Michele Mirabella: “Ero un secchione e me ne vanto”

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Regista, autore e attore di teatro, radio, cinema e televisione. Ma anche docente, saggista e giornalista. Quando lo raggiungiamo, Michele Mirabella è in una delle sue pause: sono circa le 15.30 di un piovoso pomeriggio romano e lo storico conduttore di Elisir è scappato di casa. Ci rimarrà un paio d’ore per “starmene da solo, riflettere, leggere, studiare e, se capita, riposare. Ora, però, stavo ascoltando Buxtehude, compositore del Settecento e grande amico di Bach. Ma a me piace tutta la musica, purché non sia rumorosa e soprattutto non venga usata male. Pensi al fastidioso sottofondo musicale dei centri commerciali”.

Per uno strano collegamento mentale, questo incipit sui gusti musicali ci porta a parlare delle esperienze del passato e degli anni della contestazione studentesca: “Il Sessantotto si presentava cordialmente divertente – ricorda Mirabella – nel senso aulico del termine “divertere”, ossia un’attività che ci allontanava dalla pigrizia di alcuni studi. In realtà, è stata la riscossa dei tardivi. La vera rivolta degli studenti è quella del 1966 e del 1967, almeno degli studenti che volevano studiare. Considero, in definitiva, il ’68 una carnevalata in cui molti riversarono dei problemi personali, dall’apprendistato erotico a quello professionale. Fu un fenomeno che interessò più i servizi segreti di Usa e Unione Sovietica che altro. In ogni caso, rappresentò una scossa dura e necessaria che produsse alcuni effetti positivi mentre in altri casi fu un disastro. Per esempio, fu un disastro per l’Università e la scuola. Ma mentre la prima, bene o male, è riuscita a riprendersi, la seconda ne risente ancora perché erano rivendicazioni da “somari”. Nessuno, e lo dico con malinconia, ha voluto riflettere sul fatto che tutte le teste pensanti di quella rivolta oggi occupano posizioni di prestigio, facendo carriere in quelle stesse posizioni e luoghi che 50 anni fa avevano attaccato. Sono direttori di case editrici, scrittori, registi”.

Come lei, del resto…                                                                                                                                                                              Certo, però io già non facevo più parte di quel gruppo di contestatori. Ne avevo già preso le distanze. Mi faceva ridere quella bagarre. Il senso del ridicolo mi ha salvato in molti casi. E certi tagli ideologici li trovavo francamente ridicoli. La rabbia di Pasolini per l’attacco di Valle Giulia era la mia.

Secondo lei, la scuola si è poi ripresa?                                                                                                                                                  Io amo la scuola e amavo insegnare. Nel 1966 mi svegliavo ogni mattina per andare a fare il supplente di materie letterarie in una classe di seconda media a 70 chilometri da Bari. E lo facevo con piacere perché convinto dell’unità della scuola.

E qual è allora il problema?                                                                                                                                                                        Il messaggio delle prime rivolte, quelle del 1966, non è stato capito. Quello che più mi ha dato fastidio del movimento studentesco è stato l’aver messo in discussione in maniera pesante il sapere e non le strutture autoritarie della scuola. Quegli stessi contestatori, qualche anno dopo, li avremmo ritrovati sulle cattedre di molte scuole medie, con tutte le conseguenze del caso. In ogni modo, il colpo di grazia alla scuola lo aveva già dato la riforma del 1962, che abolì lo studio del latino, privando lo studente di uno strumento fenomenale di indagine della realtà.

Fino a qualche anno fa teneva un corso di “Giornalismo e divulgazione scientifica” alla Sapienza di Roma. Perché ha interrotto?                                                                                                                                                                                 Ho insegnato per tanti anni in università. Sono stato a Lecce, a Roma, a Napoli, a Milano. È stato veramente bello, è stata un’esperienza che mi ha arricchito. Mi fa ancora piacere incontrare fior di professionisti impegnati nei media che ricordano le mie lezioni. Ultimamente, ho perso un po’ la pazienza e un po’ la speranza di fronte a studenti riottosi e stupidi. Ormai si muovono tutti con questa sorta di protesi che sono i tablet, nessuno è più in grado di concepire una conversazione ariosa. Non mi divertono più. Non li capisco più. È diventato inutilmente faticoso.

Allora, sveli solo a noi il segreto della divulgazione scientifica.                                                                                                 Io credo che occorra divulgare qualcosa che non si sa. La divulgazione, se composta di dialogo socratico, platonico, è fatta di un misurare la propria fame di sapere con un dispensatore di saperi. Occorre essere sanamente ignoranti. Devi divulgare interpretando il pubblico. Non occorre mettersi in cattedra. Quintiliano diceva: “Afferra il concetto, le parole seguiranno”. Alla domanda di come si conduceva un’intervista, una volta Enzo Biagi mi disse: “Prepara solo la prima domanda, poi se hai capito la risposta il resto viene da sé”. Per un intellettuale, la conversazione con una persona è una delle gioie più grandi.

