Matematici in prima linea: l’impegno civile e la passione politica dei matematici italiani

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Tutto è cominciato sulle colonne di Prisma con Francesco Brioschi, il primo dei grandi matematici italiani di cui il nostro direttore Angelo Guerraggio ha raccontato l’impegno politico e la passione civile. E dopo Brioschi…  Quintino Sella, Luigi Cremona, Vito Volterra, Renato Caccioppoli, Bruno de Finetti, Lucio Lombardo Radice, Ennio De Giorgi. Alla “faccia“ del luogo comune che li vede rintanati nella loro torre d’avorio, sono stati matematici che hanno fatto l’Italia – basti pensare alle prime generazioni, dopo l’Unità – e che comunque hanno lasciato una traccia profonda con i risultati ottenuti dalle loro ricerche e l’appassionato impegno civile e politico di cui hanno dato prova. Sono stati tra i più brillanti esponenti della comunità matematica e non si sono tirati indietro nel tentativo di esportare la razionalità scientifica al di fuori del mondo degli studi e della ricerca per cercare di costruire un Paese migliore. 

Ma il progetto di Prisma è cresciuto e dalle pagine della rivista è diventato un libro, a cura di Simonetta di Sieno e Angelo Guerraggio, Matematici in prima linea: 10 storie che raccontano l’impegno civile e la passione dei matematici italiani, disponibile sul nostro sito oppure scrivendo alla nostra mail redazionale.

Per presentarvelo, ecco la storia di Franco Brioschi, il mazziniano che portò la matematica italiana in Europa.

Ha poco più di vent’anni quando partecipa nel 1848 alle Cinque giornate di Milano. Francesco Brioschi (1824-1897), milanese, si era comunque già laureato in matematica a Pavia. Impegno civile e matematica sono dunque i due assi lungo i quali comincia a orientare la sua vita. I ricordi scolastici ci consegnano il 1848 come l’anno della prima guerra di indipendenza del nostro Risorgimento. In tutte le nazioni europee si registra una serie di moti popolari che chiedono la fine dei governi assolutisti imposti dalla Restaurazione e l’apertura di una nuova fase politica improntata alle idee liberali. D’altra parte “fare un quarantotto” è un’espressione rimasta nel linguaggio corrente proprio per indicare un’azione che genera scompiglio e caos. A Milano le dimostrazioni antiaustriache cominciano il 1° gennaio con lo sciopero del fumo, per mettere in difficoltà le finanze governative che detenevano il monopolio dei tabacchi. La situazione precipita poi il 18 marzo – l’inizio delle Cinque giornate – e porta alla cacciata degli austriaci dalla città. Durante l’insurrezione di Milano, il giovane Brioschi è in prima linea. Proveniva da una famiglia della piccola borghesia, di sentimenti patriottici, che i commerci del padre avevano portato a contatto con i più moderni settori di sviluppo presenti all’epoca in città. Nell’ambiente universitario pavese, Francesco aveva radicalizzato la sua visione liberale, conosciuto Carlo Cattaneo e aderito agli orientamenti repubblicani di Mazzini.

