Giuseppe Lupo: “Dopo la pandemia, una nuova civiltà”

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Secondo lo scrittore, recentemente entrato tra i finalisti del Premio Strega, il Covid-19 sta distruggendo  tutte le nostre certezze. Per questo  occorre formare una nuova società in cui l’intellettuale riprenda il suo ruolo di guida e di interprete del suo tempo. Come è successo  in buona parte del Novecento

Giuseppe Lupo, 57 anni, sposato con due  figlie, è arrivato a Milano agli inizi degli  anni Ottanta per studiare “Lettere” all’università Cattolica. Era nato ad Atella, un paese  di poche migliaia di abitanti in Basilicata, a una cinquantina di chilometri da Potenza. A Milano  e in Cattolica si è poi fermato ed è diventato professore universitario. Insegna Letteratura italiana  contemporanea ed è autore di successo di saggi e  romanzi. Mi raccontava, una delle prime volte che  ci siamo incontrati, la sua settimana-tipo scandita  da ritmi precisi e ferrei: prevedeva, ad esempio, il  lunedì e il martedì per le lezioni, il mercoledì e il  giovedì per la scrittura di saggi, il venerdì e il sabato per quella dei romanzi e la domenica (forse)  per il riposo.

È ancora così?
Più o meno. In realtà, gli impegni sono aumentati  e a volte ci sono delle scadenze che mi obbligano  a rivedere un po’ il mio calendario. In ogni modo,  tento sempre di seguire un ritmo predeterminato e  ben preciso per il lavoro.

Cominciamo la nostra chiacchierata parlando di  te come scrittore e autore di romanzi…
Forse è meglio cominciare da Leonardo Sinisgalli.

D’accordo, partiamo allora da un giovane studente lucano, trapiantato a Milano, che chiede  di poter scrivere la tesi di laurea su un suo conterraneo.
Sinisgalli è stato per me davvero l’inizio di tutto.  Forse nella scelta di laurearmi con una tesi su di  lui può aver influito il richiamo della terra natale e  della nostalgia per Atella e per la Basilicata in una  città distante e molto diversa. Però ha agito anche  l’ammirazione per un lucano, pure lui costretto  dai casi della vita a trasferirsi a Milano e che, nella  città lombarda, comincia a costruire la sua carriera. È così che ho scoperto la scrittura di Sinisgalli,  il Furor Mathematicus, il suo sforzo di superare la  divisione tra cultura umanistica e cultura scientifica, il suo interesse per la tecnologia. Ho scoperto il suo lavoro come grafico e pubblicitario all’Olivetti.  Ho scoperto il mondo olivettiano. E poi quello della Pirelli e delle grandi aziende italiane del secondo dopoguerra.

Così ti sei “specializzato” in modernità e società  industriale e hai sempre più orientato la tua attenzione sugli anni ‘50-‘60 del secolo scorso, il  boom economico e l’ingresso dell’Italia tra i Paesi industriali.
Sì, mi sono fatto “prendere” dal secondo dopoguerra e in generale dalla modernità che percorre  tutto il Novecento. Ho studiato alcuni intellettuali,  ad esempio Vittorini, e pubblicato saggi e libri che  analizzano l’Italia industriale, la trasformazione  della nostra società e la storia delle fabbriche che  hanno costruito l’Italia moderna. Un lavoro impegnativo è stato improntato sulla ricostruzione  dei rapporti tra gli intellettuali e una delle aziende  dotata di fortissima sensibilità nei confronti della  cultura, come è stata la Olivetti. Gli interessi per la modernità hanno trovato spesso sbocco anche  sulle pagine di narrativa. Nei decenni a cui accennavi ho ambientato, infatti, anche alcuni romanzi. Ad esempio, al centro de Gli anni del nostro incanto, c’è proprio una famiglia – il padre operaio, la  madre parrucchiera, due bambini piccoli – dell’Italia spensierata del miracolo economico, una  nazione che si lasciava cullare dalle canzoni di Sanremo, sognava i viaggi in autostrada e si entusiasmava con i lanci nello spazio dei satelliti americani e sovietici. Soprattutto credeva nel futuro.

 

 

Gli anni del nostro incanto è del 2017 e ha vinto  il Premio Viareggio-Rèpaci. Con Breve storia del  mio silenzio sei stato finalista al Premio Strega  di quest’anno.

Ho continuato con quest’ultimo romanzo la mia storia del Novecento. Ho continuato a raccontare,  in modo ironico ma comunque affettuoso, la mia  storia personale, quella di un bambino che a quattro anni, da un giorno all’altro, perde l’uso della parola alla nascita della sorella. Però poi, alla fine di  un tormentato processo di formazione, raggiunge  il vero obiettivo della sua vita: diventare scrittore,  cioè trasformare la mancanza di parole (il silenzio)  in un flusso di parole ordinate sulle pagina. Questa  esperienza, che può essere esemplare perché a volte  dai traumi possono nascere delle vocazioni, avviene sempre avendo sullo sfondo un preciso contesto  storico e sociale: tra una Basilicata che cambiava,  e da contadina si trasformava in borghese, e una  Milano fatta sempre di luci e di libri ma che, dopo  la strage di piazza Fontana, aveva voltato pagina.

