Che ne sarà della tanto contestata riforma del reclutamento docenti?

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La riforma della formazione iniziale e continua dei docenti delle scuole secondarie era da poco diventata realtà, suscitando forti resistenze nella maggioranza dei docenti e delle sigle che li rappresentano. E ora, caduto il Governo, cosa succederà?

Cambia ancora, per la sesta volta in vent’anni, il reclutamento nella scuola. Prevede adesso, da un lato, il rafforzamento della formazione iniziale degli aspiranti prof e dall’altro un percorso per precari “storici”, con almeno tre anni di servizio. Tutti in ogni caso dovranno poi superare un concorso. Il provvedimento disegna un percorso universitario di formazione iniziale da almeno 60 crediti formativi, aggiuntivi rispetto a quelli per la laurea, e una prova finale per accertare “le competenze culturali, disciplinari, pedagogiche, didattiche e metodologiche”.
Vi potranno accedere i neolaureati o gli studenti “anche durante i percorsi di laurea triennale e magistrale o della laurea magistrale a ciclo unico”. Vi saranno poi dei docenti “tutor”, per affiancare il percorso formativo. Al termine,
gli aspiranti prof, così abilitati, dovranno sostenere un “concorso pubblico nazionale, indetto su base regionale o interregionale” e un periodo di prova di un anno. Sarà il ministero dell’Istruzione – secondo quanto prevede la bozza
entrata in Consiglio dei ministri – a stimare il fabbisogno di docenti per tipologia di posto e per classe di concorso per arrivare a un numero di abilitati sufficiente a garantire la selettività delle procedure concorsuali ma evitando
che ci siano troppi abilitati che la scuola non potrà assorbire. Al concorso potranno accedere anche i precari che abbiano svolto servizio presso le istituzioni scolastiche statali per almeno 3 anni, negli ultimi cinque. È prevista
una norma transitoria e sino alla fine del 2024 sono comunque ammessi al concorso coloro che abbiano conseguito almeno 30 crediti formativi del percorso universitario.
Le nuove misure sono state inserite nel decreto legge n. 36, Ulteriori misure urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Tra queste, quelle del capo VIII riguardano il settore istruzione. In particolare l’articolo 44 definisce la tanto agognata riforma della formazione iniziale e continua dei docenti delle scuole secondarie. Agognata ma non del tutto rispondente alle attese. Critiche sono piovute dalla Ciim, la Commissione permanente per l’insegnamento dell’Unione matematica italiana, e dalla Siped, la Società italiana di pedagogia. Contrari anche i sindacati, che parlano di “proposta indecente”. Chi si esprime a sostegno plaude al
fatto che quantomeno si sia dato inizio a un processo, nell’auspicio che le criticità segnalate dai più si possano ricomporre.
Nelle parole del suo promotore, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, “la chiave di volta per “tenere” il sistema, non può che essere la formazione. Per questo il nostro decreto si basa su 3 pilastri fondamentali: formazione, formazione e formazione”.
L’acquisizione dei 60 crediti necessari per l’abilitazione, da conseguire già durante i percorsi di laurea, è la norma che catalizza la maggior parte delle critiche. Maria Mellone, presidente della Ciim, osserva in proposito che “permettere di iniziare il percorso di formazione insegnanti in parallelo con la laurea triennale rischia di interferire pesantemente con la qualità formativa del percorso e crea diverse criticità: innanzitutto inserire il percorso iniziale di formazione insegnanti in parallelo con i corsi di laurea indurrebbe una scarsa frequenza, laddove invece noi auspichiamo che la didattica in questo percorso sia laboratoriale e partecipata. Risulta difficile – aggiunge Maria Mellone – immaginare il senso di una selezione per l’accesso al percorso formativo, descritto nel Dl come a numero chiuso, se gli aspiranti non hanno ancora avuto modo di acquisire determinate competenze sulle basi epistemologiche, i linguaggi e le forme del pensiero delle diverse discipline, previste dalle specifiche classi di
concorso. E d’altra parte – conclude la docente – anche la trattazione di temi di didattica disciplinare non sarebbe efficace con studenti che non hanno ancora sviluppato queste competenze”.

Il fronte delle didattiche disciplinari è abbastanza compatto nel denunciare la pericolosità e in qualche senso anche l’assurdità di un percorso di formazione pre-laurea in modo trasversale tra le materie scientifiche e quelle umanistiche: è una trasversalità che dovrebbe sancire l’unitarietà di visione auspicata dallo stesso ministro Bianchi, quando si chiede “Cosa c’è di più umanistico della matematica? Cosa c’è di più scientifico di una traduzione di Tacito? Andiamo avanti? Siamo capaci di andare avanti?”.
Silvia Tatti, che esprime la visione del settore di italianistica, sottolinea che “spostare le didattiche disciplinari alla fine del quinquennio è necessario, perché anticipare un percorso misto di interazione tra discipline rischia di ridurre l’intensità della formazione di base e di aggiungere nuove competenze senza che ci sia quella maturazione che nelle discipline umanistiche ha bisogno di tempi lunghi”.
Anche Ira Vannini, riportando la posizione della Consulta dei Presidenti delle società pedagogiche, mette bene in chiaro che il primo punto è “garantire un percorso organico, non diluito in cinque anni, capace di costruire le competenze dei docenti all’interno di contesti soprattutto in presenza e all’interno di un circolo virtuoso tra laboratori, tirocini e insegnamenti teorici”.
Tuttavia, anche l’idea di un percorso “spalmato” sui 5 anni ha i suoi sostenitori, tra cui Paola Parravicini, delegata del rettore dell’università degli studi di Milano, che incita a “uscire dalla logica dei 60 Crediti formativi universitari (Cfu) collegati a un anno. Nel decreto non si parla di un anno ma di 60 Cfu. Chi ci dice che dovrà essere svolto in un anno? Nessuno». Non serve quindi ipotizzare, come fa la maggioranza degli altri intervenuti, un anno aggiuntivo (che a quel punto sarebbe logico ipotizzare post-laurea) ma si può ragionare su un percorso più diluito ma che comunque deve vedere una collaborazione fattiva tra tutte le aree coinvolte, finalizzata alla creazione di un’effettiva comunità educante. Lo sottolinea con forza Marisa Michelini, in qualità di curatore assieme ad Arturo De Vivo e Maura Striano dei due volumi che raccolgono i contributi dei partecipanti al convegno Professione insegnante: quali strategie per la formazione?, presentati lo scorso 11 maggio presso la sede della Crui. A suo parere, per garantire la necessaria qualità al percorso di formazione iniziale è fondamentale “definire nazionalmente i pesi minimi per le aree di competenza – professionalità docente (20%), didattica disciplinare (20-30%), laboratori (20%), tirocinio (20%) e competenze trasversali (10%), in un’atmosfera di forte collaborazione e confronto tra le aree di competenza”.
Un appello all’unità condiviso dai vari fronti, in una sintesi che deve necessariamente superare le contrapposizioni nella consapevolezza di essere di fronte a un treno di cui magari bisogna regolare la corsa ma che il Paese non può permettersi di perdere.