Qual è, secondo lei, la differenza tra informare e comunicare?                                                                                Comunicare significa mettere in comune. Per questo, la comunicazione deve essere concreta e per questo chi comunica deve conoscere l’argomento che vuole comunicare. L’informazione è un’altra cosa: è dare forma alla verità. È l’informazione che fornisce contenuti alla comunicazione.

Che rapporto ha con Internet e, in generale, con i social network?                                                                                      Non li uso. Non sono capace e non mi divertono. Non mi interessa vedere quanti amici delle elementari sono ancora in vita e cosa fanno. Non mi interessa raggiungerli tutti. Voglio scegliere io con chi avere contatti. Unica eccezione è twitter. Mi ci sono avvicinato perché mi divertiva la parola, il cinguettio. Ora lo uso per condividere pensieri e dare qualche spinta al mio snobismo e alla mia vanità.

Tv, radio e teatro. Dalla sua posizione, che Paese vede?
Un Paese di maleducati, che non mi piace molto. Un Paese di parcheggiatori in tripla fila, di screanzati che si beano della propria ignoranza. Gli italiani sono diventati insopportabili e arroganti. Se dovessi scegliere un aggettivo per descrivere i nostri connazionali, li definirei volgari.

E quale pensa sia la causa?                                                                                                                                                                  Credo che quella principale sia la perdita di autorità della scuola, che andrebbe rispettata come un fatto religioso. Attenzione, però, l’autorità non va confusa con l’autoritarismo. Una sola cosa potrebbe migliorare la situazione: far tornare attraente il ruolo dell’insegnante. Un passaggio che porta, inevitabilmente, all’aspetto economico. Tutti gli insegnanti dovrebbero guadagnare almeno il doppio dello stipendio attuale.

Lei ha improntato tutta la sua carriera sulla contaminazione culturale. Perché, secondo lei, nella cultura italiana non si è mai levato un grido a favore della fusione del sapere?                                                                                 La contaminazione è una delle meravigliose eredità della cultura umanistica. L’abolizione dello studio del latino è stata un’idiozia. La duttilità d’interesse deriva dalla cultura greca e latina. Ora non è più così: domina la duttilità d’impresa. A comandare sulle linee didattiche sono le grandi corporazioni industriali. Non esiste più l’idea di dare una cultura a uno studente, a prescindere dal mestiere che farà domani. Occorre formare il cittadino, non il lavoratore. L’idea di formare un elettrauto sin dall’asilo è un’idiozia. Questo è il peggiore dei corporativismi, che si genuflette alle esigenze dell’economia di mercato. Il latino e greco sono importanti non tanto in quanto lingue ma come chiavi d’accesso a un metodo, che è cultura. Husserl (che era filosofo e matematico, ndr) diceva che la cultura è il sedimento naturale dei saperi condivisi.

Che rapporto aveva con la matematica?                                                                                                                                        Adesso la amo molto. Da studente no, non la capivo. Anzi, non me la facevano capire. Da quando ho scoperto cos’è l’algebra, ho capito quanto erano sbagliate le lezioni che seguivo. Il termine “zero” deriva dal vecchio sefir, che significava alito, respiro, vento incalcolabile. Bellissimo.

Lei nel 1981 ha recitato in “Ricomincio da tre”. Che ricordo ha di Troisi?
La sua meravigliosa testardaggine. Pretendeva di girare la nostra scena all’interno di un’auto in presa diretta. Gli feci notare che non sarebbe stato possibile e che avremmo dovuta doppiarla. Lui resistette un mese intero. Poi mi chiamò dandomi ragione e chiedendomi di insegnargli il doppiaggio. Lui venne a casa mia, avevo cambiato casa da poco e avevo ancora tutti i libri sparsi per l’appartamento. Erano già allora parecchie migliaia. Massimo era sgomento, però non disse nulla. Si accomodò. Io gli preparai un caffè e poi mi chiese: ‘Ma… li hai letti tutti?’ Ed io risposi: ‘Molti ne ho letti, molti li leggerò, molti non li leggerò proprio, ma comunque no, non li ho letti tutti’. E lui mi guardò e mi disse: ‘E per forza, quelli sono assai. Tu, sei solo!’. Una battuta che ritrovai ne Il Postino, il suo ultimo film.

Guardandosi indietro, c’è qualcosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto?
A me piace la serietà e amo la vita militare. Mi sarebbe piaciuto fare il carabiniere.