L’azzurro del basket Pippo Ricci si racconta a Prisma

Nazionale italiano di basket, ala grande dell’Olimpia Milano campione d’Italia, Giampaolo “Pippo” Ricci è anche a un passo dalla laurea in Matematica: “Mi è servita per rimanere con i piedi per terra”

Esiste una relazione quasi naturale tra basket e matematica. Un connubio strettissimo che, fin da quando James Naismith nel 1892 decise di creare dal nulla questo splendido sport, ha fatto sì che in un campo da basket si possano trovare infinite combinazioni numeriche, formule matematiche, geometrie e persino chiari e continui riferimenti di fisica. D’altronde, anche chi ammira questo sport da lontano e senza esserne un vero appassionato, può comprendere questa stretta affinità: si gioca con una sfera su un rettangolo in cui ci sono dei semicerchi a delimitare le aree e dove, ma qui bisogna capirne un pochino di più, si possono immaginare infinite combinazioni di triangoli con altrettanti segmenti di passaggio. Questo vortice di forme, tradotte in numeri, può diventare quasi ossessivo per tecnici e giocatori quando, prima o dopo una partita, si fa riferimento a probabilità di vittoria, statistiche, percentuali di tiro e di passaggio, distanze tra giocatori, numero di recuperi, stoppate e altre centinaia di dati vari che gravitano intorno a un singolo match di basket.
Se vuoi vincere una partita o almeno tenerne il controllo, devi ogni volta conoscere e analizzare numeri e forme. All’interno di un singolo match cambiano in continuazione le situazioni di gioco e di conseguenza numeri e schemi.
Tex Winter, geniale allenatore statunitense, divenne famoso in tutto il mondo per aver sviluppato e a lungo perfezionato l’attacco a “triangolo offensivo”, uno schema che prevede la continua formazione di triangoli in campo, con i giocatori ai vertici, facendo tanti passaggi e tanto movimento senza palla.

Sinceramente non basterebbe un libro a spiegare questa teoria anche se, forse, i 9 titoli Nba vinti da Winter come capo assistente danno l’idea anche ai meno appassionati di quanto lo studio di aritmetica e geometria siano essenziali per trionfare in questo sport. C’è chi poi come Giampaolo Ricci, ala grande dell’Olimpia Milano campione d’Italia in carica, ha deciso di sposare queste due filosofie facendo in modo che matematica e pallacanestro diventassero ragione di vita. Studente di matematica e atleta professionista; solo a dirlo sembra un ossimoro e invece è una realtà, quasi un esempio, per chi nella vita non ha fatto calcoli ma ha deciso semplicemente di seguire le sue passioni.

Pippo Ricci in maglia Olimpia Milano nella scorsa stagione (Attribution: Sandro Halank, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0)

Perché hai deciso di studiare matematica?
In molti se lo chiedono e in realtà me lo sono chiesto anch’io dopo qualche anno. In verità, la matematica mi è sempre piaciuta e mi è sempre risultata facile. Non ero un grande studente alle scuole medie e alle superiori, ma avevo il pregio di essere molto attento e partecipe in classe. Questo mi ha permesso di essere promosso con 100 e lode ed è stata una grande soddisfazione. Quando mi sono iscritto all’università non avevo ben chiaro cosa fare, pensavo anche a ingegneria o facoltà simili. Quello che volevo era giocare a basket anche se studiare era per me sempre fondamentale. Del resto, così mi avevano insegnato i miei genitori. A 19 anni non sapevo che il basket sarebbe diventata la mia vita anche lavorativa e così scelsi matematica perché mi piaceva e soprattutto perché mi permetteva di non andare a lezione non avendo l’obbligo di frequenza. Ci ho provato e adesso eccomi qui.
Pensavo fosse più facile e i primi tempi tra allenamenti e comprensione della materia ho faticato un po’. Adesso però ci sono quasi, mi manca un solo esame per laurearmi e posso dire di avercela fatta.

Lo studio della matematica ti ha aiutato più nella vita di tutti i giorni o più nel diventare un giocatore professionista?
Credo un po’ in entrambi. Quando studi matematica, devi entrare dentro la materia e devi definire tutto e capire dove sei. Quando parli di un teorema devi giustificarlo, devi soprattutto dimostrarlo. Questa metodologia di approccio mi ha aiutato sia nella vita sia nel basket, dove è importante comprendere i movimenti individuali per poi applicarli nel sistema squadra. In poche parole, quello che fai la mattina nell’1 contro 1 poi il pomeriggio devi applicarlo nel 5 contro 5. È un po’ come fare gli esercizi a casa e poi andare all’esame e usare in nuove situazioni quello che si è imparato.

