OLIVETTI: Storia di un sogno finito troppo presto

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Quella dell’Olivetti è una storia che non riguarda solo gli eporediensi – così si chiamano i cittadini di Ivrea – o gli studiosi di storia dell’industria italiana. Comincia più di 100 anni fa ma proietta le sue luci anche sul presente e il futuro del nostro Paese. È una storia che parte dalla fine del 19° secolo, con Camillo Olivetti che fa la conoscenza del mondo imprenditoriale statunitense e delle sue folgoranti accelerazioni nel 1893 quando accompagna, come interprete, Galileo Ferraris a Chicago in occasione del congresso internazionale di elettricità. “Illuminato” da questa esperienza, fonda l’Olivetti a Ivrea nel 1908 trasformandola presto in una significativa presenza nel panorama industriale italiano: è la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere. A questa produzione affiancherà successivamente quella di mobili per ufficio, di calcolatrici (elettromeccaniche) e di telescriventi.
Negli anni Trenta, Adriano comincia ad affiancarsi al padre e a sostituirlo progressivamente nella direzione della società. È soprattutto con il suo nome che si identificherà la storia dell’Olivetti. Adriano riorganizza tutta la rete commerciale e accresce ulteriormente le dimensioni di una realtà industriale che alla sua morte conterà quasi 25.000 dipendenti vantando diverse consociate in Belgio, Francia, Spagna, Argentina e Brasile. Nel dopoguerra, le curve di produzione e vendita dell’Olivetti registrano una crescita esponenziale. Nello stesso tempo, con l’ampliamento dello stabilimento di Ivrea e il progetto degli architetti Figini e Pollini, Adriano manifesta la sua grande attenzione per l’architettura industriale, l’urbanistica e una pianificazione congiunta dell’industria con il territorio: sono tutti elementi che, assieme a una particolare gestione delle relazioni sindacali e dei rapporti con i collaboratori e i dipendenti, contribuiranno a fare dello stile e della cultura Olivetti un unicum nel panorama del capitalismo italiano. La “Lettera 22” del 1950 rappresenta il grande successo, commerciale e di immagine, dell’Olivetti nel campo delle macchine per scrivere portatili e diventa presto un’icona di un certo mondo intellettuale, popolato da scrittori e giornalisti. Spopola nei ricordi di intere generazioni. Riceve numerosi premi per la meccanica e il design ed è tuttora esposta nella collezione permanente di design al MOMA di New York. All’inizio degli anni ’50 si comincia parlare, in Italia e nel mondo, di calcolatori elettronici. Il termine computer non è ancora diffuso e si indulge piuttosto a quello di cervello elettronico, che si avvia a superare i confini del mondo accademico e militare per diventare un prodotto industriale da lanciare sul mercato. In Italia, per recuperare il ritardo che scontavamo rispetto a Usa e Inghilterra, nazioni vincitrici dal conflitto, si muovono il Politecnico a Milano e l’Istituto per le applicazioni del calcolo di Mauro Picone a Roma. Alla fine, per accelerare i tempi, decidono entrambi di comprare all’estero un modello già pronto, “chiavi in mano“. Negli Usa, il Politecnico; in Inghilterra, Picone. È a Pisa che invece si forma il terzo polo della nascente informatica italiana ed è qui che viene coinvolta l’Olivetti. Nel 1954 Enrico Fermi è in Italia per tenere un corso estivo e per quello che sarà il suo ultimo viaggio nella penisola. È lui a suggerire all’università di Pisa di investire un contributo ricevuto da alcune province toscane nella costruzione di una macchina calcolatrice elettronica. L’Olivetti si dichiara interessata al progetto e contribuisce con un ulteriore finanziamento e con la dislocazione presso il nuovo centro di ricerca, a Barbaricina, nella campagna pisana, di suo personale tecnico e scientifico. Il coinvolgimento dell’azienda di Ivrea non è strano: a parte la sua autorevolezza, l’Olivetti aveva firmato nel 1950 una joint-venture con la francese Bull per commercializzare in Italia i suoi sistemi meccanografici e due anni dopo, per iniziativa di Dino Olivetti (fratello minore di Adriano), aveva allestito un laboratorio elettronico presso l’Olivetti Corporation of America allo scopo di captare tutte le novità che via via emergevano oltreoceano. L’Olivetti stava insomma acquisendo, a grandi passi, una dimensione elettronica.

