In difesa della DaD: la risposta di un docente alle riflessioni apparse su “Prisma” di maggio

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Oltre un anno di pandemia, e di Dad, hanno inevitabilmente stravolto anche la realtà scolastica. Ma con quali conseguenze? Ci troviamo di fronte ad una significativa perdita di apprendimento? Quanto significativa? Si può parlare di una vera e propria emergenza educativa? Sulle pagine di Prisma di maggio, ancora in edicola, il direttore Vincenzo Mulé affronta insieme ad alcuni rappresentanti del mondo della scuola il problema del learning loss e delle sue future implicazioni. Pubblichiamo qui invece le discordanti riflessioni di un nostro lettore, Sergio De Nisi, docente di matematica e fisica nella secondaria di secondo grado 

In questo anno abbondante di pandemia si sono seguiti articoli, prese di posizione politiche, considerazioni varie di docenti, pedagogisti ed esperti a vario titolo, sugli effetti della didattica a distanza. Anche voi, sul numero di maggio 2021, avete affrontato la questione. Mi permetto di fare le mie personalissime considerazioni.

 

Sergio De Nisi

La maggior parte di quanto ho personalmente letto su quotidiani e altri giornali, in edizione cartacea e non, riguarda spesso la presunta perdita negli apprendimenti. Mi permetto di chiamarla presunta, perché non trovo indagini statistiche oggettive in merito. In alcuni casi vengono citate indagini senza gli estremi per poterle consultare e senza neanche i risultati numerici. Anche voi avete citato in modo parziale e superficiale (e senza riferimenti diretti), per esempio, l’indagine svolta negli Stati Uniti, evidenziando perdite di apprendimento in lettura e in matematica, solo sulle poche classi coinvolte nell’indagine. L’indagine in questione, come da voi evidenziato, lascia fuori i bambini al di sotto della terza elementare e la scuola superiore. Queste indagini vengono citate al pari di altre di natura totalmente differente quali, ad esempio, quella sviluppata dall’organizzazione Parole O Stili e Istituto Toniolo. Questa si basa su questionari che chiedono agli studenti le loro personali sensazioni e percezioni del problema. Non si tratta di un tentativo di misurare una perdita di apprendimento e non può essere citata a tale scopo, sinceramente. Analogamente il raffronto tra giorni in presenza e giorni a distanza a scuola non è prova di alcuna perdita. È solo una constatazione statistica delle ore di lavoro svolte e della relativa modalità di svolgimento.

Mi preoccupano un po’ di più alcune conclusioni, un po’ spinte. Il Giappone è citato senza alcun dato numerico. La Norvegia, peggio ancora, spiegherebbe il calo con il fatto che i ragazzi hanno tutti un cellulare, ma non un PC e che, con il solo telefonino, “non si può naturalmente seguire” la DaD. Contesto questa affermazione. Per carità, chiunque può sostenere quello che vuole, ma è un’affermazione che nella mia attività di insegnamento non trova riscontro. Domando: è basata su risultati scientifici tratti da indagini statistiche o si tratta di deduzioni a posteriori, personali, fatte da chi ha proposto i risultati di indagini statistiche?

Ancora più preoccupante la considerazione sui “Campionati Internazionali di Giochi Matematici” organizzati dal Centro PRISTEM dell’Università Bocconi. Vengono citati per avvalorare la tesi della perdita negli apprendimenti in matematica ma, a ben leggere, confermano un “sensibile peggioramento nelle performances realizzate soprattutto dagli alunni che frequentano le scuole medie o il primo anno delle superiori, mentre tengono quelli delle scuole superiori”. Intanto il “sensibile peggioramento” non è in alcun modo quantificato, poi, per giunta, nelle scuole superiori non si rileverebbe alcun peggioramento. Perché, quindi, portarla come prova di una perdita negli apprendimenti? Glisso sull’affermazione che “analoghe conclusioni si possono trarre dai Campionati junior”, mi limito a chiedere: analoghe a cosa? A quelle delle scuole medie o a quelle delle scuole superiori?

