La “Commedia” e la logica del diavolo

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Quest’anno ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri (a cui dedicheremo un ricco dossier incentrato sul rapporto di Dante con la matematica nel numero di settembre di Prisma!!!), la figura più rappresentativa della cultura italiana.

Dante Alighieri nel ritratto di Sandro Botticelli

Dante, il “sommo” poeta della nostra lingua, è stato un intellettuale e un uomo del suo tempo a tuttotondo: profondamente immerso nel clima politico a lui contemporaneo, non mancò di pagare amaramente la coerenza delle sue posizioni, come ci ricorda la vicenda del suo esilio, iniziato proprio nel marzo del 1302. Dante non fu solo un letterato ma uno studioso in senso lato, i cui interessi e le cui conoscenze spaziavano dalla botanica all’astronomia, dalla teologia alla logica, dalla linguistica alla filosofia. Pensare a Dante come a un uomo solo di lettere, così come pensare a Galileo come a un uomo solo di scienza, è riduttivo per uomini di quell’epoca e di quella caratura: se i dialoghi galileiani sono a pieno titolo anche un’opera letteraria, la Commedia dantesca è a pieno titolo anche un’opera scientifica, geografica e storica, una sorta di enciclopedia del Medioevo. Sono notevoli, in particolare, gli spunti matematici, come la celeberrima conclusione del Paradiso, dove il problema della quadratura del cerchio illustra la confusione della mente del poeta di fronte alla contemplazione della luce divina. Ma troviamo anche un interessante e struggente passaggio nel ventisettesimo canto dell’Inferno. Ed è quello che vogliamo qui ricordare. Siamo nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio infernale: Dante e Virgilio si aggirano fra le anime di dannati che sono consumate da un fuoco eterno, divina punizione per le loro colpe di tradimenti e inganni. Dopo aver ascoltato il racconto di Ulisse, dannato come “consigliere fraudolente”, Dante si ferma a parlare con un suo contemporaneo, il conte ghibellino Guido da Montefeltro. Nato nel 1220 e morto nel 1298, Guido fu un leader militare dalla grande perizia e dalla notevole astuzia, doti che gli consentirono di mietere successi e di comandare la resistenza dei comuni della Romagna al papato, infliggendo non pochi grattacapi alla Chiesa dell’epoca. Nel 1289 fu capitano del popolo a Pisa contro Firenze, conquistando e difendendo i propri territori per poi stipulare un trattato di pace. In tarda età, ottenne da Bonifacio VIII il perdono papale e si fece frate francescano terminando i suoi giorni nella vita contemplativa, in un monastero forse proprio ad Assisi. Come sempre, dove finisce la cronaca inizia il racconto di Dante che dilaga con le acque fertili della sua immaginazione negli spazi lasciati vuoti dalla storia. Bonifacio VIII, un papa verso il quale Dante non cela risentimento e disprezzo, fra le altre imprese indegne di un pontefice si era messo in luce anche per la distruzione di Palestrina, città ribelle alle pretese del tributo papale. Bonifacio la prese con l’inganno promettendo agli abitanti il perdono se si fossero arresi, poi non mantenne la promessa e fece radere al suolo la città.