UNA NIDIATA DI TALENTI

A dirigere il laboratorio di Barbaricina, Adriano Olivetti chiama Mario Tchou, un giovane ricercatore conosciuto alla Columbia University.
Tchou era nato a Roma da una famiglia di diplomatici cinesi e aveva studiato al liceo Tasso, per iscriversi poi a ingegneria; su consiglio del padre, aveva però completato gli studi negli Stati Uniti. Gli altri componenti dello staff, una decina di ricercatori in tutto, vengono reclutati attraverso un annuncio pubblicato sui giornali. Sono tutti giovani e italiani. Ricorda Franco Filippazzi, del gruppo di Barbaricina: “Nella primavera del 1955 apparve sui principali quotidiani italiani un annuncio dell’Olivetti in cui si cercavano ingegneri, fisici e matematici per avviare una nuova attività in campo elettronico. Io ero laureato in fisica, avevo qualche anno di ricerca in elettronica, la cosa mi incuriosiva e perciò risposi all’annuncio. Fu così che, nell’ottobre 1955, mi ritrovai a Pisa e più precisamente all’Istituto di fisica dell’università. Questa fu la sede iniziale di lavoro del piccolo nucleo di ricercatori assunti dalla Olivetti. Dopo qualche mese, il gruppetto si trasferì in un proprio laboratorio che, nel frattempo, era stato approntato vicino a Pisa, a Barbaricina […]. Eravamo un piccolo gruppo – tutti giovani – e avevamo la sensazione di vivere un’avventura non comune, di affrontare un’eccitante sfida scientifica e tecnologica. Si lavorava sodo, ma con grande libertà. D’estate, a mezzogiorno si andava a Marina di Pisa – lontana una decina di chilometri – a fare il bagno, ma poi ci si tratteneva in laboratorio fino a tarda sera”.

LA SFIDA DI TCHOU

Dopo poco più di un anno di lavoro è pronto un prototipo funzionante, la cosiddetta macchina zero, ma proprio in quel tempo si stava realizzando una svolta tecnologica epocale con la transizione dalla valvola al transistor (inventato nel ‘47 dai fisici americani J. Bardeen, W. Brattain, W. Shockley). Con grande lungimiranza e tempestività, Tchou prende la coraggiosa decisione di abbandonare l’implementazione a valvole e di riprogettare tutto il sistema con i transistor. Il cambiamento in itinere comporta dei prezzi da pagare, anche in termini di tempo, ma a metà del 1958 il prototipo della macchina a transistor è pronto. Per la successiva fase di industrializzazione e produzione viene scelta come sede l’area di Milano e nell’autunno di quell’anno il gruppo di Barbaricina si trasferisce a Borgolombardo. Si conclude così la fase pioneristica dell’operazione. Il nuovo elaboratore viene annunciato l’anno seguente con il nome di Elea 9003 e presentato alla Fiera di Milano alla presenza del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Con il primo calcolatore completamente a transistor, completato sei mesi prima dell’Ibm, l’azienda di Ivrea si trova a competere da protagonista con i giganti statunitensi. Arriva addirittura a fare la spesa sul mercato americano. Ricorda Giuseppe Rao, uno dei maggiori studiosi della Olivetti: “Il 1° ottobre 1959 l’ingegner Adriano conclude l’acquisto della Underwood, azienda per macchine per scrivere in crisi. È la prima volta che un’impresa europea acquista un gigante industriale americano”.

GLI ANNI DELLA CRISI

Il sogno e la sfida lanciata da Adriano Olivetti si spengono però presto. Scrive sempre Rao: ”Sabato 27 febbraio 1960. A Ivrea le bandiere vengono frettolosamente ammainate; le arance per la battaglia destinate al macero. La festa, quest’anno, non avrà luogo. Adriano Olivetti è morto sul treno che lo stava portando a Losanna per un malore mai definitivamente diagnosticato”. Poco più di un anno dopo, la mattina del 9 novembre 1961, mentre da Borgolombardo si sta dirigendo a Ivrea, muore in un incidente stradale anche Mario Tchou, che dello sviluppo dell’elettronica era stato l’assoluto artefice. La crisi congiunturale del mercato elettromeccanico ed elettronico dei primi anni Sessanta, sommata all’aumento del costo del lavoro, colpisce l’Olivetti in questa tragica fase di transizione e nel momento in cui è maggiormente esposta in termini finanziari. I gravi problemi economici acuiscono le divisioni interne della famiglia, che fatica a trovare il successore di Adriano. È la crisi, forse enfatizzata per premere sulla famiglia e indurla a cedere il controllo dell’azienda. L’intervento esterno si materializza nell’operazione di salvataggio a cura di alcune tra le più importanti realtà industriali e finanziarie del Paese. Nel cosiddetto “gruppo di intervento” c’è anche la Fiat. Agli azionisti il suo presidente Vittorio Valletta dichiara: “La società di Ivrea è strutturalmente solida, sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico”. Alle parole seguono i fatti. Nel ‘64 l’Olivetti viene venduta alla General Electric, la quale a sua volta, nel 1970, cede tutte le sue attività elettroniche alla Honeywell.

