Perché premiare la ricerca migliore significa potenziare l’università

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Due docenti della Bocconi hanno proposto di rendere più selettiva la parte dei finanziamenti all’università destinata a chi fa ricerca migliore. Apriti cielo! Non si sono salvati neanche dichiarando che, pur essendo docenti di un’università privata, sono sostenitori di quella pubblica. Su di loro sono piovute le accuse di contribuire ad aumentare le disuguaglianze territoriali in Italia e di avanzare una proposta incostituzionale che viola il principio di eguaglianza. Loro hanno cominciato a replicare che nella Costituzione non c’è alcun invito all’appiattimento cerebrale. E qui spiegano la loro posizione

I finanziamenti alle università pubbliche italiane sono divisi in tre parti: la quota base (54 per cento), le rette degli studenti (23 per cento) e una quota premiale (23 per cento). In termini pro capite le prime due fonti di finanziamento sono distribuite quasi uniformemente tra gli atenei, come è giusto che sia. Come dice il nome, lo scopo della terza componente era precisamente di premiare la qualità, principalmente la ricerca (la “Valutazione della Qualità della Ricerca”, o Vqr, basata sulla peer review) ma con il tempo anche altri fattori, definiti molto più vagamente (“l’autonomia responsabile degli atenei”). Poiché la capacità di fare ricerca di qualità non è distribuita uniformemente tra dipartimenti all’interno di ogni disciplina, ci si aspetterebbe che la quota premiale mostri un indice di concentrazione di Gini in termini pro capite più alto delle altre due componenti: partendo da un indice di Gini quasi pari a zero, qualsiasi aumento di dispersione implica un aumento dell’indice. In un recente contributo, abbiamo mostrato che così non è: la quota premiale ha un indice di Gini addirittura inferiore alle altre due componenti. Lo stesso esercizio compiuto sulle università inglesi, anch’esse tutte pubbliche, mostra invece che la quota premiale ha una concentrazione quasi tripla delle altre due componenti.
La conclusione che traiamo da questo esercizio è che qualcosa non funziona nei criteri di valutazione e/o di attribuzione della quota premiale, persino nella parte – circa la metà del totale – attribuita in base alla peer review, la Vqr. In numerose risposte su giornali, blog e social, i dati da noi forniti sono stati interpretati nei modi più svariati, e spesso erroneamente. Di seguito presentiamo le interpretazioni più diffuse.

“Boeri e Perotti (BP) vogliono dare più soldi alle università già più grandi e/o più ricche”.

Assolutamente no. I nostri dati sono procapite, e la base di attribuzione dei fondi premiali deve essere il dipartimento, non l’ateneo. Una maggiore concentrazione dei fondi su base pro capite è perfettamente compatibile con un maggiore flusso di fondi, proporzionalmente, a dipartimenti e ad atenei più piccoli.

“BP vogliono incrementare la quota premiale e basare tutti i finanziamenti sulla ricerca”

Altro errore. Il nostro ragionamento riguardava i criteri e gli esiti della distribuzione della quota premiale, non la sua entità.

“La qualità della ricerca è soggettiva e non può essere valutata”.

Questa posizione nichilista è rispettabile solo se portata coerentemente fino in fondo. Implica, fra le altre cose, che il direttore dell’Agenzia del farmaco e dell’acceleratore del Cern siano estratti a sorte e che l’unico criterio per differenziare titoli accademici e stipendi sia l’anzianità. Altrimenti, diventa una posizione di comodo per mantenere
il privilegio del mondo accademico di godere di una comoda carriera senza giudizi né valutazioni.

“La cultura non è riconducibile a numeri o mercato”.

Questa posizione è simile alla precedente, ma va un passo oltre: se anche vi fossero criteri di valutazione della ricerca “affidabili” secondo qualche metrica, rifiuta l’idea di attribuire una seppur piccola parte dei finanziamenti sulla base della qualità. Anche in questo caso, logica vorrebbe che i fautori di questa posizione combattessero per l’abolizione tout court della intera quota premiale. Ma sarebbe un errore: soprattutto nelle scienze “dure”, riconoscere da un punto di vista finanziario la buona ricerca significa migliorare la qualità della ricerca italiana e offrire, a tutti, gli incentivi e la possibilità di migliorarsi.

“I finanziamenti vanno concentrati su chi ha una perfomance peggiore”.

Questa posizione fa un ulteriore passo avanti rispetto alla precedente: bisogna premiare i peggiori, non i migliori. Ci sono due errori in questa posizione. Primo, l’illusione che tutti i dipartimenti e tutte le università possano e debbano essere “eccellenti” e che con i finanziamenti adeguati ogni capoluogo di provincia possa avere la sua Harvard. Secondo, che l’accademia sia un mondo rarefatto e puro in cui, al contrario di qualsiasi altro comportamento umano, a lungo andare non si risponde agli incentivi (in questo caso, un incentivo chiaramente perverso).

“I criteri di valutazione sono imperfetti”.

Vero, ma imperfezione non significa inutilità. Le diagnosi dei medici hanno sempre un’alea di incertezza ma questo non significa che sia meglio un mondo senza ospedali. Anche se è sempre possibile citare grandi errori o lotte tra gruppi accademici, sui grandi numeri la peer review tende a funzionare; in ogni caso, come la democrazia, è il migliore di tanti pessimi metodi.

“BP vogliono concentrare i finanziamenti su pochi poli di eccellenza auto proclamatisi tali”.

Il riferimento all’Istituto italiano di tecnologia di Genova, una vera ossessione nel mondo accademico italiano, è puramente casuale. In realtà, la nostra proposta va esattamente nel senso opposto. Premesso che non conosciamo l’Iit, “autoproclamarsi” o essere “proclamati tali dal legislatore” è l’opposto di un processo di valutazione di peer review; e la qualità, o l’eccellenza, va premiata a livello di dipartimenti, non di atenei.

“BP propongono di distribuire i finanziamenti secondo i ranking internazionali”.

Assolutamente no. Al contrario, utilizzare ranking di atenei, e non di dipartimenti, basati su criteri di aggregazione soggettivi e spesso oscuri è l’opposto della proposta di valutare al meglio la ricerca di ogni dipartimento (oltretuttto, la maggior parte delle università italiane non appare nei ranking internazionali).

“BP vogliono minare il diritto allo studio”.

Assolutamente no. Finanziamento della ricerca e diritto allo studio sono argomenti fra loro ortogonali. Di fatto, proponiamo da tempo di aumentare il numero e la consistenza delle borse di studio che arrivino a coprire anche le spese per una vita dignitosa fuori sede, per sottrarre gli studenti alla schiavitù dell’università di bassa qualità sottocasa.

“L’università italiana è già piena di eccellenze straordinarie, l’unica cosa che mancano sono i soldi”.

Concordiamo con la prima parte ma quando diventa, come quasi sempre accade, vuota retorica è un’altra scusa per mantenere il privilegio accademico di sottrarsi ad ogni tipo di valutazione. Concordiamo anche sul fatto che maggiori finanziamenti al sistema universitario sarebbero utili, se attribuiti secondo criteri ben pensati.