziata chiamandola “Rosy” (ad un uomo non si sarebbe mai permesso di rivolgersi così) e descrivendola come “poco femminile”, “irascibile”, “ostinata”.

Anne Sayre, amica e collega di Franklin, pubblica nel 1975 Rosalind Franklin and DNA, un testo scritto per “restituire equilibrio” a una storia che era stata piegata al punto di vista maschile e competitivo di Watson. In seguito, biografi come Horace Freeland Judson e Brenda Maddox avrebbero contribuito a una rilettura più accurata e documentata del ruolo di Franklin e oggi Rosalind Franklin viene riconosciuta come una delle scienziate più influenti del Novecento.

Ma potremmo citare altri casi, troppi purtroppo. Da Lise Meitner, tradita dal suo amico Otto Hahn e doppiamente beffata perché da una parte non riceve il premio Nobel per la scoperta della fissione nucleare e dall’altra viene definita la madre della bomba atomica, proprio lei che ne aveva preso completamente le distanze, a Mileva Maric, moglie di Albert Einstein e suo fondamentale supporto nei primi anni di carriera (anche da un punto di vista matematico), all’astrofisica britannica Jocelyn Bell Burnell che nel 1967 scopre, durante il suo dottorato di ricerca, la prima pulsar, una delle manifestazioni astronomiche delle stelle di neutroni, senza poterne rivendicare la paternità che va al suo supervisore della tesi (nel 1974 il supervisore, Anthony Hewish, e il collega Martin Ryle ricevono il Premio Nobel per la Fisica).

 

Nettie Stevens

 

Meno famose forse ma ugualmente importanti sono le storie di Nettie Stevens e Chien-Shiung Wu. La prima, biologa e genetista americana, nel 1905 dimostra che il sesso di un organismo è determinato a partire dai suoi cromosomi, sulla base dell’individuazione del cromosoma Y nel Tenebrio molitor, un coleottero della farina. Gli studi, che in un primo momento vengono condotti su Drosophila melanogaster, il comune moscerino della frutta, ispirano Thomas Hunt Morgan, il quale li porta avanti su questa specie dopo la morte di Stevens, occorsa nel 1912. Nel 1933, Morgan ottiene il premio Nobel, mentre il lavoro della scienziata non ottiene il riconoscimento dovuto fino al 1994, quando viene inserita nella National Women’s Hall of Fam.

Chien Shiung Wu invece nasce nel 1912 vicino a Shanghai, in un periodo di grandi cambiamenti per la Cina, quando le donne cominciano ad avere accesso all’istruzione. Suo padre, convinto sostenitore dell’uguaglianza, fonda la prima scuola femminile della regione: lì Wu iniziò il suo percorso, incoraggiata dai genitori. Fin da giovanissima mostra un talento straordinario e, a soli dieci anni, lascia la famiglia per proseguire gli studi a Shanghai. Nel 1929 entra all’Università Nazionale Centrale e nel 1934 si laurea in fisica con il massimo dei voti. Grazie a una borsa di studio e al sostegno di uno zio, nel 1936 parte per gli Stati Uniti. Doveva andare al Michigan, ma una visita al dipartimento di Berkeley cambia il suo destino: il professor Lawrence, inventore del ciclotrone, rimane colpito dalle sue capacità e le offre un dottorato. Wu accetta e si immerge nella fisica nucleare, collaborando con figure come Emilio Segrè e Robert Oppenheimer. Durante la guerra contribuisce al Progetto Manhattan, lavorando alla separazione dell’uranio 235, fondamentale per la costruzione della bomba atomica. Nonostante i pregiudizi che limitavano le donne nell’accademia, riesce ad ottenere un posto alla Columbia University, dove continua la sua ricerca.

Il momento più celebre della sua carriera arriva nel 1956, quando mette alla prova l’ipotesi di Lee e Yang sulla non conservazione della parità nelle interazioni deboli. Con un esperimento raffinato e difficilissimo, riesce a dimostrare che la natura non è simmetrica come si pensava, ma nonostante la portata della scoperta viene esclusa dal Nobel che viene assegnato solo ai teorici Lee e Yang. Negli anni successivi passa dalla fisica nucleare alla biofisica, e si impegna anche come divulgatrice, viaggiando per il mondo per raccontare la sua esperienza e incoraggiare le giovani donne a intraprendere la strada della scienza. Muore nel 1997, e le sue ceneri sono state deposte nella scuola fondata dal padre, simbolo del legame profondo con le sue origini e con l’idea di istruzione come strumento di emancipazione.

 

Oggi sicuramente molto è stato fatto ma, nonostante i progressi, le barriere persistono, come ci dicono questi dati:

  • Solo il 35% degli studenti nelle discipline STEM è donna.
  • Le donne rappresentano meno del 30% dei ricercatori a livello globale.
  • Molte riportano esperienze di discriminazione o esclusione dai processi decisionali.

 

Questo probabilmente perché ancora l’abuso di potere e il mobbing costituiscono una violenza che limita la libertà di ricerca e la possibilità di contribuire pienamente al progresso.

Il 25 novembre ci ricorda che la violenza non è solo fisica ma è anche negazione, silenzio e invisibilità. Restituire voce alle scienziate dimenticate significa non solo fare giustizia storica, ma anche costruire un futuro più equo. La scienza ha bisogno di tutte le menti, senza barriere di genere.

 

BIBLIOGRAFIA

Prime. Dieci scienziate per l’ambiente, a cura di Mirella Orsi e Sergio Ferraris, Codice Editore, Torino, 2023

Sara Sesti e Liliana Moro, Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie, Ledizioni, Milano, 2023

3 risposte

  1. Concordo con il pensiero espresso dalla Dottoressa Gambarini, in modo particolare nel tratto in cui sostiene e descrive come le parole, gli atteggiamenti e una cultura ancora troppo radicata continuano a minare l’autostima delle donne, alimentandone il senso di colpa.
    Credo fermamente, come del resto evidenziato dalla Dottoressa, che l’istruzione sia uno strumento fondamentale di emancipazione: permette di riconoscere gli stereotipi e spezzare i modelli che li alimentano.
    Lorena Picenni

  2. Il 25 Novembre, parlare nelle scuole di violenza di genere anche in ambito scientifico, potrebbe dare un significativo supporto a tutte quelle studentesse che spesso si sentono estranee a quel mondo anche perché nei loro libri di testo compaiono molto raramente nomi femminili.
    La ringrazio Dottoressa Gambarini per avere dato ancora una volta un valido spunto di riflessione.

    1. Penso lo facciamo in tanti. Io per esempio parlo sempre di Rosalind Franklin di Barbara MC Clintock quando parlo di genetica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dimensione massima del file: 50MB Formati consentiti: jpg, gif, png Rilascia il file qui