LA FINE DI UN SOGNO

Il 1964 rappresenta lo spartiacque tra l’Italia del progresso e dell’innovazione e un’Italia la cui crescita sarebbe stata compromessa dalle fragilità e contraddizioni del sistema. Di sicuro, il boom economico di quel decennio avrebbe avuto altri sviluppi e una diversa consistenza se l’elettronica dell’Olivetti non avesse avuto un declino così rapido. E se il caso non avesse voluto che conclusioni ugualmente traumatiche fossero vissute da altre esperienze, sempre in settori produttivi ad alto contenuto tecnologico. Erano anni in cui le “passerelle” create per mettere in contatto la ricerca scientifica, la tecnologia e i settori produttivi sembravano in Italia ben frequentate e ancora più promettenti: nel ‘63 Giulio Natta vinceva il premio Nobel per la chimica con una plastica economica e resistente, il Moplen, divenuta subito popolare oggetto di consumo e che, assieme a quello del chimico italiano, portava i nomi del Politecnico di Milano e della Montecatini. Nel ‘62, con la misteriosa morte di Enrico Mattei (presidente dell’Eni) nell’incidente aereo di Bescapé, perde decisamente quota l’ipotesi di una via nazionale all’estrazione e al commercio del petrolio. Nel ‘63 l’arresto di Felice Ippolito, segretario generale del Comitato nazionale per l’energia nucleare, con l’accusa di gravi illeciti amministrativi, decreta la crisi del nucleare italiano e di un altro tentativo di perseguire una politica energetica più autonoma da parte del nostro Paese. L’anno successivo, un altro scandalo politico colpisce l’opinione pubblica: sempre con l’accusa di illecito amministrativo, viene arrestato Domenico Marotta. Un evento che avrà pesanti ripercussioni sull’Istituto superiore di sanità che dirigeva, la ricerca e l’industria farmaceutica. Come in un crudele gioco da tavola, nell’arco di quattro anni questa inusuale serie di tragici eventi rimanda il nostro Paese al via. Cancellando una spinta innovativa che di certo avrebbe consegnato all’Italia un profilo diverso da quello che negli anni a venire sarebbe stata costretta a tenere.

FU TUTTO UN CASO?

In realtà i dubbi sulla casualità di questi eventi sono progressivamente aumentati. Molti sono intervenuti, storici e scrittori, proprio a partire dalle vicende dell’Olivetti. Libri, film e fiction televisive non hanno fatto mistero delle preoccupazioni e delle pressioni di molti ambienti americani per fermare i piani dell’azienda di Ivrea. E poi, è proprio sicuro che il tragico incidente in cui trovò la morte Mario Tchou sia dovuto a fatalità e a un tragico guasto meccanico della sua macchina? Nel film Il caso Mattei del ‘72, con la regia di Francesco Rosi, il protagonista, impersonato da Gianmaria Volonté, muore per un attentato dinamitardo camuffato da incidente aereo e organizzato da alcune tra le maggiori compagnie petrolifere straniere, le “sette sorelle”, in connivenza con i servizi segreti italiani; Bruno Arpaia, nel romanzo che presentiamo in questo numero, sottolinea la consistenza della “pista britannica”. Al di là della fiction rimangono le conclusioni della procura di Pavia che ha archiviato le indagini sulla morte di Mattei parlando di omicidio colposo e della Cassazione che ha definito verosimile il coinvolgimento della mafia, braccio armato di chi voleva tutelare gli interessi delle maggiori compagnie di estrazione, raffinazione e commercio del petrolio e dei suoi derivati.

Con una campagna giornalistica ben orchestrata, vengono sbalzati di sella ed esposti alla gogna mediatica – anche se il termine non era ancora in uso – Felice Ippolito e Domenico Marotta con il loro tentativo di ottenere in campo energetico e farmaceutico una presenza italiana più autonoma nella divisione internazionale del mercato del lavoro. Anche qui: cui prodest? Chi ha pilotato queste operazioni? Un’unica centrale? E quale? Sono domande senza risposta, nonostante siano trascorsi 60 anni e la parziale desecretazione dei documenti riservati dell’epoca. La maggiore prospettiva storica permette però alcune conclusioni. Un’ipotesi pan-complottista – un unico piano che “fa fuori” Olivetti, Mattei, Ippolito e Marotta – risulta infondata.

Per il malore mortale di Adriano Olivetti non si è andati oltre alcune congetture; neppure sono state trovate prove che spieghino in modo diverso l’incidente automobilistico di Tchou. Le prove raccolte per quello aereo di Mattei sono invece chiare. Si può allora pensare a persone e agenzie diverse, dietro le vicende di Mattei, Ippolito e Marotta, tutte però inquadrabili nella lotta politica – durissima – che si scatena in Italia all’inizio degli anni ’60. Una parte del Paese spinge per la cosiddetta apertura a sinistra, ma una parte sola. Sono vicende che vengono seguite con molto interesse, e partecipazione, oltreoceano: nel contesto della guerra fredda, l’Italia è un avamposto del blocco occidentale che al suo interno deve già fare i conti con i propositi autonomistici di De Gaulle. Sono queste le forze che si oppongono a una via italiana alla democrazia e allo sviluppo economico e manovrano i fili di cui abbiamo ricordato gli esiti. Naturalmente sfruttando le fragilità del nostro sistema e alcune debolezze dei protagonisti. Una storia interessante? Sì. Una storia che suscita nostalgia per un’Italia che poteva essere e non c’è stata? Sì. Una nostalgia che vale la pena di coltivare? Sì, se alimenta la volontà di riprendere in un mondo completamente cambiato quelle aspirazioni di progresso civile ed economico.