Tasche e risorse

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Non abbiamo fatto in tempo a smaltire la sbornia (metaforica, si capisce) del Capodanno, con tanto di festeggiamenti liberatori per aver salutato il 2020, che il nuovo anno già si presenta con eventi niente male.

Il surreale tentativo di colpo di Stato tentato da Trump e dai suoi sostenitori probabilmente lo leggeranno i nostri nipoti sui libri di storia. Il 6 gennaio, però, sarà ricordato anche come il primo giorno in cui le multinazionali hanno preso ufficialmente il posto delle istituzioni pubbliche e dello Stato di diritto. Sull’assalto al Campidoglio americano, infatti, le voci che si sono levate in maniera più netta e distinta sono state quelle di Facebook, di Instagram e di tutte le piattaforme social. Una reazione che ha potuto contare sul supporto dell’opinione pubblica mondiale ma che ha svelato in maniera netta il ruolo predominante che le piattaforme social ricoprono all’interno della società.

È difficile, in questo periodo, parlare della situazione che stiamo vivendo. Dal punto di vista personale, ognuno di noi deve fare i conti con le ristrettezze legate al Covid. A livello collettivo, ci troviamo a condividere l’emergenza sanitaria con uno spirito diverso da quello della prima ondata. Non riusciamo più a credere nella retorica dell’orgoglio italiano, dell’“andrà tutto bene”, del “saremo tutti migliori. È evidente che per fronteggiare una pandemia, e non uscirne con le ossa rotte, la macchina statale deve funzionare. In tutte le aree del Paese almeno discretamente. Se bene, ancora meglio.

Invece, la diffusione del coronavirus ha travolto settori che da anni versavano in condizioni critiche, come la scuola e il trasporto pubblico. Che Paese è quello in cui le scuole non hanno i fondi per mettersi in regola con la normativa antincendio? Che Paese spera di diventare quello in cui un liceo, come ci scrive una lettrice, a due giorni dal ritorno in aula suggerisce ai propri ragazzi di portare le coperte a scuola perché l’unica soluzione per scongiurare il contagio è tenere le finestre aperte?

Il problema non sono i vari Conte, Azzolina, Salvini o Renzi. Il problema è che, per troppo tempo, la politica ha dimenticato settori nevralgici come la ricerca, la sanità e l’istruzione. Spesso abbiamo ripetuto su queste pagine che tutti i problemi non si possono ridurre alla mancanza di risorse. La pioggia di soldi che investirà il nostro Paese grazie al Recovery plan ci dirà se la carenza di fondi fosse una scusante o se, peggio, il problema risiedeva in una mancanza di visione e di pianificazione. Per ora la storia ci sta presentando il conto e noi siamo, ancora, con le tasche vuote.

Questo è il primo numero che abbiamo realizzato senza il colto e prezioso apporto di Pietro Greco, morto il 18 dicembre. Speriamo di averne degnamente onorato la memoria con il nostro lavoro.

Vincenzo Mulè | Direttore responsabile