Per comprendere il senso del programma nucleare italiano nel contesto della storia economica e sociale della penisola conviene partire, sia pure a grandi passi, dall’inizio del secolo scorso, quando la modernizzazione del Paese e la sua trasformazione industriale si trovano a fare i conti con la scarsità di risorse energetiche. La scelta compiuta dagli uomini di governo (e dai tecnici) è quella di puntare sull’energia idroelettrica. Di carbone non ne avevamo o ne avevamo molto poco; di acqua, soprattutto al Nord, sembrava essercene in quantità virtualmente illimitata tanto che l’energia idroelettrica diventava il nostro carbone e non a caso venne ribattezzata “carbone bianco”. Si va avanti così fino alla fine della seconda guerra mondiale anche se via via diventa evidente il limitato potenziale di incremento dell’energia idroelettrica, spingendo ingegneri e tecnici italiani a intensificare le ricerche di fonti non fossili (non carbone) per l’integrazione del patrimonio energetico nazionale. L’energia nucleare è di là da venire, ma qualcuno comincia a parlarne. Lo fa un giovanissimo Enrico Fermi che nel 1923, appena laureato, accenna alla possibilità di produrre energia rompendo i legami dei nuclei atomici. Lo sviluppo delle ricerche nucleari, a cui lo stesso Fermi e i ragazzi di via Panisperna diedero il contributo che tutti conosciamo, renderà presto queste parole tutt’altro che utopistiche. Nel 1941, l’ingegnere milanese E. Severini scriveva sulla rivista Elettrotecnica: “Comunque, se anche l’energia di disintegrazione dell’atomo non può ancora mettersi in diretta concorrenza con l’energia di combustione e se anche non se ne potrà disporre tanto presto, non è lecito agli ingegneri scartare senz’altro l’eventualità che un giorno essi abbiano a doversi occupare di quelle che saranno vere proprie ‘centrali’ per lo sfruttamento dell’energia nucleare”. Come purtroppo oggi sappiamo, il giorno di cui parlava Severini verrà anticipato da Hiroshima e Nagasaki. Nonostante l’impressione di sorpresa e di paura suscitata in tutto il mondo dalle bombe che mettono fine al conflitto, la prospettiva nucleare è vista anche negli ambienti scientifici italiani come una grande occasione di sviluppo culturale ed economico per il Paese.
DAL PETROLIO ALL’ATOMO
Nel dopoguerra, la politica energetica italiana viene sollecitata dal contesto economico-politico alla ricerca di nuove strade: in particolare, gli Stati Uniti si rifiutano di concedere l’utilizzo dei fondi del piano Marshall per l’ulteriore sviluppo dei progetti idroelettrici. La loro convinzione è che solo un sostanziale spostamento verso il termoelettrico (che significava ricorso al loro petrolio) avrebbe potuto produrre in tempi rapidi l’energia necessaria a sostenere la ricostruzione del Paese. È una tesi che aveva dalla sua l’affermazione di innovazioni che legavano indissolubilmente all’impiego del petrolio lo sviluppo dei trasporti, dell’agricoltura e della chimica (produzione di materie plastiche) ma anche la facilità di movimentazione del petrolio, dovuta al suo stato liquido e all’alto rapporto tra potere calorico e volume e la sua convenienza in termini di prezzo. Da allora, dall’immediato dopoguerra, il termoelettrico è destinato in Italia a crescere a ritmi tali da coprire l’accelerazione della domanda energetica determinata dalla ricostruzione, dalla crescita della produzione industriale e dal miglioramento degli standard di vita degli italiani. Il 1966 è l’anno in cui la fonte termica arriva a prevalere sull’energia idroelettrica. Il passaggio al termoelettrico ci rende però dipendenti dalle importazioni di petrolio. I politici e i tecnici di quel periodo lo ritengono un prezzo temporaneo, che si deve pagare per il sostegno americano e per il beneficio che ne trarrebbe il “miracolo italiano” che inizia a mostrarsi. Ma già all’inizio degli anni Cinquanta, gli stessi politici e tecnici cominciano a cercare seriamente un’alternativa al petrolio, da sviluppare nel medio termine. Questa è la prospettiva del programma nucleare italiano, che prende piede anche per la debolezza con cui l’energia eolica e fotovoltaica (ancora in fase sperimentale) e la geotermica (che mostra anch’essa una limitatissima capacità di espansione) possono concorrere alla produzione. Dal 1955, inoltre, il nucleare italiano può contare su un nuovo atteggiamento americano: in quell’anno infatti il programma “Atomi per la pace” del presidente Eisenhower cancella l’Atomic Energy Act del 1946, che aveva limitato l’accesso alle tecnologie nucleari per le nazioni ex-nemiche nella seconda guerra mondiale. Per l’Italia la nascita e lo sviluppo del programma nucleare hanno significato anzitutto l’istituzione nel 1946 del “Centro informazioni studi ed esperienze” (CISE) a cui partecipano fisici, ingegneri e alcune delle maggiori aziende italiane di quegli anni per approfondire il tema delle applicazioni pacifiche della fisica nucleare. Poi, nel 1952, viene fondato, come istituto del CNR, il “Comitato nazionale per le ricerche nucleari” (CNRN) da cui nel 1960 nascerà il “Comitato nazionale per l’energia nucleare” (CNEN) al quale saranno affidati i compiti di direzione e di esecuzione della ricerca nucleare in Italia, nonché di rappresentanza dello Stato italiano a livello internazionale. Soprattutto, però, ha significato la costruzione delle prime tre centrali nucleari: quella di Latina inaugurata nel 1963; quella di Garigliano, inaugurata nello stesso anno ma fermata nel 1978 per una manutenzione che nel 1981 porterà alla sua chiusura, e quella di Trino Vercellese in attività dal 1965.
