In memoria di Fulvia de Finetti

Con grande dispiacere abbiamo appreso della morte improvvisa di Fulvia de Finetti (1939-2024), figlia del grande matematico Bruno, al quale si deve la fondazione della moderna teoria delle probabilità in chiave soggettivista. Di Fulvia ricordiamo la gentilezza e la disponibilità, nonché la grande passione con cui manteneva viva la memoria del padre con numerose iniziative.

Per salutarla, ci piace qui riproporre una sua bella intervista di qualche anno fa in cui Gian Italo Bischi aveva ricostruito a partire dalle sue parole la straordinaria figura di Bruno de Finetti.

 

Ho recentemente avuto l’opportunità di raccogliere un’interessante testimonianza (su vari aspetti della personalità di Bruno de Finetti) durante una conversazione con la figlia Fulvia, che ho incontrato in occasione di una giornata dedicata al centenario della nascita del padre al recente Convegno triestino dell’AMASES (Associazione per la Matematica Applicata alle Scienze Economiche e Sociali).

In questi ultimi due anni – 2005 e 2006 – si sono tenuti numerosi incontri, manifestazioni e Convegni, in occasione dei vent’anni dalla morte e i cento anni dalla nascita, e tante cose sono state dette e scritte sullo scienziato e uomo di cultura. La stessa Fulvia ha molto contribuito a delineare un ritratto più completo della figura del padre, attraverso la ricostruzione di episodi, documenti e testimonianze. Ha persino creato un sito web, http://www.brunodefinetti.it/ ricco di notizie e materiale di studio. Il sito si apre con una frase di Dario Fürst, uno degli allievi di de Finetti: “l’uomo pubblico de Finetti, lo stesso scienziato de Finetti è soltanto la punta di un iceberg, e la parte profonda di de Finetti è ancora sconosciuta”.

In effetti, le testimonianze raccolte in queste pagine ci svelano nuovi aspetti e ce ne confermano altri già noti, aspetti che vanno oltre la sua produzione scientifica e la sua eredità nel campo della matematica e sue applicazioni. È con questo spirito che ho rivolto alcune domande a Fulvia de Finetti.

 

Ricorda qualche problema che suo padre si mostrava particolarmente orgoglioso di aver risolto, grazie alle sue conoscenze matematiche (ad esempio riguardante questioni sociali, economiche o finanziarie o della vita di ogni giorno)?

L’orgoglio non era nella sua natura. Tutto ciò che aveva a che fare con la Matematica era facile e ovvio per lui. Non gli costava sforzo, era naturale. Inoltre, mio padre non parlava mai di sé stesso né del suo lavoro. Quello che so, del suo lavoro, mi è stato riportato da altri o l’ho appreso ora, leggendo i suoi scritti.

Ora che ci penso, mi torna però in mente un episodio – relativo alla Matematica – avvenuto quando già lavoravo. Ebbi l’incarico di risolvere una complicata espressione matematica, scrivendo un programma per computer. Purtroppo non ricordo di cosa si trattasse. Mi rivolsi a papà per aiuto e lui immediatamente mi disse che bastava usare le coordinate polari e la lunghissima formula si ridusse in una formuletta risolvibile a mano! Il cliente fu molto contento di aver risolto gratis il suo problema!

 

Ma è possibile che le elevate conoscenze matematiche di suo padre (unitamente alla sua esperienza presso le assicurazioni o come docente di Matematica finanziaria) non venissero usate affatto per le questioni economiche della vostra famiglia? Ad esempio, il confronto fra diversi modi di investire il denaro o la scelta di un mutuo, una truffa o un inganno svelato grazie a un calcolo matematico ?

Credo non gli piacesse la Matematica finanziaria. Dei libri che ha scritto, quello che gli piaceva di meno era quello di matematica finanziaria.

