Chernobyl la serie tv: tra verità e finzione

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Molti di noi hanno visto e apprezzato nei mesi scorsi la fortunata miniserie HBO in 5 puntate Chernobyl: appassionanante, coinvolgente, impossibile da lasciare a metà. Ma da un punto di vista scientifico funziona? I produttori si sono attenuti alle verità scientifiche o hanno lavorato di fantasia? Lo abbiamo chiesto ad uno specialista, il fisico Piergiorgio Pescali, ricercatore scientifico e viaggiatore, con la passione per l’Estremo Oriente (i suoi ultimi libri sono La nuova Corea del Nord – Come Kim Jong Un sta cambiando il Paese (Castelvecchi, 2019) e Capire Fukushima – La lotta del Giappone; il nucleare oltre gli stereotipi (Exorma edizioni, 2021). 

A più di trent’anni dal 26 aprile 1986, l’incidente avvenuto nella centrale nucleare “Lenin” di Černobyl continua a far parlare di sé. Il dibattito tra coloro contrari all’utilizzo dell’energia prodotta dalla fissione del nucleo atomico e coloro, invece, che ne sostengono la necessità, si confronta spesso su un piano ideologico che ne pregiudica l’obiettività. A riportare la contrapposizione su un livello più scientifico, ci ha pensato la fortunata miniserie prodotta dalla HBO e che ha avuto un successo clamoroso. È questa rettificazione di prospettiva il maggior pregio offerto dalle cinque puntate di Chernobyl che, però, non è scevra di evidenti lacune. Nonostante, infatti, la ricostruzione proposta dal racconto sia stata abbastanza accurata, non mancano pecche storiche e scientifiche, a volte anche vistose, che ne sbilanciano l’aderenza alla realtà dei fatti. Non dobbiamo dimenticare che la serie è pur sempre una riproduzione cinematografica diretta al grande pubblico, quindi propensa ad alterare l’oggettività dell’accaduto. Non un documentario, dunque, e neppure una testimonianza asettica che potrebbe far considerare allo spettatore di poter capire la complessa dinamica dell’incidente evitando lo studio e la lettura delle decine di rapporti ben più approfonditi e scientifici rilasciati da istituti e centri di ricerca qualificati in questi decenni. Il rischio di queste fortunate serie televisive, così come dei romanzi storici di successo, è proprio quello di scalzare saggi, studi, analisi realizzati sul campo da esperti del settore e banalizzare così una realtà complicata, come nel caso della centrale ucraina.

Per cercare di riportare la finzione ad una dinamica più fattuale, cerchiamo quindi di dipanare l’ingarbugliata matassa delle vicende più romanzate e scientificamente meno realistiche di Chernobyl.

Spesso si identifica l’incidente al reattore come un’esplosione nucleare. Anche se la centrale Lenin oltre a fornire energia elettrica ad uso civile era adibita anche alla produzione di plutonio per scopi militari, non vi fu alcuna esplosione nucleare. Le due deflagrazioni avvenute nelle prime ore di quel 26 aprile 1986 furono causate da reazioni chimiche, molto meno potenti rispetto a quelle nucleari. Un reattore nucleare utilizza come combustibile uranio arricchito al 5% che non sarebbe in grado di produrre una esplosione del tipo di quella avvenuta ad Hiroshima o Nagasaki. La dichiarazione che si sente affermare nella serie che si sarebbe rischiato uno scoppio di diversi megatoni tale da causare la morte istantanea di milioni di persone e la inabilità dell’intero territorio europeo dell’URSS per centinaia di anni non ha alcun fondamento scientifico.

Chernobyl induce anche a far credere che le persone di Pripyat ammassate sul ponte ferroviario, chiamato anche “ponte della morte”, per osservare l’incendio alla centrale distante circa tre chilometri, sarebbero in seguito morte per l’accumulo di radiazioni assorbite. Diverse testimonianze, interviste e rapporti smentiscono il fatto. Collegato all’episodio del ponte della morte, nel film si sente dire che il fascio di luce iridescente bluastra che si sprigionava verso il cielo notturno dal reattore fosse causato dall’effetto Černekov. Anche questo non è vero: l’effetto Černekov si verifica principalmente nelle piscine di stoccaggio del combustibile nucleare esausto, quando i decadimenti radioattivi del materiale fissile rilasciati nell’acqua viaggiano ad una velocità superiore a quella della luce nel mezzo (la velocità con cui viaggia la luce è massima nel vuoto, ma viene rallentata quando incontra un mezzo secondo il suo indice di rifrazione). Quello che si vide a Pripyat, invece, era un fascio di atomi di ossigeno e azoto presenti nell’aria che, una volta ionizzati, rilasciavano fotoni con frequenza nel blu dello spettro visibile; un processo che avviene nelle aurore boreali.

