Il sonno della ragione

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C’è una condizione dalla quale non riusciamo a venire fuori ormai da oltre un decennio. È lo stato di crisi, in nome del quale sembra si possa derogare da ogni regola. Dal 2008, l’anno dello scoppio della bolla immobiliare e economica, si sono succeduti interventi calati dall’alto e che avevano l’unico obiettivo di tamponare situazioni di emergenza. Fermarsi e programmare è diventato un lusso che sembra non possiamo più permetterci.
I maligni potrebbero perfino pensare che in realtà questo stato d’emergenza continuo costituisca un pretesto proprio per chi è chiamato a pianificare e si vede sollevato da questo faticoso incarico. A loro parziale discolpa, c’è da dire che il tempo che stiamo vivendo non aiuta. Prima la crisi ambientale, poi quella sanitaria e infine quella geopolitica: non possiamo certo dire che l’ultimo lustro sia stato molto tranquillo.
Viene la tentazione di pensare che proprio l’emergenza possa essere la cifra caratterizzante questi anni e quelli immediatamente futuri. La madre di tutte le crisi, quella ambientale, è stata messa in secondo piano da emergenze che percepiamo, a torto, più vicine.
Il 14 maggio, ad esempio, il governo indiano ha bloccato l’export di ogni tipo di grano. Una decisione di enorme portata se pensiamo che un terzo del grano esportato annualmente nel mondo proviene dall’India e dall’Ucraina, sulla quale non occorre specificare quale periodo stia vivendo ma solo ricordare che ha tutti i porti bloccati. A
determinare lo stop è stata una delle ondate di caldo più violente della storia del Paese asiatico con il conseguente aumento dei prezzi (due giorni dopo questa decisione, Delhi si è svegliata con una temperatura di 49,2 gradi centigradi). E pensare che solo un mese prima, il 15 aprile, il Ministro del commercio e dell’industria Piyush Goyal in un tweet aveva scritto: “Gli agricoltori indiani hanno messo da parte un eccesso di riserve e sono pronti a sfamare il mondo”.
Ora, questo stop rischia, secondo il Programma alimentare globale (Pam) delle Nazioni Unite di portare 47 milioni di persone nel mondo a soffrire la fame nei prossimi mesi.
Lo stato di crisi, si sa, richiede risposte immediate. E soprattutto informate. Lo abbiamo visto con il Covid. Ma l’idillio che sembrava essersi creato tra scienza e politica con la pandemia sembra solo un ricordo. Come scrive l’epidemiologo ambientale Fabrizio Bianchi su Il Domani, “l’urgenza entra in contrasto con la scienza”.
Così per rispondere all’urgenza energetica, si decide di riaccendere le centrali a carbone, di incrementare estrazioni e prospezioni petrolifere in terra e in mare, di costruire nuovi grandi inceneritori. Mandando di nuovo a dormire la voce degli scienziati, che da anni urlano l’opposto.

Buona lettura

Vincenzo Mulè
Direttore responsabile