Il contagio rende più poveri

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Un anno di pandemia ha aumentato le disuguaglianze nella nostra  società. Lo certifica il Fondo monetario internazionale: le politiche  pubbliche introdotte per ammortizzare l’impatto sociale  delle malattie hanno aiutato di più chi già guadagnava di più.  In Italia gli interventi di sostegno hanno mitigato l’impatto.  Ma che cosa succederà quando non ci saranno più?

Non siamo tutti uguali di fronte alla pandemia, non saremo più uguali dopo la pandemia. È vero, il virus non conosce frontiere fisiche né barriere sociali e molti sono stati i  potenti e ricchi del mondo colpiti dalla malattia. A un anno dall’esplosione del Covid e nonostante  non tutti i Paesi abbiano lo stesso dettaglio di dati  e indagini, ne sappiamo però abbastanza per dire  che la tendenza all’aumento delle diseguaglianze,  già fortemente in atto nella parte occidentale del  mondo prima della pandemia, non si è arrestata  e anzi è aumentata. Oppure rischia di aumentare.  Questo vale soprattutto nel capitalismo anglosassone, caratterizzato da un minore intervento pubblico, un più rapido e pervasivo funzionamento  dei meccanismi di mercato e pochi meccanismi  correttivi automatici. Ma vale anche nella nostra  parte di mondo, l’Europa, che pure è quella che ha  messo subito in campo le misure a protezione del  lavoro e delle fasce più deboli e gode di un sistema sanitario quasi ovunque pubblico. Su tutti poi  incombe l’incognita del “dopo”, ossia di cosa succederà una volta terminati i sussidi d’emergenza.

DALLA PESTE ALLA SARS
L’impatto della pandemia sulle disuguaglianze  non è scontato. Come ha ricordato l’economista  Maurizio Franzini in un articolo apparso su Etica ed Economia il 24 aprile dello scorso anno, ci sono  studi storici che mostrano che grandi epidemie del  passato le hanno addirittura ridotte. Ma il punto  è, nota Franzini, che il meccanismo “egualitario”  agisce attraverso la riduzione della forza lavoro: se ci sono meno uomini in grado di lavorare, il  loro potere contrattuale sale e avranno salari più  alti. Già di per sé questa notazione porta a escludere un effetto “livellatore” dell’attuale pandemia  dato che il numero di morti e malati – sia pure altissimo – non è tale da incidere sul mercato del lavoro, anche perché i lutti sono concentrati nell’età  più anziana. Lo sguardo storico lungo, che pure  è affascinante e molto interessante, fa inevitabilmente riferimento a strutture sociali e pandemie completamente diverse. Uno studio compiuto da  un gruppo di ricercatori del Fondo monetario internazionale e sintetizzato su Voxeu.org analizza  invece l’effetto delle epidemie più recenti: la Sars la cosiddetta “suina”, la Mers, Ebola, Zika. Tutte  queste, è il risultato della ricerca, hanno aumentato la disuguaglianza dei redditi, misurata attraverso l’indice di Gini e questo è successo sia per  colpa della crisi economica che ne è conseguita (la riduzione del Pil), sia per il suo maggiore impatto sui lavoratori a bassa qualifica. L’aspetto interessante dello studio è che – oltre a ricordarci quanti precedenti dell’attuale coronavirus, sia pure su scala ridotta, abbiamo avuto in pochissimi anni – rivela anche che le politiche pubbliche introdotte per ammortizzare l’impatto sociale delle malattie hanno aiutato di più chi già guadagnava di più. Non hanno contrastato l’aumento delle disuguaglianze, anzi lo hanno rafforzato. Evidenze empiriche dalla classifica dei super-ricchi di Forbes mostrano che l’aumento di ricchezza dei
500 personaggi più abbienti del mondo è stato altissimo: più 31%.

I REDDITI IN ITALIA
Esistono parecchi modi di misurare le disuguaglianze e parecchi aspetti delle disuguaglianze. In tutti questi casi, a essere messa sotto la lente è  la disparità dei redditi. È quel che fa anche uno  studio sul caso italiano, elaborato da Giovanni Gallo e Michele Raitano e riassunto sempre per Etica ed Economia. Elaborando i dati a disposizione – necessariamente ancora pochi e dunque facendo alcune ipotesi – i due economisti giungono  a conclusioni in controtendenza: per ora in Italia  la disuguaglianza nelle retribuzioni si è ridotta,  sia pure leggermente, perché gli interventi pubblici hanno compensato lo choc delle chiusure e  della crisi con il blocco dei licenziamenti, la cassa  integrazione, i ristori, l’assegno per gli autonomi.  Il senso comune e le statistiche dell’Eurostat ci dicono che i trasferimenti hanno nella media coperto meno della metà della perdita di reddito,  ma per ora questo è stato sufficiente a evitare un  allargamento della forbice. È aumentata la quota  di lavoratori poveri e in generale è aumentata l’incidenza della povertà ma anche in questo caso –  dice lo studio italiano – l’intervento dello Stato ha  mitigato effetti che sarebbero stati ben più gravi.  In altre parole: il welfare emergenziale ha contrastato il forte aumento delle disuguaglianze che si  andava creando sul mercato. Queste conclusioni,  scrivono i due autori, non devono comunque indurci all’ottimismo, poiché un calo dei redditi sostanzioso c’è comunque stato e soprattutto perché non è chiaro che cosa succederà dopo il primo intervento dello Stato, quello d’emergenza.

