Libri – Giuseppe Lupo, “Storia d’amore e macchine da scrivere”

L’amore tra un uomo e una donna, il viaggio e il futuro della tecnologia. Giuseppe Lupo in Storia d’amore e macchine da scrivere compie un excursus letterario dove il futuro non avrebbe senso senza le conquiste del passato

 

 

Un libro è tanto più importante quando riesce a comunicarci, in modo naturale, semplice e diretto discorsi diversi da quello letterale. Ma a volte riesce a fare di più. Riesce, anche, a evocare varie e disparate assonanze e analogie facendo emergere, appunto, connessioni non scontate. Per farci scoprire, intuendoli, nuovi mondi. Sulla cui struttura e sul cui funzionamento abbiamo solo pochi cenni per cui risulta necessario ripensare in modo nuovo ciò da cui eravamo partiti. Come se lo vedessimo per la prima volta. Questo fa Storia d’amore e macchine da scrivere, il libro di Giuseppe Lupo del quale possiamo (e, forse, dobbiamo) elencare alcune cose che ci verranno incontro appena girata la copertina blu in cui spiccano i tasti di una macchina per scrivere con evidenziati QWERTY (anche se non nella posizione usuale). Un nome, questo, che incontreremo spesso andando avanti nelle pagine e che è collegato al tema principale del libro che solo proprio alla fine verrà (dis)velato. Un nome che, nella sua leggera difficoltà ad essere pronunciato, avrebbe ben potuto essere proprio il titolo del libro come un modo per fare riferimento – in modo nascosto e implicito – alle difficoltà di individuare il bandolo per capire il vero messaggio che il libro vuole trasmettere. Difficoltà che nasce, forse, dal fatto che i messaggi trasmessi sono vari – a seconda della lettura che ne viene fatta. E alcuni vanno anche al di là della consapevolezza dell’autore, oltre che della sua volontà (cosa che pochi libri riescono a fare). Incontreremo il dilemma del dire e del non dire, della nostra trasparenza (agli altri ma anche a noi stessi), di quanto la nostra intimità possa e non debba essere violata dagli altri e dalle (o mediante le) macchine. Di quanto i nostri pensieri più profondi è bene che continuino ad essere avvolti dalla nube della non conoscenza (per usare una terminologia dei mistici medievali), simile, tra l’altro, alla nube di lontananza che avvolge i ricordi del protagonista dopo essere stato prelevato da “quattro uomini” sotto casa sua a Budapest. Momento in cui si accorge di avere con sé la “macchina da scrivere Olivetti” (che, vedremo, diventerà la sua coperta di Linus, una sorta di ancora di salvezza). I mistici medievali non si sono affacciati alla mente a caso; infatti, qualcosa di mistico, il silenzio del limite, è presente anche nell’esperienza del vecchio cibernetico che lo porterà a inventare QWERTY. Anche se il nostro vecchio cibernetico, quando era giovane, è stato anche a Palo Alto (“in uno degli appartamenti pragmatici e senz’anima che popolavano i sobborghi californiani”), il suo più grande risultato lo ha trovato proprio “nell’eterno confine dell’Europa che si annulla nell’Atlantico”. E, poiché viene poi aggiunto che quella è “la punta estrema dell’Occidente”, è spontaneo chiedersi se queste siano solo frasi che descrivono una situazione geografica e i connessi fenomeni atmosferici o si alluda anche a qualcos’altro.
Ma torniamo al guazzabuglio di cose disparate con cui ci confronteremo se leggiamo il libro. Torniamo all’intervista (che solo di questo, in fondo, si tratta) che un giornalista italiano, sardo per la precisione, vuol fare a un nomade apolide rigorosamente europeo. Sballottati dalla Danimarca al Portogallo, leggendo i dialoghi che si svolgono tra i protagonisti, saremo – implicitamente –, a nostra volta, interrogati anche noi, come già ci è successo più sopra.
Poi saremo coinvolti in questioni riguardanti il limen e il limes, affrontando il problema dei confini in vari modi. Della separazione e del non mescolamento di acque e mari ma anche di frontiere che, fortunosamente e fortunatamente, si riuscirà ad attraversare spostandosi da una riva all’altra del fiume Elba. Leggeremo lettere mai inviate. Incontreremo una bellissima definizione delle spie interne di un regime. Non ci verrà risparmiata la rivolta del 1956 in Ungheria e la sua repressione e ci recheremo nel Cimitero ebraico di Praga (indizio che anche la famosa primavera, conosciuta col nome di questa città, sarà coinvolta nelle tematiche profonde del libro?). Incontreremo Dennis Gabor che regala, a Londra, una macchina da scrivere Olivetti Lettera 22 a un suo giovane visitatore ungherese e, in questo girovagare, passeremo anche da Ivrea. E, poi, del protagonista, “incontreremo”, per così dire, anche la moglie, “dal braccio addormentato” (frase di assonanza omerica). Tutto questo sullo sfondo dei rapporti umani, di lavoro, affetto, stima, amicizia e amore (che è an che nel titolo del libro). Come fa da sfondo, in altro ruolo, il contesto sociale e politico. Che i rapporti umani e tutto il resto siano presenti è naturale trattandosi di un romanzo. Lo fanno tutti i romanzi. Che, però, il racconto riguardi solo lo sfondo mentre l’essenziale non viene narrato è una sorta di para dosso. Ci viene in mente ciò che la volpe disse al Piccolo Principe: l’essenziale è invisibile agli occhi.
Forse la volpe si riferiva anche ai nostri occhi che stanno leggendo le pagine del libro.

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