Che fare dell’acqua di Fukushima?

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Secondo il rapporto UNSCEAR 2020, l’incidente di Fukushima ha causato una sola vittima accertata a causa delle radiazioni assorbite, ma i danni economici e psicologici subiti dall’intera nazione giapponese sono ingenti. Dopo l’11 marzo 2011, la popolazione giapponese ha imparato a soppesare con più cautela le informazioni provenienti dalle fonti governative e il movimento antinucleare, che prima di quella data focalizzava le proprie attenzioni soprattutto sulla proliferazione militare, ha allargato i propri interventi anche nell’ambito dell’energia a fissione ad uso civile. Le traversie e le disgrazie subite da migliaia di abitanti dell’area colpita dalla triplice calamità di quel tragico 11 marzo di dieci anni fa (terremoto-tsunami-incidente nucleare) giustificano pertanto in parte la perplessità con cui è stata accolta la decisione del governo di scaricare nell’oceano 1,24 milioni di tonnellate di acqua raccolta in circa 1060 contenitori presenti nella centrale di Fukushima.

Le polemiche internazionali che hanno seguito la vicenda prospettando una nuova calamità naturale sono invece immotivate ed è la scienza stessa che ce lo suggerisce.

Dopo la fusione di tre dei sei reattori dell’impianto, il materiale (corium) contenente per la maggior parte combustibile nucleare ha perforato il reattore raccogliendosi alla base contenitore primario. Per evitare il surriscaldamento e un’ulteriore perforazione che avrebbe esposto il corium all’aria, si è continuato ad insufflare acqua che, oltre ad avere il compito di mantenere la temperatura a livelli bassi, impediva alle particelle radioattive di liberarsi nell’atmosfera. A distanza di dieci anni, non vi è più pericolo di ulteriore fusione (la temperatura del corium si è stabilizzata sui 20 °C), ma è necessario continuare a “lavare” il materiale per evitare la dispersione radioattiva.

Durante tutto questo periodo di tempo, l’acqua si è accumulata nei serbatoi, che oggi occupano gran parte della superficie disponibile nella centrale. Con un’ulteriore aggiunta di circa 160 tonnellate al giorno, l’IAEA prevede che dal 2022 lo spazio disponibile si esaurirà. È per questo che, già dal 2013, il governo giapponese, dopo aver ascoltato organismi scientifici e ricercatori, ha deciso di sversare l’acqua nell’oceano.

 

La centrale di Fukushima oggi

Prima di aprire le valvole di deflusso, l’acqua deve essere comunque trattata in due fasi distinte per permettere l’eliminazione di 64 radionuclidi in essa presenti, sino a diminuire il livello di radioattività ben al di sotto dei limiti massimi di legge (ad esempio il cesio-137, che ha un limite di legge di 9×10-2 Bq/cm3, nelle acque in uscita dai reattori ha un valore di 20 Bq/cm3, ma scende a meno di 3,6×10-4 Bq/cm3 dopo il doppio trattamento).

L’unico elemento radioattivo non rimosso, e che verrà quindi disperso in mare, è il trizio, un isotopo dell’idrogeno ed il cui nucleo è composto da due neutroni e un protone (a differenza del nucleo dell’idrogeno che contiene solo un protone). Essendo chimicamente del tutto simile all’elemento madre, si combina con l’ossigeno formando la cosiddetta acqua triziata o acqua superpesante. La separazione del trizio, oltre che costosa, è anche estremamente difficile e laboriosa e richiede un dispendio di energia enorme. Quando, nel 2013, si era prospettata la necessità di liberarsi dell’acqua raccolta nei tank, il governo ponderò quindi diverse soluzioni:

  1. Iniettare l’acqua in falde geologiche isolate (durata dell’intervento 104 mesi a cui si devono aggiungere diversi anni di monitoraggio per un costo di 18 miliardi yen – 175 milioni di dollari – più il costo di monitoraggio)
  2. Versamento nel mare (durata dell’intervento tra i 90 e i 400 mesi per un costo 3,4 miliardi di yen – 33 milioni di dollari)
  3. Evaporazione in aria (durata dell’intervento 120 mesi, costo 34,9 miliardi di yen – 338 milioni di dollari)
  4. Seppellimento dei contenitori (durata 98 mesi a cui si aggiungono 912 mesi di monitoraggio, costo 243 miliardi di yen – 2,3 miliardi di dollari)
  5. Trattamento dell’acqua per eliminare il trizio (durata dell’intervento 106 mesi, costo 100 miliardi di yen – 969 milioni di dollari)

La soluzione di sversamento in mare è dunque quella risultata più economica e, secondo i diversi comitati scientifici consultati dal governo, anche quella ambientalmente meno invasiva.

Le 1,3 milioni di tonnellate di acqua contengono infatti in totale circa 3 grammi di trizio e, se l’intera quantità di acqua oggi presente nei serbatoi venisse scaricata nel giro di un solo anno, l’impatto nelle acque marine sarebbe di 0,00081 mSv/anno, meno di un millesimo delle radiazioni naturale assorbite mediamente in un anno (2,1 mSv/anno).

In realtà l’acqua verrà scaricata in un arco di tempo tra i 7 ed i 33 anni per mantenere la soglia massima di radioattività da trizio tra i 22 e i 100 TBq/anno. La diluizione così ottenuta non influirà quindi sulla radioattività totale marina. Ricordiamo inoltre che il tempo il tempo di dimezzamento del trizio è di 12 anni, di conseguenza più lungo è il tempo di sversamento, meno radioattiva sarà l’acqua che andrà a miscelarsi a quella dell’oceano che, così come l’atmosfera e la crosta terrestre, già naturalmente contiene radioattività. Uranio-235 e 238, torio-232 e soprattutto potassio-40 sono radionuclidi contenuti nelle acque ed ogni anno la radioattività dell’acqua marina aumenta di 10 Bq/l a causa dell’erosione delle rocce e del terreno che apporta potassio-40. Inoltre, più un mare è salato, più aumenta la radioattività, dato che il potassio si lega con il sodio del sale marino (il Golfo Persico ha una radioattività media tra le 5 e le 6 volte superiore di quella del Mar Baltico).

Il trizio è un elemento presente essenzialmente a causa delle attività antropiche, ma non solo: ogni anno i raggi cosmici ne producono in media 70.000 TBq e l’acqua piovana ne scarica sul solo Giappone 223 TBq/anno. Infine, non è solo il Giappone che scarica trizio nel mare: l’impianto di riprocessamento nucleare di Le Hague, in Francia, tanto per fare un esempio, scarica 13.700 TBq/anno nella Manica, la centrale di Bruce in Canada 892 TBq nel Lago Huron. Anche Cina, Corea del Sud e Taiwan, le tre nazioni che hanno protestato per la decisione di Tokyo, sono fortemente impegnate nel nucleare e le loro centrali dislocate lungo le coste marittime non sono “tritium-free”. La protesta dei vicini del Giappone, piuttosto che ambientale, è più decifrabile sulla linea di una polemica politica ed economica. Tutte e tre le nazioni hanno contenziosi marittimi con Tokyo e le loro industrie hanno grossi interessi internazionali in campo nucleare. Alimentare le contese significa gettare discredito sulle aziende nipponiche favorendo quindi le proprie compagnie e al tempo stesso sollevare le questioni irrisolte delle isole contese.

A livello interno, lo scarico delle acque rischia di far ripiombare i pescatori di Fukushima nella crisi in cui sono piombati nel 2011 e da cui ancora oggi non sono completamente usciti. Non a causa della radioattività, come si potrebbe pensare. Le agenzie oceanografiche internazionali che dal 2011 stanno conducendo analisi sulle acque antistanti le coste di Fukushima non hanno rilevato livelli di radioattività anomali dopo il 2015 e di fronte alla possibilità di sversamento dei contenitori della centrale secondo l’agenda governativa, non hanno sollevato preoccupazioni. La contrarietà delle cooperative pescherecce sta invece nella pubblicità negativa che subirà il pescato tra i consumatori. In questo, paradossalmente, hanno giocato un ruolo rilevante proprio alcune associazioni antinucleari e ambientaliste che, nella foga di denunciare la pericolosità del nucleare, hanno diffuso mappe, fotografie e dati pretestuosi e ideologicamente falsi non comprovati da studi scientifici. Questo, esattamente come accaduto nel campo agricolo, ha scatenato un forte senso di apprensione tra la popolazione che ha avuto come conseguenza un crollo delle vendite del pescato nonostante questo sia attentamente controllato prima di essere inviato sul mercato.

Purtroppo, quando i pregiudizi e le convinzioni ideologiche prevalgono sulla scienza, chi ne subisce le conseguenze sono anche i più indifesi. Per questo è importante capire prima di giudicare.