Il cervello di chi impara a suonare è un miracolo di connessioni

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Un’indagine dell’università di Zurigo prova che la pratica musicale, meglio se iniziata da bambini, favorisce lo sviluppo di una mente più integrata e garantisce migliori prestazioni scolastiche e poi professionali

Che cosa combina la musica al nostro cervello? In particolare al cervello dei più piccoli, se iniziano a studiare uno strumento dai primi anni di vita? Molto (di buono). Lo svela una ricerca da poco pubblicata sulla rivista specializzata JNeurosci secondo la quale la pratica musicale plasma il cervello in modo più integrato, moltiplicando le connessioni e in definitiva sostenendone un’attività più efficiente e forse garantendo migliori prestazioni scolastiche o professionali. In particolare, sviluppa un maggior numero di connessioni di sostanza bianca fra le cortecce uditive primaria e secondaria in entrambi gli emisferi, così come fra i lobi coinvolti in diversi tipi di processi cognitivi successivi e di livello elevato. Un gruppo di ricercatori dell’università di Zurigo ha dunque rilasciato la propria sentenza: i musicisti hanno dei cervelli “superconnessi” rispetto a chi non ha mai strimpellato una chitarra o poggiato una mano su un pianoforte. E per godere di queste proprietà cerebrali non occorre essere dei piccoli geni alla Mozart, né tanto meno bisogna essere dotati del cosiddetto orecchio musicale, cioè della capacità innata di identificare l’altezza assoluta (vale a dire, la frequenza) di un suono senza l’aiuto di uno strumento di riferimento come ad esempio il diapason. Riguarda tutti e dipende esclusivamente dalla pratica musicale e dal momento in cui abbiamo cominciato a interessarcene (o in cui l’abbiamo in qualche modo incrociata). Secondo l’indagine, le persone che iniziano a esercitarsi da piccole sviluppano queste connessioni in modo più forte rispetto a chi inizia a suonare più tardi nella vita: una prova molto profonda di come le esperienze e i percorsi di vita, le scelte dei genitori o il semplice caso possano influenzare e letteralmente modellare il cervello e la sua intricata rete di connessioni strutturali e funzionali.
Nello studio, gli autori Simon Leipold, Carina Klein e Lutz Jäncke hanno messo a confronto le scansioni cerebrali di 153 persone. All’interno di questo gruppo di volontari, 103 erano musicisti professionisti (alcuni dotati di orecchio assoluto e alcuni senza, mentre altri 50 erano del tutto a digiuno di musica o di pratica di uno strumento). I risultati? Primo: con una certa sorpresa del team svizzero, non è stata notata alcuna differenza fra i cervelli dei musicisti con o senza la qualità dell’orecchio assoluto – che alcuni chiamerebbero senza mezze misure un autentico dono – mentre, secondo punto, rispetto a chi non suona o non ha studiato la musica e praticato uno strumento, entrambe le categorie di musicisti hanno dimostrato una più spiccata connettività funzionale. Che cosa significa? Che l’attività sincronizzata nelle regioni uditive primarie e secondarie in entrambi gli emisferi si è dimostrata più intensa alla prova delle scansioni con tecniche di imaging. I musicisti hanno sviluppato maggiori connessioni di sostanza bianca fra queste regioni: la sostanza bianca è la componente tessutale del sistema nervoso centrale ad alta concentrazione di fibre nervose mieliniche. L’aspetto che lo studio ha ulteriormente approfondito è stato quello relativo al momento in cui la musica è entrata nella vita di una persona magari attraverso un regalo, l’ostinazione di un genitore o la passione personale, che è poi sempre la strada più efficace: fra i musicisti, quelli che avevano iniziato a suonare da piccoli hanno dimostrato connessioni ancora più forti, frequenti e intense rispetto a chi aveva preso in mano uno strumento più avanti negli anni. “Questi risultati – spiega l’università elvetica – dimostrano quanto l’esperienza modelli il cervello, specialmente nei primi anni di vita, e in che misura le capacità musicali avanzate siano plasticamente rappresentate a livello cerebrale”. Rimane invece molto da capire sull’orecchio assoluto, la sua origine e i suoi effetti sul cervello: secondo Leipold, Klein e Jäncke servono ulteriori approfondimenti e soprattutto gruppi di volontari ancora più ampi per indagarne le influenze. Di effetti benefici sul cervello, però, ce ne sono anche limitandosi semplicemente all’ascolto: un’indagine di un paio di anni fa firmata dall’Alzheimer Society britannica aveva scoperto come l’attività cerebrale aumentasse proprio in corrispondenza dell’ascolto musicale. Una reazione che potrebbe essere almeno in parte dovuta a un miglioramento, anche se temporaneo, delle connessioni cerebrali dopo l’ascolto di un brano musicale, specie se riconoscibile e conosciuto. Bisognerà approfondire gli effetti sul lungo periodo e capire come non solo i farmaci ma anche la musica possa tornare utile nel trattamento di determinate forme di demenza.