Libri – Masha Gessen, “Perfect Rigor”

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La biografia non autorizzata del più grande matematico del XXI secolo, Grigorij Perel’man, l’uomo che ha dimostrato la Congettura di Poincaré e rifiutato un milione di dollari

La sopravvivenza del libero pensiero, di quello matematico in particolare, tra gli implacabili ingranaggi del totalitarismo sovietico del Novecento ha qualcosa di miracoloso. “La matematica era antitetica al modo sovietico di fare le cose: favoriva l’argomentazione; elaborava concetti complessi in una nazione che controllava i propri cittadini; premiava logica e coerenza in una cultura che si nutriva di retorica e paura”. Se a questo aggiungiamo le numerose pratiche discriminatorie e il soffocante antisemitismo, le probabilità di vedere nascere proprio in Russia alcuni dei migliori matematici del secolo scorso diventano praticamente nulle. Eppure questa è la storia di uno di loro, del migliore di loro, il matematico ebreo Grigorij Perel’man. La sua straordinaria avventura matematica inizia grazie alla madre che, intuite le grandi potenzialità del figlio nell’area di studi a cui lei stessa si era dedicata, lo presenta al proprio mentore, che a sua volta lo affida ad un giovane e ambizioso istruttore, Rukšin, a suo dire in grado di prepararlo al futuro. È così che nel 1976 Grigorij, detto Griša, fa il suo ingresso ufficiale sul palcoscenico della matematica sovietica, presentandosi in un club di matematica di Leningrado, “un brutto anatroccolo in mezzo a tanti altri brutti anatroccoli, goffo e cicciottello”. Griša non è il migliore in assoluto inizialmente, ma già spicca per il modo del tutto particolare di relazionarsi ai problemi matematici. Il suo ragionamento avviene quasi esclusivamente all’interno della sua mente, senza dover scrivere né disegnare su carta. In compenso “faceva nel frattempo un sacco di altre cose: bisbigliava, si lamentava, faceva rimbalzare una pallina da ping pong […] si passava i palmi sulle cosce fino a quando la stoffa dei pantaloni non diventava lucida, infine si sfregava le mani – segno che la risoluzione del problema poteva finalmente essere trascritta perché era stata completamente formulata. […] I suoi compagni di club avevano ribattezzato questo processo “il bastone di Perel’man”: una grossa arma immaginaria che il matematico teneva tranquillamente in mano prima di sferrare il suo colpo letale”. La genialità di Griša mostra in modo incontrovertibile il proprio fulgore negli anni successivi, al Liceo per ragazzi dotati n. 239 di Leningrado e nelle gare di matematica, in cui miete successi straordinari. Sembra non esistere nessun problema che la sua mente non possa risolvere. Altrettanto pronunciati sono però il suo sincero disinteresse per qualsiasi cosa non sia la matematica, la fiducia in un ordine incrollabile e l’ossessivo rispetto delle regole (l’autrice ventila anche l’ipotesi, mai dimostrata, di una sindrome di Asperger), almeno quelle che lui ritiene tali, in ambito personale e sociale (evidentemente non quelle igieniche, data la trascuratezza nel vestirsi, lavarsi e tagliarsi le unghie). L’approdo all’Università di Leningrado, al Mathmec, per meriti, superando le tradizionali limitazioni antisemite, a Perel’man appare una conseguenza logica del proprio percorso. Nel suo sistema di certezze non c’è spazio per dubbi o elementi di disturbo come l’antisemitismo. Qui confida ai compagni di avere “optato per la geometria perché voleva lavorare in un campo in cui erano rimasti solo pochi dinosauri, nella speranza un giorno di diventare uno di loro”. Agli occhi dei colleghi, e di Perel’man in primis, questa dichiarazione non ha nulla di pretenzioso, anzi sembra perfettamente logica. “Griša era un uomo d’altri tempi, bizzarro e con una mente che funzionava in maniera diversa persino in un ambiente pieno di persone eccentriche come una facoltà di matematica; ecco perché era sensato che si immaginasse come un dinosauro. Perel’man aveva confidato ai suoi compagni anche di essere esasperato dal rapporto con gli altri esseri umani e dai loro atteggiamenti, e la materia da lui scelta sembrava attirare soltanto poche persone con un codice comportamentale rigido almeno quanto il suo”. La laurea negli anni della perestrojka di Gorbačëv, la glasnost’ e l’apertura di orizzonti geografici inimmaginabili solo poco prima, la specializzazione all’Istituto Steklov di Leningrado, le esperienze nelle più prestigiose università all’estero, la fama per aver risolto la Congettura dell’anima. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi, almeno dal punto di vista matematico, l’unico che abbia senso per Perel’man. Poi invece il ritorno in Russia, il silenzio, l’oblio. Neanche i colleghi che hanno lavorato più strettamente a contatto con lui sanno cosa stia passando per la testa di Griša, anzi i più cominciano a sospettare che sia andato ad ingrossare le fila di quei brillanti matematici che hanno ottenuto importanti risultati in giovane età salvo poi arenarsi definitivamente in problemi troppo complessi di cui non riescono a venire a capo.

Non in questo caso però. All’improvviso, dal nulla, ecco calare inarrestabile “il bastone di Perel’man”! Il 12 novembre 2002 una dozzina di matematici esperti di topologia riceve un messaggio in cui Perel’man dichiara di aver postato il giorno precedente su arXiv.org, un sito per matematici della Cornell University Library, non una rivista ufficiale, un articolo (il primo di tre totali) contenente la soluzione della Congettura di Poincaré, uno dei sette problemi che il Convegno del Millennio promosso nel 2000 dal Clay Mathematics Institute ha indicato come fondamentali e per i quali ha stanziato un milione di dollari di premio per ciascuno.

Una storia a lieto fine? Purtroppo no. Le testimonianze raccolte da Masha Gessen diventano ancora più coinvolgenti e assistiamo allo sgomento tra i matematici che hanno dedicato la propria vita alla Congettura di Poincaré, ai tentativi di verifica della soluzione di Perel’man da parte dei più intellettualmente onesti di loro, ai meno nobili tentativi di fare propri i risultati di qualcun altro. C’è tutto il meglio e il peggio del mondo matematico. E questo mentre il protagonista della nostra storia, l’apparente vincitore, prima cerca – a suo modo – di spiegare i passaggi del proprio lavoro, di ottenere i riconoscimenti che è sicuro di meritare, poi, travolto dalla frustrazione e dalla incapacità, divenuta totalizzante, di comprendere il mondo, viene travolto dalle proprie ossessioni, dalla rigidità del proprio sistema di regole. Rinuncia alle cattedre più prestigiose, rinuncia alla Medaglia Fields (il Nobel della Matematica), rinuncia al milione di dollari del Clay Mathematics Institute e si ritira in un piccolo appartamento con la madre, vivendo della sua misera pensione alla periferia di San Pietroburgo.

Il più grande successo matematico del XXI secolo diventa così il naufragio della migliore mente matematica di questo scorcio di secolo, metafora perfetta dell’impossibilità del genio di scendere a compromessi con la realtà degli uomini comuni.

 

 

Masha Gessen

Perfect Rigor (traduzione di O. Ellero)

Carbonio Editore (2018)

pp. 250, € 17,50