L’interesse per la modernità del Novecento, anzi  per le diverse modernità di questo secolo, per  la cultura industriale e quindi l’attenzione al  tema dell’intellettuale impegnato sono filoni  che uniscono il mondo matematico e scientifico  al tuo. Da qualche mese, raccontiamo le storie  di grandi matematici che si sono distinti pure  per la loro passione civile e impegno politico.  Intellettuali impegnati, anche se la loro matrice  scientifica ne ha ritardato il riconoscimento.

Ormai sarà chiaro che provo una grande nostalgia per il Novecento e la stagione dell’impegno, per  venire alla tua osservazione. Ovviamente non per  il secolo delle dittature e dei totalitarismi ma per la  progettualità che gli uomini di cultura hanno sprigionato nel secolo passato per ideare e costruire un futuro migliore. È una stagione che ha cominciato a tramontare negli anni Ottanta con il riflusso e lo slogan della leggerezza, complice la caduta del muro di Berlino e il tramonto delle ideologie.  Terminata la contrapposizione tra i diversi modelli  di sviluppo, quello capitalista e quello comunista,  è iniziata la ricerca di una propria identità da parte  di un Occidente che si era venuto a trovare privo  di qualsiasi antagonista.

 

 

Secondo te, la stagione dell’impegno è quindi  definitivamente tramontata?
Quella dell’impegno ideologico, sì. Almeno questo ci dicono gli ultimi decenni. Ma non è conclusa quella di un impegno che mi piace chiamare  etico. Significa che l’intellettuale, lo scrittore nel  mio caso, non si deve limitare a raccontare quello  che vede. Non si deve limitare a un esercizio di  stile, fine a se stesso, ma deve inserire il suo racconto in un contesto di respiro più ampio. Deve sforzarsi di immaginare quello che dovrebbe essere e quello che vorrebbe che la realtà attuale  diventasse. Il presente si può cambiare, non è  eterno! Bisogna uscire dai limiti della cronaca,  della quotidianità, di quella letteratura minimalista di importazione statunitense che azzera  l’etica perché fissa la sua attenzione sulla realtà  e tutti i suoi dettagli senza nessuna interpretazione. Si può cogliere immediatamente l’esondazione della cultura dell’intrattenimento pensando  al successo che hanno ricevuto in questi anni i gialli e la letteratura poliziesca nelle sue varie  declinazioni: non si può ridurre la scrittura alla  trama di un mistery, né la lettura alla scoperta di  un assassino. I Promessi Sposi non sono importanti per la trama e perché alla fine Renzo e Lucia  si sposano ma per l’inserimento delle loro storie  personali in quelle di una comunità raccontata  nelle sue diverse stagioni, nei passaggi che deve  attraversare.

Riproponi la figura dell’intellettuale engagé, sia  pure in modo diverso da Camus, Sartre, Vittorini, Moravia ecc., ma non mi sembra che il “tuo”  Sinisgalli fosse politicamente impegnato…
Politicamente no, ma il suo contributo a una sorta  di impegno l’ha dato – ed è stato un contributo forte  – perché ha partecipato al dibattito su quello che il  Paese stava diventando e sulla costruzione del suo  futuro. Sinisgalli non ha certo raccontato l’Arcadia!

Di un intellettuale più presente nella discussione del presente e nella costruzione del futuro  mi pare che abbiamo un particolare bisogno in  questi tempi di Covid.

Penso che la pandemia stia segnando un passaggio epocale, da cui tutti usciamo più fragili. Direi, distrutti nelle nostre certezze. Forse sono un  po’ enfatico ma credo che si tratti di edificare una  nuova civiltà. Qui tornano in gioco di nuovo gli intellettuali. Spetta anche a loro riproporsi in termini  di progettualità, come figure in grado di elaborare  idee. Il loro è un compito costruttivo, non semplicemente descrittivo!

Per chiudere, l’immancabile domanda sui progetti futuri…
Continuo a lavorare su due fronti: narrativa e saggistica. Il romanzo che sto ultimando si pone come prosecuzione de Gli anni del nostro incanto e sarà  ambientato negli ultimi 4 decenni, cioè dagli anni  Ottanta fino ai giorni nostri ma comunque prima  dell’arrivo del Covid-19. È la storia di una generazione che ha aspettato il passaggio del millennio e lo  ha scavalcato rimanendo delusa. Il saggio, anche lui  in fase finale, riguarda invece gli scrittori meridionali  e il confronto con la storia o, meglio, il loro mancato confronto con la storia che volentieri scavalcano con l’utopia. Questo mi pare sia avvenuto dal tempo  dell’unificazione italiana fino al presente.