A questo punto partono le affermazioni assolute (e azzardate?). La senatrice Maria Laura Mantovani punta sullo sviluppo dell’interesse e della curiosità nei confronti della matematica. Davvero è una novità? Non si sta già da anni agendo in tal senso? Mi sembra giusto un voler dire agli altri (insegnanti) quello che devono fare, presupponendo che non lo facciano già. Glisso sulle considerazioni sulle tecnologie e chiudo sull’intervento del prof. Giorgio Bolondi che ne dice più di una su cui mi permetto di dissentire. “Quello che è andato perso nel periodo della DaD è proprio ciò che non si trova su Wikipedia”. In tutta la mia carriera non ho visto un solo compito di matematica sviluppabile con il solo aiuto di Wikipedia o affini. Sarò stato sfortunato. Prosegue, “che ci sia un problema di perdita di apprendimento è un fatto acclarato”. Da chi? Come? Soprattutto, quanto? E infine il consiglio agli insegnanti che “superassero l’ansia di dare il voto e la preoccupazione della quantità delle cose da fare”. Intanto presuppone che tale ansia esista e pregiudichi in qualche modo il lavoro degli insegnanti, poi, senza essere il dirigente scolastico di alcun docente, dispensa dal lavoro, dalle preoccupazioni (eventuali). E se il mio DS non fosse d’accordo? Ricorro a lui?

Direi che, durante questa pandemia, nei confronti della scuola si sono alzate le voci più varie, esterne e non solo alla scuola stessa. La stragrande maggioranza tendeva ad esaltare principalmente tre punti: la competenza di chi parla, la tragedia della DaD e cosa i docenti (gli altri, quasi mai chi parla) devono fare per rimediare.

Allora, dopo questa disamina, personale e condivisibile o meno, invece di dire agli altri quello che devono fare, vorrei dirvi quello che ho fatto e che intendo fare, il tutto con la ovvia variabilità di un processo in mutamento continuo (preferisco dire in evoluzione continua).

Ho sei classi, tutte diverse tra loro: una prima, una seconda, una terza, una quarta e due quinte di liceo delle scienze umane.

La prima classe ha sempre lavorato, in dad e non. Ho coinvolto, riducendo al minimo l’ansia da voto, gli alunni con maggiori difficoltà, sia nelle fasi in presenza che in quelle in dad, ottenendo piena collaborazione.

La seconda classe ha anche lavorato seriamente, con poche eccezioni. Meno comunicativa in dad, l’ho sollecitata cercando di motivare gli alunni con maggiori difficoltà, tentando sempre di ridurre l’ansia da voto (è una valutazione di quanto fatto qui ed ora, non un giudizio sulla persona, ed è recuperabile con lavoro serio). Ho ottenuto collaborazione da quasi tutti. Sto cercando di coinvolgere anche gli alunni più a rischio con sollecitazioni individuali e tempi leggermente più lunghi.

La terza classe ha risentito più di altri della dad. Spesso in chat tra loro durante la lezione e poco attenti alla spiegazione, hanno cambiato il loro atteggiamento quando, dopo una sfuriata per il loro atteggiamento passivo, ho proposto soluzioni: cambio metodo, costruiamo a lezione appunti da cui studiare, esplicitiamo il processo mentale di ricerca di una soluzione, lavoriamo ispezionando gli esercizi alla ricerca degli indizi dai quali partire per trovare la soluzione, video ed elaborati personali di sintesi e non solo per Educazione Civica, termineremo con elaborati individuali creati a partire dagli appunti di lezione.

La quarta è divisa in due parti. Una che, pur risentendo della distanza, si è fidata ed affidata a noi docenti, riuscendo addirittura a migliorare il rendimento. Un’altra parte ha tentato di sfruttare le falle della dad a livello di verifiche. Dopo un confronto piuttosto duro, ma chiaro ed esplicito, vedremo a breve i risultati. Ho mostrato che alcuni non chiedono supporto e poi lamentano il mancato supporto: coerenza, please.

Le quinte sono molto diverse. Una è stata sempre compatta, lavorando seriamente dal primo all’ultimo giorno. Nessuna fatica particolare da parte mia. L’altra è divisa, un po’ come la quarta. Non tutti si impegnano in egual modo, ma ho già annunciato verifiche in stile esami di stato che coinvolgeranno tutti.

Ovviamente ho sintetizzato. Sarebbe bello se, invece di additare i fallimenti (presunti?) altrui e dare disposizioni sul da farsi, ciascuno di noi mettesse in comune le proprie esperienze, senza giudizi. Utopia?