IL CASO IPPOLITO
La storia del nucleare italiano è segnata da forti conflitti politici, a livello nazionale e internazionale, e strettamente connessa alla nazionalizzazione dell’energia elettrica del 1962 e all’istituzione dell’ENEL che tra l’altro acquisisce le tre centrali nucleari. Subito dopo la sua istituzione, scoppia il caso di Felice Ippolito che era stato segretario del CNRN mettendosi in evidenza come una delle personalità più impegnate a favore dello sviluppo di una politica nucleare nazionale. Nell’estate del ‘63, Ippolito è oggetto di una violenta campagna di stampa nella quale si distingue particolarmente il futuro Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, che se la prende con “l’ossessione dell’energia atomica” e promette un’accurata vigilanza sull’utilizzo del denaro pubblico: “In quanto ai progetti che sentiamo nell’aria, di gettare altre centinaia di miliardi dalla finestra per costruire nuove centrali a combustibile atomico, ci proponiamo di vigilare per impedire nuovi assurdi sperperi”. Le polemiche politiche sulla gestione del nucleare e sui suoi costi si trasformano presto in un esplicito attacco personale. Ippolito viene accusato di un’eccessiva disinvoltura nella gestione dei fondi, di falso in atti pubblici, di interesse privato in atti d’ufficio. Viene arrestato. Molte delle accuse sono pretestuose, frutto chiaramente di una montatura politica, ma il processo si chiude con una condanna a 11 anni, che verranno poi ridotti a poco più di 5 (e si concluderanno dopo due anni trascorsi in carcere con la grazia concessa dallo stesso Saragat, diventato Presidente della Repubblica).
CHERNOBYL E FUKUSHIMA
Il caso Ippolito e le sue conclusioni provocano un inevitabile rallentamento del programma nucleare, anche perché all’inizio degli anni Settanta compaiono sulla scena politica italiana i primi movimenti “verdi”, che protestano contro le centrali nucleari e trovano un’eco interessata negli amministratori locali dei territori in cui le nuove centrali avrebbero dovuto essere installate. Così, un solo impianto si aggiunge ai tre in funzione: è quello di Caorso, i cui lavori iniziano nel 1970, e che inizia la produzione commerciale dieci anni dopo. Poi la crisi petrolifera del 1973, dovuta all’impennata del prezzo del petrolio in seguito alla guerra del Kippur e ricordata per le rigide misure di contenimento dei consumi petroliferi adottate per la prima volta nel nostro Paese, sembra rilanciare la scelta nucleare dell’esecutivo. Ma su tutto questo si abbatte nell’aprile del 1986 il disastro avvenuto nella centrale russa di Chernobyl (adesso in Ucraina). Il referendum dell’anno successivo ne è direttamente e inevitabilmente condizionato: con una maggioranza attorno all’80% viene tolto al Comitato interministeriale il potere di decidere sulla localizzazione delle centrali nucleari senza attendere il parere degli enti locali e all’ENEL la possibilità di partecipare alla costruzione di impianti nucleari all’estero. L’esito del referendum non vieta in modo esplicito la costruzione di nuove centrali né impone la chiusura di quelle in esercizio ma di fatto significa la parola fine per il (primo) progetto nucleare italiano: le tre centrali in funzione vengono chiuse e i lavori di quella in costruzione a Montalto di Castro interrotti.
Per il nucleare si aprono nuove prospettive con il nuovo secolo, l’impennata dei prezzi e la scelta politica di ridurre la dipendenza dell’Italia dal gas metano e dalla Russia. Viene elaborato un secondo programma nucleare che prevede la costruzione di nuovi impianti nucleari. Ma il copione visto con Chernobyl e il referendum del 1986 si ripete: il grave incidente di Fukushima è del marzo 2011; il referendum dello stesso anno, con una maggioranza ancora più schiacciante, porta all’abrogazione delle nuove norme che consentivano la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale.