Il vero sapiens vive su Marte. Se esiste

In epoche remote, sul Pianeta rosso si trovava un ambiente adatto alla formazione di biomolecole a base di carbonio, precursori di forme di vita in grado di evolvere. Inoltre, rispetto alla Terra, Marte è più vecchio di almeno un centinaio di milioni di anni. Un vantaggio temporale che potrebbe aver inciso anche sull’evoluzione fisica e intellettuale delle ipotetiche forme di vita

Sei milioni e mezzo di anni fa, quando nelle grandi pianure africane apparvero i primi ominidi destinati a diventare gli “uomini” di oggi, i marziani, nostri vicini del sistema solare, erano sapiens da un bel pezzo. Non c’è da stupirsi: rispetto alla Terra, Marte è più vecchio di almeno un centinaio di milioni di anni e molto più piccolo. Si è quindi raffreddato rapidamente e già tre miliardi e mezzo di anni fa possedeva una densa atmosfera e distese di acqua liquida (tracce fossili di oceani, laghi e fiumi sono evidenti nell’orografia marziana). Poi, lentamente, la dispersione pressoché totale dell’atmosfera a causa della debole gravità e il conseguente calo della temperatura media superficiale sino a una cinquantina di gradi sotto lo zero hanno inaridito tutto il pianeta, confinando l’acqua rimasta in bacini ghiacciati sotterranei e nelle calotte polari dove è mista ad anidride carbonica solida. Dunque, in epoche remote, sul pianeta rosso è esistito un ambiente atto alla formazione di biomolecole a base di carbonio, precursori di forme di vita in grado di evolvere darwinianamente in esseri complessi, coscienti e intelligenti. Un po’ come, secondo un plausibile flash back, è avvenuto sulla Terra. Comunque, i “prodotti finali”, Homo sapiens e Martianus sapiens (se vogliamo chiamarli alla maniera di Linneo) avrebbero avuto solo vaghe somiglianze per anatomia, aspetto, attitudini psicofisiche e comportamenti a causa dei diversi percorsi evolutivi in risposta alle diverse storie geologiche, climatiche e biosferiche dei due pianeti. I sapiens marziani sarebbero stati sempre più avanti dei sapiens terrestri per conoscenze scientifiche e tecniche (e per taluni anche per un’illuminata organizzazione sociale) grazie al vantaggio di un’evoluzione fisica e intellettuale iniziata milioni di anni prima della nostra.
Ma la vita su Marte c’è stata o c’è? Purtroppo, i biomarcatori rilevabili nei meteoriti di provenienza marziana e nei dati trasmessi dalle sonde che in questi decenni hanno analizzato il suolo del pianeta non hanno sinora fornito risposte certe riguardo a primordiali forme di vita presenti o fossili. Tanto meno riguardo a forme evolute. Qualcuno ci ha provato per altre strade, faticando però a restare entro lo stretto perimetro della scienza.

MARZIANI ITALO-AMERICANI

Nel 1877, approfittando di una favorevole opposizione, l’astronomo Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910) tracciò una dettagliata mappa di Marte, indicando con il termine “canali” le fitte e lunghe linee scure che ne solcano la superficie.

Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910) indicò come “canali” le lunghe linee scure che solcano la superficie di Marte

Nella lingua italiana il termine canali non distingue tra strutture naturali e artificiali: è canale sia quello della Manica sia quello di Suez. La lingua inglese distingue invece in English channel e Suez canal. Secondo un dibattito mai sopito, sarebbe stata la traduzione di canali in canal, anziché più propriamente in channel (come, tra l’altro, fa Google Translate costretto a una scelta secca) a farne supporre l’origine artificiale.

Una delle mappe di Marte disegnata da Schiaparelli

Questa ipotesi fu entusiasticamente sostenuta soprattutto dall’americano Percival Lowell (1855-1916) che, nel libro Mars and its canals, sostenne, con dettagliate mappe e varie argomentazioni, che si trattava di grandiose opere edili e idrauliche destinate a distribuire l’acqua prodotta dal disgelo stagionale delle calotte polari sino alle aride pianure equatoriali a scopo agricolo. Lo stesso Schiaparelli, all’inizio molto guardingo, finì con l’ammettere, seppur con non poche ambiguità, che megastrutture di tale impegno costruttivo e gestionale presupponevano l’esistenza di una società sapiente e operosa, ma anche solidale. Per farla breve, “un paradiso degli idraulici e dei socialisti”. L’ipotesi di Schiaparelli e Lowell infiammò un dibattitto non solo tra scienziati nei decenni tra Ottocento e Novecento, risolto poi a favore dei “negazionisti” che dimostrarono come i canali non fossero che illusioni ottiche.

DUE ENIGMATICHE LUNE

Decisamente pseudoscientifiche sono invece le ipotesi sull’esistenza di una avanzata civiltà marziana, oramai estinta, proposte negli anni Sessanta del secolo scorso dall’astrofisico sovietico Joseph Š. Šklovskij (1916-1985) e dall’eclettico astronomo americano Carl Sagan (1934-1996). Punto di partenza sono le pressoché uniche caratteristiche delle due lune di Marte, Phobos e Deimos: molto piccole (poco più di 20 e 12 km di diametro), molto vicine al pianeta (in media 9000 e 22.000 km) e con bassissima densità (1,8 e 1,4 g/cm3), quasi fossero vuote. Fatti mai riscontrati in un oggetto celeste e ancora non chiariti.

Phobos, una delle due bizzarre lune di Marte

Incerta anche la loro origine: asteroidi vagabondi catturati dalla gravità di Marte o voluminosi rimasugli della sua storia di aggregazione? In un libro del 1963 Šklovskij avanzò l’ipotesi che fossero due enormi satelliti artificiali messi in orbita in epoche remote da una scomparsa civiltà marziana. Un’ipotesi fantasiosa nata forse sulle ali dell’entusiasmo per gli spettacolari successi in quegli anni dell’astronautica del suo Paese o, forse, da un’idea simile attribuita a uno sconosciuto astronomo dal Great Plains Observer nel numero di aprile 1959. L’ipotesi di Šklovskij venne ampiamente discussa nel libro semidivulgativo The Intelligent Life in the Universe pubblicato negli Stati Uniti nel 1966 insieme a Sagan, mantenendo peraltro distinte le parti scritte dall’uno e dall’altro. Qualche anno dopo, nel libro The Cosmic Connection: an Extraterrestrial Perspective, Sagan propose una sua ipotesi, se possibile ancor più stravagante: l’assenza, sulla superficie esterna delle due lune, di tracce dell’opera di esseri intelligenti lasciava supporre che fossero due asteroidi “svuotati” dagli antichi marziani, magari per stiparvi libri e testimonianze della loro civiltà, a disposizione di future civiltà aliene in grado di accedervi. Ancor più incerta testimonianza di una estinta civiltà marziana è la cosiddetta Face on Mars, abbozzo in rilievo di un colossale volto umano apparso per la prima volta nel 1976 in una foto della sonda Viking: opera di scultori locali o casuale gioco di luci e ombre nel tormentato paesaggio marziano?

La “Face on Mars”, ripresa dalla sonda Viking nel 1976: opera di scultori locali o casuale gioco di luci e ombre nel tormentato paesaggio marziano?

DA MARZIANI A TERRESTRI

Ammesso che sia davvero esistita, perché questa civiltà marziana così sapiente e tecnologica non è riuscita a sopravvivere? Tre le ipotesi, in decrescente ordine di credibilità: instaurarsi di condizioni planetarie incompatibili con la vita; autodistruzione per guerre o disastri ambientali; abbandono di un pianeta morente verso un altro più accogliente, forse la Terra stessa, ancora disabitata. In questo caso saremmo noi oggi i regrediti discendenti dei migranti superintelligenti arrivati da Marte molti milioni di anni fa: l’esito di un’evoluzione darwiniana che, una volta tanto, ha premiato… i più stupidi.

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