È proprio nel campo delle radiazioni che la serie cade spesso in fantasie scientifiche. Una delle tante libertà che i produttori di Chernobyl si sono concessi è la caduta dell’elicottero che sarebbe stata causata alla radioattività. Partendo dalla constatazione che il fatto descritto dai produttori HBO non è mai avvenuto (l’unico elicottero che cadde a Černobyl precipitò sette mesi dopo l’incidente a causa dell’impatto delle pale con un cavo della gru), le radiazioni potrebbero manomettere il funzionamento dei circuiti elettrici di un elicottero solo dopo un’esposizione prolungata e continua nel tempo (si parla di decine di ore) e non certamente dopo pochi secondi.

Le radiazioni assorbite dagli abitanti di Pripyat subito dopo l’incidente non erano tali da indurre malessere (in totale assorbirono l’equivalente di meno di tre TAC), come invece si evince dalle scene ambientate nell’ospedale. Dei 134 casi di ricoveri con malessere avvenuti nei giorni dell’emergenza (di cui 30 in seguito morirono entro quattro mesi), nessuno di loro era abitante di Pripyat.

Anche le scene truculente dei pompieri in ospedale soggetti a vistose emorragie non corrispondono alla realtà: la pelle, una volta lavata, rimane pressoché incontaminata e solo le radiazioni ingerite continuano a debilitare gli organi vitali (e questo è uno dei motivi per cui, immediatamente dopo la contaminazione, si cerca di indurre il vomito al paziente). Impossibile, di conseguenza, che una vittima da radiazioni risulti contagiosa al solo contatto, come invece apertamente descritto nella serie, così come non scientificamente provata è la morte causata da radiazioni della bambina a sole quattro ore dalla nascita (mentre è accertata la relazione tra radiazioni e aborti spontanei).

In questo quadro risultano assolutamente fuori contesto molte delle figure chiave inserite in Chernobyl: quella meno convincente è anche quella che eticamente risulta più empatica col pubblico: la scienziata bielorussa Ulana Khomyuk interpretata da Emily Watson. Una figura inventata di sana pianta, come ammesso dagli stessi produttori, ma che nella sua veste di fisico nucleare appare totalmente non credibile nel dare credito alla leggenda metropolitana della contagiosità radioattiva.

Risultano del tutto cronologicamente fuori luogo anche le figure dei politici che, in un’Unione Sovietica agonizzante e gorbačëviana continuano a minacciare esecuzioni, terrore, scaraventi da elicotteri per tutti coloro che non si adeguano alla verità del socialismo reale. Sembra che i produttori non si siano accorti che l’URSS degli anni Ottanta non fosse più quella staliniana. Il dissenso, anche manifesto, all’interno delle sfere sociali e politiche era molto più diffuso di quanto la sceneggiatura abbia voluto far credere.

Un discorso a parte merita il conteggio delle vittime, in Chernobyl e a Černobyl, un campo in cui i due schieramenti pro-contro nucleare si sono sempre affrontati anche con effetti poco lusinghieri. Da una parte si tende sempre a minimizzare la gravità dell’incidente che, comunque la si veda, rimane sempre, assieme a Fukushima, l’unico a livello 7 della scala INES (il massimo previsto). Dall’altra si adducono spesso studi raffazzonati o non riconosciuti dalla comunità scientifica, si innalza la bandiera dell’olocausto nucleare addebitando centinaia di migliaia, se non addirittura milioni, di morti. Gli unici rapporti accettati a livello scientifico internazionale sono quelli fatti dall’OMS e, più recentemente, dall’UNSCEAR (organizzazione ONU) a cui si contrappongono quelli del TORCH (The Other Report on Chernobyl). I primi stimano in circa 4-5.000 le vittime dovute all’incidente nel corso di cent’anni, i secondi moltiplicano le cifre almeno di dieci volte. Una notevole discrepanza dovuta anche all’unica cosa su cui tutti concordano: è pressoché impossibile ricondurre un cancro alla sua fonte originaria. La malattia può insorgere per diversi fattori e a distanza di anni. Černobyl sarà così ancora una ferita aperta per lungo tempo.