Un giovane Francesco Brioschi

Era insomma un giovane patriota, attestato su posizioni intransigenti, come molti suoi coetanei. A Milano è pronto ad arruolarsi e contribuire all’organizzazione della guardia civica ma viene arrestato dagli austriaci e incarcerato nel Castello Sforzesco. Liberato dagli insorti nella quinta giornata, comincia a insegnare in una città che ora si autogestisce e alla fine dell’anno scolastico sceglie di arruolarsi volontario per unirsi alle truppe di Garibaldi, nella speranza che l’esercito piemontese riesca a riprendere l’offensiva dopo la sconfitta di Custoza. È una speranza che si rivela vana, seguita ben presto dalla ritirata al seguito di Mazzini verso Como e la Svizzera. Alla fine di ottobre è di nuovo a Milano, tornata sotto il pieno dominio austriaco, e chiede di essere reintegrato nella sua posizione di insegnante.
La delusione provocata dal contatto con il mondo reale di idealità che sembravano invincibili genera nei giovani patrioti una serie di riflessioni autocritiche. Brioschi non rinnega la sua attività di cospiratore – né mai lo farà – e continua per qualche anno a partecipare al movimento mazziniano ma via via sviluppa un atteggiamento che non vede le barricate come esito unico della propria azione politica. Brioschi ritiene necessari una preparazione e un cambiamento culturale in sintonia con il rinnovamento delle strutture produttive e avvertirà sempre più il fascino del realismo del programma riformatore cavouriano. Se rimaniamo ignoranti e lasciamo agli altri la modernità, insomma, non andiamo da nessuna parte.
Non è un caso se, all’inizio degli anni ’50, propone a Cattaneo la riapertura de Il Politecnico, un giornale impegnato nella diffusione del “metodo positivo”. Così come non è un caso se qualche anno dopo avvierà il progetto di una nuova rivista scientifica, gli Annali di matematica pura e applicata. Il fatto è che, nel frattempo, aveva iniziato la carriera accademica, nominato nel 1850 supplente di matematica applicata e architettura idraulica all’università di Pavia. Sarà presto professore ordinario di matematica applicata e poi di analisi superiore e, nel 1861, dell’ateneo pavese diventerà rettore.
Quelli che abbiamo chiamato gli assi lungo i quali si sviluppa la sua attività cominciano a ricomporsi o perlomeno
a intrecciarsi. Brioschi non è più il giovane matematico o professore che d’inverno studia o insegna e poi d’estate si cambia d’abito e si unisce alle truppe garibaldine, quasi con una differente personalità. Trasforma la giovanile presenza sui campi di battaglia in una fede politica che lo accompagnerà tutta la vita: il nostro progresso, civile ed economico, dipende dal raggiungimento dell’unità d’Italia ma la politica ha bisogno di nuovi contenuti, soprattutto scientifici, perché il cambiamento sia sostanziale e non si ripercorrano vecchie strade. Il Paese ha bisogno di una nuova classe dirigente.
Gli anni compresi tra le prime due guerre di indipendenza sono importanti anche per il Brioschi ricercatore che nel 1854 pubblica la Teorica dei determinanti e loro principali applicazioni. Il volume sarà tradotto in francese e in tedesco e segna l’ingresso del suo autore nella corrente di studi che sta creando l’algebra moderna e nel ristretto gruppo dei matematici europei d’élite. Presto la sua fama si consoliderà con gli articoli sulla risoluzione delle equazioni di quinto e sesto grado mediante le funzioni ellittiche. Nel 1858, con due colleghi – Enrico Betti dell’Università di Pisa e Luigi Casorati, suo assistente a Pavia – Brioschi parte per un viaggio europeo che tradizionalmente è usato per datare il debutto della matematica italiana nel contesto continentale. L’obiettivo è quello di conoscere personalmente i più eminenti colleghi francesi e tedeschi e mettersi al corrente delle loro ricerche. In realtà, i risultati del viaggio vanno ben al di là di questi obiettivi. Brioschi vede con i propri occhi come nelle moderne nazioni europee il progresso sia favorito dall’organizzazione dello Stato e delle sue principali istituzioni scientifiche e torna in Italia con la consapevolezza che lo sviluppo scientifico non possa essere lasciato al caso. Va preparato, va organizzato.
La partecipazione di Brioschi alla seconda guerra di indipendenza è minore di quella registrata nel precedente conflitto contro gli austriaci, dieci anni prima. Ugualmente, quando francesi e piemontesi si avvicinano a Milano, la polizia austriaca lo rinchiude nel Castello, questa volta a titolo precauzionale. Nonostante la svolta moderata già intrapresa e che lo porterà presto a figurare tra i principali esponenti della Destra storica, nel 1860 segue con passione le avventure dei Mille e protesta vivamente contro le decisioni punitive, che definisce vessatorie, prese dalla polizia piemontese nei confronti degli studenti universitari filo-garibaldini. Del resto, a Torino aveva cominciato ad essere di casa già nell’estate del ‘59,quando era stato invitato a partecipare alla preparazione di quella che sarà la legge Casati sul riordino del sistema scolastico e aveva avuto l’opportunità di conoscere Quintino Sella con il quale stringe un sodalizio personale e politico che durerà negli anni.

Francesco Brioschi

È proprio su indicazione di Sella che nel 1861 viene nominato segretario generale (sottosegretario) del ministero della Pubblica istruzione nel governo Ricasoli. Pochi mesi dopo, è eletto deputato. Ma la sua grande performance politica in quegli anni – fuori dalle aule parlamentari – è l’istituzione del Politecnico di Milano. Si tratta di agganciare la borghesia imprenditoriale del Nord, di cui è sempre più espressione, al treno della modernità europea: è l’onda lunga del viaggio del ‘58. Si tratta di creare e immettere nel mondo del lavoro quei tecnici di cui lo sviluppo del Paese ha urgentemente bisogno e al tempo stesso di formare una nuova classe dirigente, non più appiattita sull’asse giuridico-letterario. Si tratta di soddisfare le esigenze tecniche e professionali del contesto socio-economico lombardo qualificandone nel contempo le dinamiche interne.
La carriera politica di Brioschi si intensifica nel ’65 con la nomina a senatore. È un’attività frenetica quella che il nostro matematico dispiega sui problemi dell’istruzione in Senato e nel Consiglio superiore della pubblica istruzione. Continua a occuparsi di matematica e dei problemi del suo insegnamento ma ha capito che la loro soluzione va inevitabilmente a toccare la sfera produttiva. Gli viene allora molto naturale allargare l’attenzione a temi economici, con la partecipazione a numerose commissioni nelle quali diviene un importante punto di riferimento per governo e opposizione quando si tratta di lavorare a delicati disegni di legge in ambito economico-finanziario o di organizzare inchieste sui grandi problemi del momento. Arriva a “sporcarsi le mani” partecipando ad alcune (sfortunate) iniziative in campo finanziario e industriale ma rimane sino alla fine uomo di cultura. Aderisce al progetto di Sella di fare di Roma la capitale della scienza italiana e della libera ricerca, fino a diventare presidente dell’Accademia dei Lincei che dirigerà dal 1884 fino alla morte.