LE ALTRE DISUGUAGLIANZE
Veniamo alle altre disuguaglianze, che le misure  del reddito non sempre registrano: disuguaglianze generazionali, di tipologia di lavoro, di forma contrattuale, di genere, di condizioni di salute,  di istruzione. Il Covid-19 ha confermato vecchie fratture e ne ha aperte di nuove. Delle “vecchie”, la più nota e dolorosa è quella tra i dipendenti a tempo pieno e indeterminato, che hanno potuto godere della protezione del blocco dei licenziamenti e, in caso di chiusura temporanea dell’attività, della cassa integrazione, e i dipendenti a termine, i collaboratori, gli autonomi. Tutto il vasto mondo del lavoro non standard è stato, da un lato, “chiamato alle armi” (si pensi alla centralità dei fattorini e delle cassiere dei supermercati, lavori essenziali nei lockdown ma marginali nella forma contrattuale e nella retribuzione), dall’altro è stato protetto poco o niente dalle chiusure e dalla crisi (l’esercito degli atipici o irregolari nei servizi della ristorazione e del turismo, per esempio). È poi emersa una nuova disuguaglianza, tra il lavoro che deve essere necessariamente svolto in presenza – nella sanità, nei servizi alla persona, in fabbrica, nell’assistenza – e quello che si può fare  dietro lo schermo di un computer: qui non parliamo di rischio di perdere il lavoro, ma del rischio di essere contagiati sul lavoro o nel percorso per andare al lavoro. La disuguaglianza di genere si è accentuata perché le donne sono maggiormente presenti nei settori dei servizi più colpiti, nelle forme contrattuali meno tutelate e perché a tutto ciò si è aggiunto il maggior onere di cura nelle case, per i figli tenuti a casa con la didattica a distanza e gli anziani fragili. La disuguaglianza nella dimensione della salute è quella che colpisce di più negli Usa e dovrebbe essere meno drammatica da noi, con i sistemi sanitari pubblici o misti europei. Quanto meno, non dobbiamo pagarci le cure da Covid-19. C’è però un aspetto rilevante: le condizioni di salute di chi viene contagiato. Sappiamo che la letalità del virus cresce in relazione all’età e alla presenza di altre malattie e che le persone con meno risorse, o che hanno fatto lavori pesanti, hanno maggiori probabilità di arrivare in età avanzata con più malattie. Nei Paesi nei quali questi dati sono disponibili, come gli Usa e il Regno Unito, è ormai dimostrato che il Covid-19 ha ucciso di più negli strati sociali più poveri, nelle aree più emarginate, nei gruppi etnici meno tutelati. Dei morti italiani non sappiamo niente, a proposito di condizione sociale e lavorativa, reddito e istruzione. Quindi a oggi non possiamo dire quanto le disuguaglianze di salute abbiano inciso e/o siano cresciute ma di certo è un terreno da indagare, disponibilità dei dati permettendo.

LA SCUOLA SENZA LIVELLA
Infine, le disuguaglianze educative. Quelle di partenza (riflettendosi in stili di vita, abitudine alle precauzioni, corretta informazione) possono aver inciso anch’esse sulla probabilità di ammalarsi. Ma soprattutto si apre l’enorme problema dell’impatto dell’interruzione prolungata della didattica in presenza nelle scuole e nelle università. Angus Deaton, premio Nobel per l’economia e grande studioso delle disuguaglianze, ha scritto sul Financial Times del 5 gennaio di quest’anno che “l’istruzione è un’altra finestra sulla disuguaglianza. Durante il lockdown, gli alunni britannici delle scuole private avevano il doppio delle probabilità degli alunni delle scuole statali di ricevere lezioni online quotidiane. Anche all’interno del settore pubblico, gli alunni provenienti da famiglie migliori, con ambienti di apprendimento migliori, avevano maggiori probabilità di ricevere un sostegno attivo dalle scuole. Infatti, da luglio, gli alunni delle zone e delle famiglie più povere hanno avuto maggiori probabilità di perdere giorni di scuola. Ciò creerà un’eredità che sopravviverà a lungo alla pandemia, poiché i bambini che perdono le tappe fondamentali dell’istruzione potrebbero non recuperare mai”. Se da noi la presenza delle scuole private è molto più limitata, conta ugualmente la differenza tra le diverse scuole pubbliche e soprattutto quella fra gli ambienti familiari, sia dal punto di vista della disponibilità tecnologica che da quello degli stimoli, dell’attenzione dei genitori, della presenza di aiuti intellettuali in casa. Sappiamo che siamo il Paese che ha tenuto i ragazzi fuori dalle scuole e dalle università più a lungo e siamo anche tra quelli con minore dotazione infrastrutturale (connettività) e di alfabetizzazione digitale. Questa disuguaglianza, al contrario delle perdite immediate di reddito, non viene per ora controbilanciata in modo sostanzioso da alcuna politica pubblica. Si ritorna al discorso sul futuro, sull’uscita da interventi solo di “ristoro” e sull’investimento in una ripresa inclusiva basata sulla conoscenza.