Quando lo sport guarda alla tecnologia

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Un miracoloso unguento rendeva il lottatore greco Milone di Crotone, nel 540 a.C., inafferrabile alle prese degli avversari che combattevano nudi. Pietro Mennea si faceva cucire a mano dall’allenatore i calzoncini per renderli il più possibile aderenti alle sue esigenze di corsa e di falcata. In un tour de France, un body con delle bollicine d’aria iniettate nella manica fece la fortuna del ciclista inglese Geraint Thomas: il tessuto si chiamava Vortex ed era in grado di far guadagnare fino a 20 secondi su una gara di 15 minuti. Il futuro e il presente dello sport sono necessariamente legati alla tecnologia. In alcuni casi in maniera evidente, come nella Formula Uno, in altri con forme meno “invasive” ma al tempo stesso funzionali. Nel nuoto le conoscenze acquisite dai ricercatori hanno portato alla luce outfit sempre più incisivi sulle prestazioni degli atleti. In alcuni casi anche oltre il livello di guardia. Come è successo nel 2008, alle Olimpiadi di Londra, quando iniziarono a diffondersi i costumi con un body suit in nylon a basso attrito, privo di cuciture e con placche in poliuretano su gambe, petto e fianchi. Un completo che dava, agli atleti che lo indossavano, vantaggi oggettivi (enorme capacità di galleggiamento, riduzione fino al 38% dell’attrito in acqua e tempi inferiori fino a 1 secondo sui 100 metri) indipendentemente dalla loro preparazione atletica cosicché anche atleti mediocri cominciarono a far registrare risultati anomali. In media, i primi cinque classificati nelle varie specialità nuotavano al di sotto del precedente record mondiale. La rivoluzione dei tessuti nel nuoto era partita nel 1950, con i primi prodotti sintetici in nylon che presero il posto dei costumi in cotone e lana, poi negli anni Ottanta era arrivata l’elastam e infine dal 1992 c’è stata l’impiego di modelli sempre più performanti rispetto ai precedenti. Questi costumi consentivano di ridurre il drag, ossia la resistenza esercitata orizzontalmente dall’acqua, con conseguenze immaginabili sulla prestazione sportiva. Il costume, da semplice accessorio estetico, diventava elemento determinante nel raggiungimento del risultato. Provocando delle vibrate proteste da parte degli stessi atleti che spinsero la federazione internazionale a intervenire. La Fina decise così di istituire determinate regole sull’abbigliamento tecnico dei nuotatori, vietando dal 1° gennaio 2010 l’utilizzo dei costumi a figura intera e introducendo una serie di restrizioni sull’uso dei materiali (in particolare il poliuretano). Episodi analoghi sono accaduti anche nella corsa, dove è stata messa a punto una scarpa tecnologicamente avanzata e in grado di fermare il cronometro della maratona sotto le due ore. Un tempo fino a ieri umanamente impossibile (Kipchoge ha infranto questo muro l’11 ottobre a Vienna) e che rientrava nel progetto Breakin2 sponsorizzato proprio dalla casa produttrice della scarpa al cui interno è immersa una piastra in fibra di carbonio. Introdotta in gara nel 2017, questa suola ha permesso agli atleti di portare a casa 19 podi sui 36 totali delle principali maratone (Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago e New York) ma la presenza della suola in carbonio, che restituisce nello stacco forza di slancio al passo del runner, ha fatto storcere il naso a più di un attore in campo. La nuova frontiera ora sono i cosiddetti “tessuti intelligenti”, gli E-Textiles, in grado di proteggere l’uomo da infortuni ed emergenze, capaci di rilevare cambiamenti ambientali e adattarsi alle mutate condizioni. Per creare questi tessuti vengono utilizzati vari tipi di fibre, metalli, polimeri conduttivi. Grazie alle nuove scoperte della tecnologia, è probabile che in futuro sarà possibile assistere all’introduzione di vere e proprie nanostrutture all’interno del tessuto. La scarpa del futuro runner sarà rivestita da un particolare tessuto composto di protocelle in grado di renderla autoregolatrice in base alla grandezza del piede e del terreno. Il prototipo di questa scarpa si chiama Amoeba running shoe. È stato ideato dal designer e ricercatore londinese Shamees Aden, che ha realizzato una scarpa capace di rispondere alle diverse necessità del terreno attraverso il rigonfiamento e lo sgonfiamento delle protocelle che ne modificano le proprietà di ammortizzazione. Le scarpe vengono stampate in 3D da materiale biologico sintetico e hanno, come proprietà fondamentale, quella di autorigenerarsi riparando autonomamente qualsiasi tipo di danno provocato dalla corsa. Una seconda pelle insomma, perfettamente aderente al piede e in grado di dare un contributo decisivo alla prestazione sportiva in termini di adattamento, elasticità e protezione. Tessuti e materiali intelligenti in grado tra qualche anno anche di suggerire come fare un movimento per migliorare un gesto tecnico e quindi il risultato dello stesso. Una sorta di personal trainer incorporato nel vestito. È quello cui stanno lavorando le aziende del settore per arrivare a fornire un approccio completamente personale alle prestazioni fisiche fino a fornire gli opportuni suggerimenti per il miglioramento di movimenti fisici scorretti. Un modello in avanzato stato di realizzazione prevede la presenza di quattro sensori situati sui lati anteriori, laterali e posteriori: rilevano la posizione del corpo dell’utente, nonché i suoi movimenti muscolari, e valutano in base a questi dati la correttezza dell’esercizio che deve essere precedentemente scelto tramite una app collegata all’indumento. Alla luce di queste ricerche, il futuro di molti sport è tutto da (ri)scrivere.