Le radici scientifiche dell’ambientalismo

Il rapporto con la scienza è un nodo centrale dell’ambientalismo. Senza dubbio, le mobilitazioni in difesa dell’ambiente nascono da una spinta utopistica, dal rifiuto della tecnologia caratteristico dei movimenti controculturali degli Stati Uniti e di quelli giovanili sorti in tutto il mondo alla fine degli anni Sessanta. Ma un’attenta e matura riflessione porterà, con il tempo, a parlare di ambientalismo scientifico.

LA SCOPERTA DELLA COMPLESSITÀ
Nei primi autori ecologisti un motivo ricorrente è il richiamo a una visione solidale, non conflittuale, del rapporto tra l’uomo e la natura. Un rapporto che va a contrapporsi alla visione antropocentrica. Nel 1975, il fisico americano Fritjof Capra afferma che “la scienza moderna deve raccogliere l’insegnamento delle culture orientali adottando attacchi una visione olistica della vita, che consideri la Terra come un organismo vivente e non separi l’uomo dal mondo fisico”. L’idea della Terra come organismo vivente, in cui ogni parte è strettamente interdipendente con il tutto, è al centro del pensiero dell’americano James Lovelock, autore dell’ipotesi Gaia. Per Lovelock la biosfera ha molte delle caratteristiche di un essere vivente: mantiene spontaneamente le condizioni necessarie alla perpetuazione della vita e si adatta alle modificazioni indotte dall’esterno. L’ipotesi Gaia e l’olismo di Capra, presentando al tempo stesso caratteristiche di scientificità e un forte connotato emotivo, accompagnano l’ecologismo e l’ambientalismo alla scoperta della “complessità”, un nuovo modo di leggere la realtà naturale. Le scienze furono costrette a superare la concezione meccanicistica del mondo secondo cui è possibile spiegare qualsiasi fenomeno avvenga in natura con leggi universali ed eterne: un “paradiso perduto”, la perdita della meccanica classica, come lo definisce il fisico italiano Marcello Cini. L’interdisciplinarità, dunque, si presenta come soluzione all’incertezza degli eventi ambientali e alla non linearità dei processi.

UN PERCORSO A TAPPE
Nel 1962 Rachel Carson scrive Primavera silenziosa, un libro di denuncia circa l’abuso di pesticidi che portò alla messa al bando del Ddt nei Paesi industrializzati. Nel 1972, viene dato alle stampe The limits of growth, commissionato dal Club di Roma, guidato da Aurelio Peccei, agli studiosi del Massachusetts Institute of Technology. La ricerca dimostra l’impossibilità di una crescita materiale indefinita in un mondo dai limiti fisici finiti. Sempre nel 1972, a Stoccolma, si riunisce la prima conferenza mondiale dell’Onu sull’ambiente, preparata da uno studio dal titolo “Una sola terra”.

BELPAESE IN TRASFORMAZIONE
In Italia, i primi decenni del secondo dopoguerra cambiano il volto al Paese rurale della prima metà del Novecento: diminuisce la popolazione agricola, i paesi di montagna si svuotano e crescono disordine urbanistico e motorizzazione. La tragedia del Vajont nel 1966 e la fuoriuscita di diossina dall’Icmesa di Meda nel 1976, ricordata come disastro di Seveso, colpiscono l’opinione pubblica e incrinano il mito dell’industrializzazione. Nel marzo del 1979, l’incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania rinforza in Italia le proteste dei movimenti ambientalisti e studenteschi contro la costruzione di centrali nucleari. Al piano energetico del ministro dell’Industria Carlo Donat Cattin del 1976 si oppongono i movimenti ambientalisti animati dai fisici Gianni Mattioli e Massimo Scalia e dall’ecologo Virginio Bettini, che entrano in contatto con il movimento studentesco nato nelle università romane. Dall’incontro di queste due forze nasce il Comitato per il controllo delle scelte energetiche e da lì a poco, nel 1980, nasce la Lega per l’ambiente, l’attuale Legambiente.

BUONI MAESTRI
Con analisi scientifica e rigore accademico, due figure diverse fra loro spiccano fra coloro che hanno fatto crescere l’ambientalismo in Italia: Laura Conti e Antonio Cederna. Scienziata e scrittrice, partigiana, consigliera provinciale e regionale, deputata, Laura Conti intreccia nella sua vita molteplici impegni e interessi. Il suo libro Che cos’è l’ecologia del 1977, ispirato al dramma di Seveso, spiega come sia impossibile studiare i problemi ecologici senza metterli in relazione con quelli economici, con le leggi del mercato, senza approfondire quindi i rapporti tra l’agire umano e l’ambiente. Legando discipline diverse, Laura Conti unisce realtà distanti come l’eutrofizzazione dell’Adriatico e l’impatto della zootecnia della pianura padana.
Intuisce l’importanza di saper comunicare e farsi capire. Non a caso in Una lepre con la faccia di bambina del 1978 narra ai ragazzi la storia e il ricordo dell’incidente di Seveso. L’archeologo Antonio Cederna, personaggio scomodo e senza peli sulla lingua, ha incarnato una rara ed intelligente cultura dell’intransigenza. Quando la ripresa economica postbellica intensifica le minacce al patrimonio artistico e paesaggistico del nostro Paese, Cederna si impegna con la sua opera giornalistica – prima dalle colonne de Il Mondo, poi su Abitare, Casabella, Corriere della Sera, La Repubblica e L’Espresso – in difesa dei centri storici, per l’integrità dell’Appia antica minacciata dall’invasione edilizia, per la tutela dei parchi nazionali, per la prevenzione del dissesto idrogeologico e contro l’indiscriminata cementificazione delle coste. Autore di numerosi saggi, in un articolo su Oasis nel 1993, denuncia il giornalismo moderno: “La stampa – scrive Cederna – scopre così l’urbanistica quando frana Agrigento, il dissesto idrogeologico quando frana la Valtellina. I giornali arrivano sempre ridicolmente in ritardo, sempre a fatti compiuti, a rimorchio degli eventi. Ci fanno assistere solo all’ultimo atto della tragedia”. Un vizio che, tranne alcuni casi virtuosi, si perpetua nell’Italia che oggi si scopre fragile di fronte agli impatti della crisi climatica.

ECOMAFIE, UN RAPPORTO LUNGO 30 ANNI
Era il 5 dicembre 1994 quando Legambiente presentava il primo rapporto “Ecomafia” elaborato in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri e l’Eurispes. “Quella mattina – ricorda Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente e inventore del neologismo ecomafia – le nostre denunce contro l’aggressione criminale al patrimonio naturale ricevevano un riconoscimento istituzionale. Pochi mesi dopo, su iniziativa dell’on. Massimo Scalia, purtroppo recentemente scomparso, veniva istituita dalla Camera dei deputati la prima commissione d’inchiesta sul ciclo illegale dei rifiuti e nel 1999 il termine “ecomafia” entrava nel vocabolario Zanichelli”. L’introduzione del delitto di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti nel 2001, quella dei delitti ambientali nel Codice penale nel 2015 e l’approvazione, il 27 febbraio scorso, della nuova direttiva europea contro l’eco-criminalità testimoniano come trent’anni non siano passati invano. “È cresciuta – aggiunge Fontana – la consapevolezza, nell’opinione pubblica ma anche in politica. E sono state approvate riforme importanti.
Un quadro da completare con la legge contro le agromafie e l’agropirateria e con l’introduzione nel Codice penale dei reati contro gli animali”.

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