L’Inferno dantesco dipinto da Sandro Botticelli

Fonti indipendenti da Dante suggeriscono che fu proprio Guido da Montefeltro a dare questo consiglio fraudolento all’implacabile papa Caetani, la “lunga promessa con l’attender corto” cui fa riferimento il canto dal quale stiamo attingendo queste informazioni. Ecco come Dante immagina i dettagli di questa “consulenza” per la quale l’ambizioso papa si rivolse all’ormai anziano condottiero. Quando Bonifacio chiede aiuto a Guido per espugnare Penestrino (cioè Palestrina), Guido rifiuta per non tornare a macchiarsi dei peccati che stava espiando sotto il saio francescano. Ma la melliflua loquela di Bonifacio finisce per irretirlo: “Tuo cuor non sospetti – gli dice il pontefice – finor t’assolvo e tu m’insegna fare, sì come Penestrino in terra getti”. Bonifacio promette al vecchio uomo d’armi, per il suo aiuto, un perdono preventivo, assolvendolo prima ancora che abbia commesso il peccato. “Lo ciel poss’io serrare e disserrare”, fa dire Dante a Bonifacio, alludendo alle chiavi di San Pietro che dovrebbero aprire le porte del Paradiso anche a un uomo macchiato d’infamia, se assolto dal pontefice. Guido si lascia convincere, offre il suo maligno servigio al pontefice e finisce di lì a poco i suoi giorni.Dante immagina che San Francesco in persona venga a prendere l’anima di Guido per condurla in Paradiso ma, mentre già intuiamo l’estasi di questa ascesa divina, un demonio senza nome (un nero cherubino) interviene e si rivolge bruscamente a San Francesco affermando che farebbe un torto a portare in cielo l’anima di Guido, meritevole invece del più profondo degli inferi. Ci immaginiamo, grazie al genio di Dante, lo stupore di Francesco d’Assisi che indugia mentre l’ignoto demonio spiega le sue ragioni utilizzando quello che in matematica si chiama un ragionamento per assurdo. Vale la pena ascoltarlo dalle parole dello stesso demone per poi fare un po’ di luce sul suo intreccio, paragonabile a quello di una formula matematica: “Ch’assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere insieme puossi per la contradizion che nol consente. Non si può assolvere chi non si è pentito“, argomenta il demone, e d’altra parte non si può essere pentiti quando si vuole peccare: Guido aveva ottenuto l’assoluzione prima d’aver commesso il peccato, pur consapevole di stare per commetterlo. Non può provare pentimento per qualcosa che si accinge a fare. Ma la sottolineatura del demone è emblematica: “per la contradizion”, per il principio di non contraddizione, per cui non può valere una proposizione e al tempo stesso la sua negazione. Possiamo riformulare il ragionamento con il seguente sillogismo: Chi non si pente non può essere assolto. Ma chi vuole peccare non si pente. Quindi chi vuole peccare non può essere assolto. Possiamo formulare il ragionamento come una di quelle dimostrazioni che i matematici chiamano per assurdo: si suppone che una frase, che vogliamo dimostrare vera, sia invece falsa e si deriva da questa assunzione una contraddizione. Nel nostro caso, supponiamo che l’assoluzione di Bonifacio a Guido sia valida: affinché questo sia vero, Guido deve essere pentito del proprio peccato prima dell’assoluzione ma questo è impossibile perché deve ancora commetterlo e per di più vuole commetterlo. Dunque, l’assoluzione non è valida! Nei suoi versi Dante ci porge una proposizione che genera un assurdo, in quanto sarebbe sia vera che falsa: “pentere e volere insieme”, che ci si possa pentire e al contempo voler commettere il peccato per il quale ci si sta pentendo. Nulla può la bontà del santo di fronte alla logica del demone e Francesco si ritira in silenzio, mentre il demonio prende Guido per trascinarlo con sé all’Inferno sogghignando: “Tu non credea ch’io loico fossi”, “non credevi ch’io fossi un logico”. Questa vicenda in cui il più grande santo della cristianità viene zittito da un demonio del quale nemmeno conosciamo il nome ha una rivalsa nel quinto canto del Purgatorio, là dove Dante narra di aver incontrato nell’Antipurgatorio – il luogo dove le anime dei morti di morte violenta iniziano il loro cammino di espiazione – uno dei figli di Guido, Bonconte da Montefeltro, ghibellino come il padre e contro il quale Dante aveva combattuto nella battaglia di Campaldino. Bonconte morì in battaglia, ma il suo corpo non fu mai ritrovato e Dante di nuovo immagina ciò che non potremo sapere mai. Trascinatosi ferito sulla riva del fiume Archiano, prima che questo si getti nell’Arno, Bonconte sta per rendere l’anima e nel farlo invoca il nome della Vergine Maria: tanto basta a un angelo per venire dal cielo a prendere la sua anima, ma il solito demonio in agguato gliela contende rinfacciando all’angelo che l’anima di Buonconte era stata sottratta alle fiamme infernali per una lagrimuccia che aveva versato in fin di vita. Questa volta nessun sillogismo riesce a strappare l’anima di Bonconte dalle braccia dell’angelo tanto che il demonio, per la rabbia, scatena una fitta pioggia che genera la piena del fiume trascinando con sé il corpo di Bonconte e spiegando così perché non sia mai stato trovato. In questo punto non la logica ma le scienze naturali dominano il verso dantesco, che si diffonde sull’origine delle piogge offrendo una spiegazione naturale (con lo zampino del diavolo) per la sparizione del corpo del comandante ghibellino della battaglia di Campaldino.