Gli angeli del banco

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“Pandemic cocoon” è la fortunata espressione che indica il bozzolo dentro al quale ognuno di noi si è chiuso nel periodo della pandemia e che siamo destinati a lasciare ora che la fine dell’emergenza sembra vicina. Farlo, sostiene l’editorialista del Washington Post Steven Petrow, non è così facile come sembra. Almeno per lui, che ha tenuto nascosta ai suoi amici la notizia di aver effettuato il vaccino pur di continuare a rimanere nel suo bozzolo. L’articolo, oltre a sollevare questioni di carattere sociale e psicologico, pone l’accento non solo sul ritorno alla normalità ma, soprattutto, sul come.

Non c’è dubbio che ritornare a “prima” non sarà facile, anche perché il Covid ci ha aperto gli occhi su una serie di questioni che da anni galleggiavano in attesa di una soluzione.

Tra gli aspetti che riteniamo più importanti ma sui quali abbiamo sentito discutere poco c’è la scuola intesa come formazione, didattica e sostanza. Certo, di scuola si è parlato ma in termini che ne svilivano in un certo senso la missione (il rossetto dell’ex ministra, i banchi a rotelle, le lamentele sulla Dad che non permetteva ai genitori lavoratori di “parcheggiare” i figli).

In realtà, l’anno e più di didattica a distanza ci lascia in eredità un grande problema, quello della perdita di apprendimento sia della generazione che si è affacciata alla scuola dell’obbligo nel 2020 sia dei ragazzi e delle ragazze che hanno iniziato l’università durante il Covid. “Non università”, l’ha definita il professor Bolondi.

Diversi studi internazionali hanno rilevato la gravità della perdita di apprendimento causata dalla chiusura delle scuole. Il rischio concreto, in assenza di interventi mirati, è quello di una perdita secca di 0,6 anni di scuola accompagnato da un aumento fino al 25% della quota di alunni della scuola secondaria inferiore che resteranno al di sotto del livello minimo di competenze. Perdite che saranno – anzi, lo sono già – maggiori tra gli studenti provenienti da famiglie meno istruite e in condizioni economiche svantaggiate.

Cosa fare allora? Reagire, con uno sforzo collettivo e intergenerazionale. Il modello ce l’abbiamo sotto gli occhi proprio noi italiani. L’alluvione di Firenze del 1966 e il disastro che ne conseguì misero in pericolo un patrimonio culturale di immenso valore. Nacquero allora gli angeli del fango, ragazze e ragazzi volontari che da tutta Italia accorsero per mettere in salvo quadri, manoscritti per poi collaborare alla ricostruzione della città. Questa staffetta generazionale potrebbe essere riproposta all’interno delle scuole, facendo ricorso ai giovani universitari come ha proposto Save the Children, oppure promuovendo attività individuali e collettive di volontariato nelle scuole, come pensano di fare al Ministero. Di fronte a questa sfida è essenziale il coinvolgimento di tutte le risorse civiche e associative dei territori. La scuola non può essere lasciata sola.

Buona lettura!

Vincenzo Mulè | Direttore responsabile