Inoltre, era assolutamente contrario a speculazioni finanziarie. Non ha mai posseduto azioni e non faceva alcun tipo di investimento. Altrettanto contrario a contrarre debiti. L’unico mutuo che fece fu per acquistare la casa a Roma e anche lì ebbe una grana perché la banca non pagò una rata per sbaglio e rischiò di finire fra i protestati. Dell’amministrazione familiare si occupava mia madre, come di ogni altra incombenza pratica. L’unico investimento fu la casa. Odiava le speculazioni e disprezzava chi le faceva. Perfino nel caso dei lavori che gli venivano proposti, la scelta non cadeva su quelli più remunerativi. Come diceva spesso, faceva i lavori che lo interessavano e non quelli che portavano un guadagno pecuniario. Del resto, questo non dovrebbe meravigliare dato che ha più volte auspicato l’abolizione del denaro, che lui chiamava merda del diavolo (come ha scritto pubblicamente in un articolo pubblicato sul quindicinale L’Astrolabio ). Anche in questo era coerente con le sue idee, tanto che aveva sempre poche lire nel portafoglio, giusto il minimo per pagare il biglietto del tram e per il caffé nella pausa fra una lezione e l’altra. Il fatto di avere pochi soldi in tasca fu peraltro una fortuna, in quanto prestava così poca attenzione al portafoglio che gli fu rubato diverse volte.

Quanto alle assicurazioni era favorevole a quelle sull’incendio, perché in quel caso si perdeva tutto. Non a quelle sul furto, in quanto diceva che il premio che si pagava era troppo alto e praticamente, dopo alcuni anni, quanto pagato di premio avrebbe consentito di riacquistare quanto rubato.

Per quanto riguarda le applicazioni della Matematica a questioni pratiche, posso riferire questo episodio. Nel 1972 fu chiamato insieme a Dall’Aglio e Loreti dal Tribunale di Roma ad effettuare una perizia statistico-probabilistica per il processo intentato a importanti personaggi per gli appalti di lavori dell’ANAS. Nel 1997 sulla rivista Induzioni , Dall’Aglio ha raccontato la vicenda ed ha ricordato che mio padre era favorevole all’ingresso della probabilità nelle aule dei tribunali.

 

Viste le critiche (anche dure) di suo padre al modo in cui venivano insegnate le materie scientifiche – sto pensando ai tanti suoi articoli dai titoli molto esplicativi quali “Contro la matematica per deficienti”, “Come liberare l’Italia dal morbo della trinomite”, “La matematica non deve essere uno spauracchio” – ricorda qualche commento di suo padre riguardo ai suoi insegnanti o ai compiti che lei doveva svolgere a casa? Lo sentiva brontolare o arrabbiarsi sui programmi scolastici ?
Non ha mai fatto commenti sui miei insegnanti, anche perché non seguiva i miei studi. Non li avrebbe comunque fatti in mia presenza. L’unica volta in cui fece qualcosa riguardo ai miei insegnanti fu in occasione del temporaneo trasferimento a Roma nell’anno scolastico 1952-53. All’epoca dovevo essere iscritta in terza media e ci tenne a farmi frequentare la media del Liceo “Tasso” nella sezione in cui insegnava Emma Castelnuovo (la figlia di Guido).

In effetti, quello fu l’ultimo anno in cui ebbi qualche otto in Matematica, e ciò significava che il compito era tutto giusto. Alla domanda perché non dieci, se era tutto giusto, Emma rispondeva che per avere dieci bisognava non solo che fosse giusto il risultato ma ottenuto in modo diverso da quello che ci aveva insegnato.

Mio padre apprezzava l’insegnamento di Emma Castelnuovo che mi raccontò di aver conosciuto quando, appena laureato, si trasferì a Roma e frequentò la casa del padre. Emma era la ragazzina con le trecce che gli apriva la porta. Propagandava i libri della Castelnuovo e hanno collaborato in molte iniziative anche con Lucio Lombardo Radice.

 

Chiedeva mai a suo padre spiegazioni o consigli sulle materie scientifiche che studiava a scuola?

Frequentando il Liceo scientifico – i primi due anni a Trieste e poi a Roma – incontrai crescenti difficoltà nello studio della Matematica. A Roma, qualche volta provai a chiedere aiuto a mio padre che però si rifiutava di spiegarmi le cose come mi erano state insegnate a scuola e lo faceva in altro modo, per cui smisi di chiedergli aiuto. Aiuto che mi fece dare da un suo assistente che, avendo insegnato nelle scuole, era a conoscenza dei programmi che venivano svolti ed in particolare della prova per la maturità. Certamente le mie vicende scolastiche lo hanno spronato a condurre la sua battaglia contro la trinomite ed in uno dei suoi scritti infatti mi cita.

