La normalità del plagio

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Una delle questioni già affrontate qualche tempo fa dal presidente Usa Trump e dall’inviato del governo cinese a proposito della guerra dei dazi è stata l’eliminazione della pratica, più o meno forzata, dell’acquisizione da parte delle autorità cinesi delle tecnologie delle aziende Usa che operano in Cina. Inoltre, dovrebbe essere stata risolta l’annosa questione dei diritti d’autore di qualsiasi tipo. Non abbiamo idea se la Cina rispetterà gli accordi su questioni che sono in ballo da tantissimo tempo. In ogni caso, questo accordo rimane un fatto importante, anche se con il presidente Usa si rischia di essere smentiti nelle poche ore successive con un tweet notturno.

È una grande questione quella che riguarda i diritti d’autore e l’utilizzo di opere dell’ingegno altrui senza citazione della fonte e senza pagamento. Una delle prime discussioni di questo tipo avvenne tra un famoso pittore inglese e una casa produttrice di sapone ancora esistente a proposito di un quadro. Il pittore era Sir John E. Millais, che diventerà presidente della prestigiosa Royal Academy a Londra e la ditta era la Pears. Millais aveva realizzato un dipinto (ispirandosi a un’opera precedente di Edouard Manet sullo stesso tema) di suo nipote che giocava con le bolle di sapone. Il dipinto venne acquistato dal proprietario della Pears, produttrice del sapone trasparente, e qualcuno, all’interno della ditta, ebbe l’idea di riprodurre in grande quantità il dipinto di Millais per pubblicità, probabilmente uno dei primi poster pubblicitari. Ne nacque una grande disputa sull’utilizzo lecito dell’opera d’arte e Millais fu anche accusato dai suoi colleghi artisti di essersi venduto per pochi soldi (peraltro non gli fu offerto alcun compenso per l’utilizzo della sua opera). Il manifesto era in mostra a Perugia alla Galleria Nazionale dell’Umbria nell’ambito della mostra Bolle di sapone. Si è parlato di plagio e di utilizzo non rispettoso dei diritti d’autore anche da parte di un ministro (della Pubblica Istruzione!) a proposito della sua tesi di laurea.

Ora, citare le fonti è una delle regole fondamentali della correttezza dello scrivere in qualsiasi ambito, dalla scienza sino alla letteratura. Prendere in prestito frasi altrui non è una operazione in generale molto etica. Non è una operazione educativa. Uno dei grandi vantaggi della rete è quello di trovare (quasi) tutto quello che si cerca. Senza però in generale avere alcuna certezza di aver trovato l’informazione giusta e senza purtroppo la preoccupazione, per molti utenti, di sapere chi sia l’autore prima di citarlo.

Un problema? Basta guardare in rete. Molti studenti ritengono che cercare delle informazioni su un certo argomento significhi solo guardare in rete e riportare, facendo operazioni di copia e incolla, quello che si è trovato senza preoccuparsi minimamente se quelle parole le ha scritte qualcuno. Il fenomeno è generalizzato. Non parliamo poi delle immagini e dei video. Quasi tutto si ritrova in rete, ovviamente di qualità pessima, di formato ridottissimo, di sonoro penoso. Se si tiene una conferenza anche a un pubblico di docenti e studenti e si mostra un piccolo brano di un video, qualcuno esclama sempre “Tanto si trova in rete!”. E la rete è piena di film che sono stati inseriti senza alcun permesso né autorizzazione. È complicatissimo far togliere quelle immagini e video dalla rete. Allora che cosa volete che sia se qualcuno utilizza frasi di un altro e le inserisce in un suo scritto, “dimenticandosi” di citare la fonte? In alcuni Paesi ci sono ancora dei pignoli che addirittura chiedono (e ottengono) dimissioni. Ma è una cosa fuori moda. Tanto è tutto in rete! E nessuno riesce a capire un tale accanimento. Un’ultima osservazione: per un piccolo film finire in rete senza autorizzazione vuol dire distruggere economicamente quel film. Per una grande produzione è pubblicità. Ma dove è andato a finire il beneamato senso di colpa?

P.S. Rientra nel quadro anche il fatto che, fino ad alcuni anni fa, tutti i ricercatori potevano leggere tutto quello che scrivevano i colleghi e adesso devono pagare anche decine di euro per un’introduzione di un volume di una sola pagina?