Quando sei diventato un giocatore professionista ti sei mai detto: ma chi me lo fa fare adesso di continuare con la matematica?
Soprattutto all’inizio, quando le difficoltà del doppio impegno erano maggiori, non nascondo che qualche volta ci ho pensato. Però sentivo il bisogno di dover approfondire questa scienza perché il basket da solo non mi bastava. Mi servivano le emozioni che mi dava il basket ma non volevo dipendere solo dallo sport. Noi ci alleniamo e giochiamo tanto e lo studio della matematica è stato per me anche un modo per staccare la testa dalla routine del basket e concentrarmi su altro, lasciando lontani schemi e incavolature da post partita. È la mia oasi di tranquillità. Mi è servita anche per fermarmi, rilassarmi e farmi stare con i piedi per terra. A volte mi sono preso delle pause, ma dopo sono sempre tornato a studiare matematica perché la soddisfazione di passare un esame equivale a quella di una partita giocata bene. Senza dimenticare che chiamare mia mamma e dirle che sono stato promosso è una bellissima sensazione e la rende molto orgogliosa.

Anche i tuoi genitori hanno studiato matematica?
No, loro sono due medici. Speravano di avere due figli come loro, ma io e mio fratello, dopo aver sentito a casa i loro continui discorsi su casi clinici e cose simili, abbiamo scelto di fare altro. Mio fratello però lo ringrazio perché, essendo più grande, portava sempre i suoi compiti a casa e io mi divertivo a svolgerli assieme a lui. Partire con lo studio un anno prima, visto che facevo ancora l’asilo, ha allenato la mia mente e la mia concentrazione. Spesso erano compiti di matematica e questo forse ha contribuito a farmela amare e piacere.

Uno screenshot della puntata di “Canestri Privati” dedicata proprio a Giampaolo Ricci ( youtube.com) © LBA

Sembra esistere da sempre un profondo rapporto tra matematica e pallacanestro. Questa affinità la percepisci anche tu?
È vero che esistono molte affinità perché ci sono schemi, triangoli, angoli d’attacco, semi cerchi, c’è la parabola quando sei stanco e devi tirare più alto per fare canestro. C’è della matematica anche nel tiro e potremmo continuare con tanti altri esempi. Questo è tutto vero, ma poi, alla fine, il basket è qualcosa di super emotivo. Il tiro libero perfetto hanno provato a studiarlo applicando matematica e fisica ma poi quando sei sotto al canestro è tutta una questione di emozioni, talento e coraggio. La parte emotiva resta la parte che più amo del basket. Come ho sempre detto anche alle persone che mi sono più vicine, la matematica e il basket sono il mio Yin e il mio Yang. La matematica è più razionale e mi dà stabilità, ma poi quello che mi spinge ad andare in palestra sono le emozioni, è quando fai un canestro contro ogni legge della fisica e della scienza e il palazzetto esplode. Devo dire che questa combinazione mi rende vivo e mi dà un bell’equilibrio.

C’è stato fino ad ora un coach, un dirigente o un presidente che ha assecondato in maniera concreta i tuoi studi?
Quasi tutti gli allenatori che ho avuto sono stati felici di questo mio doppio percorso. Spesso mi hanno dato mezza giornata libera per andare a fare gli esami, anche se mezza giornata libera per studiare non me l’hanno data mai (ride, ndr). Certo, non mi è mancata qualche frecciatina quando magari non giocavo bene ed ero un po’ stressato per colpa degli esami. A parte questo, però, sono sempre stati tutti disponibili a sostenermi. Si potevano anche “vantare” di avere un loro giocatore che studiava all’università. Romeo Sacchetti ad esempio, quando giocavo a Cremona, mi dava sempre mezza giornata libera per andare a Bologna a fare gli esami. È sempre stato molto contento dei miei studi e sicuramente lo chiamerò e lo farò sbronzare quando prenderò la laurea.

La Legabasket ti ha aiutato in questo percorso? Pensiamo a borse di studio, esami specifici, percorsi guidati o altro.
La Lega ancora non ha creato nulla di specifico però sta cercando di sensibilizzare l’ambiente su questo aspetto. È stato creato un percorso che si chiama A better basketball proprio per trasmettere ai giovani l’importanza dello studio. La Giba, l’associazione dei giocatori, ha creato una serie di sconti per permettere l’iscrizione a molte università, soprattutto online. In questo modo, si provano a stimolare i giocatori sull’importanza della doppia carriera. Nel mio percorso di studi sono stato aiutato tantissimo dal Cus Bologna che mi ha permesso di spostare gli esami e mi ha messo a disposizione un tutor per prepararmi al meglio. Tutto è stato reso possibile grazie a un progetto chiamato Dual career che permette ai giocatori professionisti di gestire al meglio la doppia carriera universitaria e sportiva. Nel mio percorso accademico sono stato iscritto il primo anno a “La Sapienza” di Roma quando giocavo nella capitale, poi due anni a Pavia e infine a Bologna. È proprio quest’ultima l’università che mi ha aiutato di più.

Pensi che questa carriera universitaria ti possa aiutare anche quando smetterai con il basket? O resterai nel mondo del basket anche dopo?
Spero vivamente di poter trovare un posto al di fuori del basket. Vorrei dedicare alla mia vita e alla matematica quel tempo che a loro non ho riservato in questi anni. Magari trovare un lavoro in qualche azienda e applicare un teorema matematico che ho studiato. Sono ancora relativamente giovane e non ci sto pensando, ma di sicuro mi vedo lontano dalla palla a spicchi.