 

Ho letto, da alcuni suoi ricordi, che spesso seguiva suo padre nei suoi viaggi ai Convegni. Che impressione aveva dei contatti di suo padre con i colleghi e dell’ambiente dei Convegni in generale?

Alla cena del Congresso internazionale dei matematici del 1954, ad Amsterdam, ricordo che ci tenne ad andare insieme a me e a mia madre a salutare il professor Severi, che era al tavolo delle personalità. Per convincere mia madre e me, che bisognava farlo, disse solo che era stato oggetto di pesanti critiche durante le sessioni [6]. Ricordo che eravamo in un tavolo ad una certa distanza da quello delle “autorità” dove, ad una estremità, sedeva da solo il professor Severi. Non so se fosse solo perché gli altri non erano ancora arrivati o perché fosse un gesto architettato per contestarlo anche durante il banchetto. Ritengo che mio padre, accortosi della solitudine in cui era stato lasciato Severi e comprendendo il momento difficile che stava attraversando, abbia voluto fare qualcosa per dimostrargli la sua solidarietà, senza però fargli cenno a quanto accaduto. Probabilmente fu per questo che inventò la scusa di presentare moglie e figlia per avvicinarlo. Ricordo che Severi non sorrise e fu molto “severo” (mi permetta questo gioco di parole) mentre normalmente, quando papà mi presentava a qualcuno, ottenevo ben altra accoglienza. Solo così mi spiego il perché abbia coinvolto anche noi in un gesto che avrebbe potuto compiere da solo.

In uno dei primi Congressi in cui accompagnai mio padre, ricordo che un professore – al quale mio padre mi aveva presentata – mi prese da parte e mi disse: “ma lo sai che il tuo papà è un luminare?” La cosa mi fece una grande impressione e, tornati a casa, chiesi a mio padre: “ma lo sai che sei un luminare?” Non lo avessi mai detto. Diventò improvvisamente serissimo e quasi arrabbiato con me. Tentai di difendermi dicendo che non ero io a dirlo ma mi era stato detto da quel professore (non ricordo chi fosse), ma lui si fece promettere che mai più avrei detto una cosa del genere perché chi ascoltava avrebbe potuto pensare che fosse stato lui a suggerirmelo.

Mi è sembrato che i colleghi in generale ne riconoscessero le capacità scientifiche. Molti ci tenevano a parlargli e lui era sempre molto contento quando poteva parlare di argomenti scientifici. Per natura poco loquace, lo diventava in quelle occasioni.

Andando alle gite organizzate per i familiari dei partecipanti ai Convegni, ho avuto modo di constatare che a volte c’erano dei congressisti “imbucati” che accompagnavano le mogli in gita. Invano mia madre tentò di convincerlo a fare altrettanto. Mio padre seguiva le sedute dall’inizio alla fine.

 

Molti episodi e ricordi, riportati nelle “giornate dedicate a suo padre, mettono in luce il suo straordinario atteggiamento di attenzione e incoraggiamento per i giovani.

È indubbia l’attenzione di mio padre per i giovani. In questo spirito, alla sua morte – volendo.
Ricordarlo – mia madre decise per l’istituzione di una borsa di studio per i laureati nelle due discipline che più aveva coltivato: il Calcolo delle probabilità e l’Economia matematica.

 

Ricorda qualche episodio nei rapporti fra suo padre e gli assistenti o i giovani allievi?

Qualche anno dopo la fine della guerra, quando papà lasciò le Generali per dedicarsi a tempo pieno all’insegnamento universitario, cominciarono a frequentare la nostra casa a Trieste – prevalentemente di sera – due giovani, uno alto e magrissimo, l’altro di statura e corporatura normale, che rispondevano ai nomi rispettivamente di Mario Dolcher e Luciano Daboni. Questi giovani impegnavano mio padre in lunghe discussioni. Qualche volta si davano invece appuntamento di giorno al vicino giardino pubblico, dove io potevo nel frattempo scorazzare in monopattino. Erano gli assistenti o, come simpaticamente in un voluto lapsus Daboni ebbe a dire, gli assistiti.

