Questa rivoluzione tecnologica è una minaccia per la democrazia

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Franco Bernabè figura tra i principali protagonisti delle vicende aziendali ed economiche italiane. Ha guidato alcuni tra i maggiori gruppi industriali del Paese. È stato capo economista alla Fiat, amministratore delegato di Eni e Telecom Italia e tuttora occupa posizioni di vertice a livello internazionale. Ha raccontato queste sue esperienze in un volume, A conti fatti, edito da Feltrinelli e scritto in collaborazione con il giornalista Giuseppe Oddo. È un libro interessante sia perché c’è posto anche per un matematico come Bruno de Finetti sia perché, pagina dopo pagina, emerge un umanesimo scientifico-tecnologico forse non facilmente rintracciabile nel mondo imprenditoriale.

Come entra De Finetti nella sua narrazione?

Ho conosciuto Bruno de Finetti all’inizio degli anni ‘70 quando frequentavo a Urbino i corsi estivi di matematica, pensati per i giovani economisti e studiosi di scienze sociali. Le lezioni di matematica e statistica di de Finetti erano molto coinvolgenti. Interessanti erano anche le discussioni che seguivano e il network che si veniva a creare. A Urbino, per esempio, ho conosciuto Mario Draghi con il quale sono poi rimasto sempre amico. De Finetti era un entusiasta, una persona attenta alla formazione dei giovani. Aveva un atteggiamento culturale, non accademico, fuori dagli schemi. La matematica lo interessava anche come strumento per affrontare problematiche di tipo sociale. Ho invece il sospetto che la matematizzazione dell’economia, partita dagli Stati Uniti, avesse lo scopo opposto, servisse cioè come una fuga dalla realtà sociale. Magari per raggiungere lidi più tranquilli. Penso agli Usa e alla necessità di non incappare nel maccartismo.

Ha avuto altri contatti con la matematica, i matematici e gli ambienti quantitativi?

Non molti, in realtà. Negli Stati Uniti, dove era stato appena sviluppato il linguaggio di programmazione Basic, avevo seguito ancora da studente un corso di matematica per computer che per l’Italia era un’assoluta novità. Poi (negli anni di Urbino, per capirci) con il mio professore di econometria Bruno Contini avevo sviluppato un modello di system dynamics per sviluppare simulazioni di sistemi urbani. L’insegnamento di de Finetti credo comunque di averlo assimilato, anche perché si inseriva bene negli orientamenti del “de Martiis”. Mi sono laureato in Legge a Torino dove ho frequentato anche il Laboratorio di economia politica “Cognetti de Martiis” che voleva preparare i futuri ingegneri sociali, una figura tra l’intellettuale e un professionista dotato di solide basi tecnico-scientifiche.

Il Covid-19 ha acceso i riflettori dell’opinione pubblica sulla matematica e i suoi modelli. Che cosa pensa di questa nuova attenzione, anche da parte della politica, verso la scienza e gli strumenti quantitativi?

La pandemia ci ha fatto scoprire che l’immunità non è uno stato naturale, ma un prodotto della nostra azione sociale. Ci siamo scoperti improvvisamente deboli e fragili. Bene quindi il coinvolgimento degli scienziati da parte del governo. Bene la loro disponibilità e il tentativo, non sempre facile e non sempre riuscito, di farsi capire da tutti. Sono invece preoccupato dallo smart working. Ottimo per le imprese ma negativo per gli effetti sull’occupazione. Profitti più alti grazie ai minori costi: le aziende hanno capito che possono ottenere gli stessi ricavi con meno dipendenti. Sarà una tragedia per l’occupazione, anche perché non si vede come riassorbire la forza lavoro che verrà espulsa. E sarà una tragedia per le nostre città, per alcune funzioni terziarie che ne escono molto penalizzate, per il sistema immobiliare dato il minor bisogno di spazio per uffici.

Lo smart working è reso possibile dalle nuove tecnologie. Non mi dica che proprio lei è critico nei confronti dello sviluppo tecnologico.

Credo di conoscere bene le tecnologie per la mia formazione e le cariche rivestite, ma questo non significa avere gli occhi chiusi e un atteggiamento acritico. La rivoluzione tecnologica degli ultimi decenni è molto diversa rispetto alla rivoluzione tecnologica di fine ottocento legata all’elettricità. Quest’ultima ha davvero rappresentato un sostanziale progresso per l’umanità, basti pensare a quello che hanno significato la lavatrice e il frigorifero per la condizione della donna; quella attuale è monotematica, riguarda sostanzialmente solo il trattamento delle informazioni, con miglioramenti incrementali sulla qualità della vita ma un impatto subdolo sulle dinamiche sociali. Episodi come quello di Cambridge Analytica dimostrano che le nuove tecnologie si prestano ad abusi che possono avere un impatto molto pericoloso sulla democrazia. E poi c’è il tema della concentrazione di potere economico che si è verificata in capo alle 5 società che dominano le tecnologie. Qualche anno fa ho scritto un libro, Libertà vigilata, sui pericoli che corre la democrazia nella società dell’informazione ma sembra che pochi si vogliano occupare di questi problemi. Solo di recente il Congresso degli Stati Uniti ha cominciato a preoccuparsi dell’impatto dello sviluppo tecnologico sulla democrazia e della ricerca degli opportuni antidoti.

I condizionamenti della vita sociale e politica da parte del potere economico non sono una novità. Tornando all’Italia e al suo passato, in A conti fatti lei usa toni critici nei confronti di Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni. Perché?

Dico solo che ha avuto grandi meriti ma anche precise responsabilità. Giocava a condizionare, negli anni del secondo dopoguerra, la vita politica. Era un uomo spregiudicato. Si era costruito una sua corrente all’interno della Democrazia cristiana, il partito di governo. Nel mondo di oggi avrebbe probabilmente avuto problemi con la giustizia. Se la sua morte è stato davvero un omicidio, è stato un crimine progettato e realizzato all’interno dei confini nazionali. Per i giganti del petrolio, americani o britannici che fossero, l’Eni di allora era una piccola realtà che non dava particolare fastidio. Il mito di Mattei, come campione dell’indipendenza nazionale, pur essendo giustificato dalla sua personalità, è servito anche a coprire una guerra tutta italiana, una faida tra le correnti democristiane.

Lei si è dichiarato scettico circa il progetto di una rete unica per la banda ultralarga. Perché?

Le condizioni per realizzare la rete unica sono estremamente complesse. Ci sono ostacoli tecnologici e sul piano della regolazione. Le reti esistenti sono già interconnesse: è la logica di internet, nato proprio per collegare reti diverse. Se il problema è quello della mancanza di copertura in determinate aree, una soluzione si può trovare attraverso un coordinamento degli investimenti o un accordo commerciale. Anche dal punto di vista dei soggetti che vi dovrebbero partecipare, il progetto appare di difficile realizzazione: Telecom Italia non può fare a meno della rete, perché senza di essa si troverebbe a dover gestire una seria crisi; viceversa, una prevalenza di Telecom nella nuova società non supererebbe l’esame della Unione Europea in tema di aiuti da parte dello Stato.