Quando insegnava all’Università di Roma, ricordo che alcuni di loro si improvvisarono contadini per falciare l’erba della casa di campagna che il loro professore aveva comperato nei pressi di Roma. Infatti, mio padre sperava di poter lavorare con maggiore tranquillità in quella casa di campagna. Ma avendola acquistata d’inverno non aveva considerato che in primavera l’erba sarebbe cresciuta…

Ricordo inoltre Mirella Leone. Non so se fosse stata sua allieva, ma certamente dirigeva il piccolo Centro di calcolo che papà aveva realizzato quando insegnava alla Facoltà di Economia e commercio. Mirella Leone morì giovanissima, lasciando due bambini piccoli. Ricordo che mio padre fu molto impressionato da questo fatto e – cosa che non faceva spesso – volle partecipare al funerale e ci raccontò che gli era piaciuto vedere i due bambini tenuti per mano dal padre che seguivano il feretro. Il fatto che ce lo abbia raccontato dà conto del suo profondo coinvolgimento in quel triste episodio.

 

Quali insegnamenti può trarre, dalla vita di suo padre, un giovane che intende dedicarsi alla ricerca?

 

Il fatto di riuscire a dedicarsi alla ricerca anche in condizioni estremamente avverse e con tempi molto ridotti. Per trent’anni mio padre ha fatto orario d’ufficio presso le Assicurazioni Generali a Trieste; contemporaneamente, svolgeva libera docenza all’Università e aveva famiglia. Chi lo ha conosciuto sa che spesso rimaneva in ufficio anche oltre l’orario e anche all’attività didattica si dedicava senza risparmio di forze. Nonostante ciò, è proprio in questo periodo che ha pubblicato i suoi lavori più importanti. Alcuni suoi famosi libri e articoli sono stati scritti in tempo di guerra, con la minaccia continua dei bombardamenti. E c’erano meno strumenti a disposizione per la ricerca rispetto a oggi, con il risultato che si impiegava molto più tempo anche per le operazioni più banali. Basti pensare che non c’erano le fotocopiatrici. In mezzo ai documenti di mio padre ho ritrovato tanti articoli e capitoli di libri ricopiati pazientemente a mano, con la sua grafia minuta. Quando desiderava inviare a un suo collega un articolo che riteneva interessante, lo ricopiava a mano e lo spediva. Si pensi inoltre che, a causa dell’intervento subito alla gamba all’età di tredici anni, era costretto a scrivere sdraiato, utilizzando una tavoletta come supporto, e solo nel dopoguerra iniziò a usare la macchina da scrivere. Prima di allora, era mia madre che gli faceva da dattilografa. Sono queste le condizioni in cui si è realizzata la maggior parte della sua considerevole produzione scientifica e didattica.

Anche questa considerazione mi fa tornare in mente un episodio. Quando mio padre andò in pensione, i colleghi gli chiesero cosa avrebbe gradito come regalo da parte loro e lui rispose che desiderava tanto una fotocopiatrice. Purtroppo, risultò essere un regalo troppo costoso e ripiegarono sulla classica borsa.

Riguardo all’avversione di suo padre verso le ingiustizie e storture, ricorda qualche sfogo (sporadico o sistematico) riguardo a “disfunzioni, ingiustizie sociali o storture”?

La cosa che più lo faceva arrabbiare era la burocrazia. Ricordo un episodio relativo al prof. Fürst, che fu suo assistente a Roma alla Facoltà di  Economia e commercio. Ebbene, Fürst rimase per alcuni mesi senza stipendio – forse nel passaggio da Trieste a Roma o da assistente a incaricato – in quanto era cessato immediatamente lo stipendio del precedente incarico ma solo un po’ di tempo dopo sarebbe stato attivato quello nuovo. Ricordo che questo fatto fece molto arrabbiare mio padre, che credo diede disposizione affinché fosse devoluta una parte del suo stipendio a Fürst.

Similmente fu molto depresso al momento di andare in pensione per tutti i giri che dovette fare per chiedere, alle varie Università dove aveva insegnato, la documentazione degli anni di insegnamento e poi per la lunga trafila necessaria, in quanto per inviargli questa documentazione gli richiesero di spedire una somma in francobolli, ecc. Ritenne questa vicenda una vera e propria tortura.

Un’altra cosa che lo faceva molto arrabbiare era lo spreco, in qualunque forma si presentasse. Ad esempio, quando leggeva che venivano distrutte grandi quantità di pomodori, per alzarne il prezzo, si arrabbiava. Quando leggeva cose di questo genere, per la rabbia, digrignava i denti e scuoteva il giornale. Riteneva che ognuno dovesse lavorare e avere in compenso gratuitamente tutti i generi necessari per vivere. Anche i trasporti cittadini avrebbero dovuto essere gratuiti per evitare l’uso delle auto private. Inoltre preferiva tram o filobus anziché gli autobus, sia per i problemi di inquinamento sia per il fatto di correre su rotaie, evitando così di contribuire alla caoticità del traffico.

 

Quale, fra gli aspetti che sono stati evidenziati nell’ambito delle varie iniziative svolte questi ultimo due anni in onore di suo padre, le sembra caratterizzare di più la figura di suo padre?

Senza dubbio l’interdisciplinarietà ovvero il fatto che riuscisse a combinare insieme diversi campi del sapere, non solo scientifico. Come nel semplice episodio delle coordinate polari che ho appena raccontato, quando affrontava un problema era in grado di cogliere subito le connessioni che il problema presentava con diversi settori e quindi riusciva ad affrontarlo da diversi punti di vista. Era come se guardasse il problema dall’alto in analogia a quando, sollevandosi dal suolo, uno riesce a vedere regioni sempre più ampie, passando da una visione locale a una globale. Avendo iniziato a studiare Ingegneria prima di passare a Matematica, avendo lavorato all’Istituto centrale di Statistica e alle assicurazioni, prima di passare a tempo pieno all’Università, si era dedicato sia a lavori di Matematica “pura” che a numerose applicazioni alla Biologia, Economia, Scienze attuariali, Calcolo automatico, problemi dell’ambiente ecc. E’ proprio questa visione globale che lo distingueva e, a maggior ragione, lo distingue dal modo di fare ricerca oggi, dato che si sta andando verso una sempre maggiore specializzazione e frammentazione del sapere. A questo proposito, mi viene in mente l’atteggiamento di mio padre nei confronti dell’esame di cultura generale (che gli studenti dovevano sostenere prima di laurearsi). Questo esame – ora abolito – consisteva in un colloquio durante il quale ogni studente, prossimo alla laurea, doveva rispondere, di fronte a una commissione formata da docenti di diverse discipline, a domande di carattere generale sui principali concetti studiati durante il proprio percorso di studi. Mio padre teneva in grande considerazione questo esame e sosteneva che ogni docente presente avrebbe dovuto rivolgere allo studente domande su discipline diverse dalla propria specialità. In sostanza, così come si chiedeva allo studente di essere preparato in tutte le discipline del corso di studi, a maggior ragione questo doveva essere vero per i docenti. Inutile dire che questa idea di mio padre non era condivisa dalla maggior parte dei colleghi.

L’immagine di frammentazione della ricerca mi ha particolarmente colpita proprio in questo anno di celebrazioni, in quanto ci sono state tante iniziative dedicate a singoli settori della ricerca di mio padre ma non ne ho trovato una di carattere unitario, dedicata alla globalità delle sue ricerche.

 

 

 

Una risposta

  1. Grandissimo matematico de Finetti… profondamente onesto e rigoroso… ho avuto la fortuna di laurearmi con lui, avviandomi alla ricerca con una borsa per laureandi e una borsa CNR per laureati … ha segnato la mia vita accademica e intellettuale (le mie ricerche sono centrate sulla probabilità soggettiva)… sono orgoglioso di aver dato contributi alla teoria probabilistica di de Finetti.

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