“La scienza è di tutti”, parola di Fabiola Gianotti, direttrice del CERN

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Fabiola Gianotti è la prima donna a dirigere il Cern, il più grande laboratorio scientifico del mondo, e il primo scienziato a vedersi confermato il mandato. Il 29 ottobre scorso ha tagliato il traguardo dei 60 anni con la stessa curiosità che da studentessa liceale le ha fatto cogliere il fascino della fisica, e con la consapevolezza, oggi più forte che mai, che la società non può fare a meno della scienza.

Non era ancora nata quando è stato fondato il laboratorio europeo di fisica delle particelle che oggi dirige.
Inaugurato il 29 settembre 1954, in piena guerra fredda, il Cern di Ginevra è il più grande laboratorio scientifico del mondo e lei, classe 1960, è la prima donna a tenerne le redini. Il suo secondo mandato scadrà nel 2025. Fabiola Gianotti il 29 ottobre taglia il traguardo dei 60 anni con la curiosità di sempre, quella curiosità
che da studentessa liceale le ha fatto cogliere il fascino della fisica, e con la consapevolezza, oggi più forte che mai, che la società non può fare a meno della scienza. Per vincere questa e altre crisi. «Dalla pandemia ai cambiamenti climatici – dice la scienziata italiana – ci troviamo di fronte a sfide globali che richiedono soluzioni globali e questo vuol dire lavorare insieme».

Proprio al Cern, al confine tra Francia e Svizzera, arrivano scienziati e scienziate da tutto il mondo per lavorare gomito a gomito e, insieme, trovare risposte a domande complesse. Una comunità di oltre 18mila scienziati che fa gioco di squadra, superando confini ideologici, politici e culturali?
La quotidianità al Cern è veramente un esempio di quanto l’umanità possa fare quando mettiamo da parte le nostre divergenze. Divergenze che possono derivare da ragioni storiche, politiche e religiose. Qui è inconcepibile pensare di lavorare solo con colleghi di uno stesso Paese. Ricercatori provenienti da Paesi in guerra tra loro lavorano e collaborano ogni giorno e il premio Nobel si confronta con il più giovane degli studenti. La passione per la scienza e per la conoscenza accomuna tutti e alimenta quello spirito di collaborazione internazionale su cui il Cern è stato fondato: in questo senso è un laboratorio che fabbrica pace.

Il Cern è una sorta di tempio per la ricerca in fisica delle particelle, dove indagate i misteri dell’universo e le proprietà più intime della materia. Tutto questo può sembrare lontano dalla vita di tutti i giorni, invece sono tante le applicazioni pratiche delle vostre ricerche. Ci fa qualche esempio?

Le nostre ricerche in fisica delle particelle richiedono lo sviluppo di tecnologie di punta che hanno un grande impatto in campi molto diversi della società: non serve citare il web, perché ormai tutti sanno che è nato al Cern, ma tecnologie del nostro laboratorio sono utilizzate anche nella realizzazione di pannelli solari, nell’analisi di reperti storici, per non parlare delle tante applicazioni in campo medico. Si pensi all’adroterapia oncologica: è una terapia per trattare i tumori con protoni e ioni leggeri, che permette di bombardare il tessuto malato in maniera focalizzata, senza colpire il tessuto sano circostante. A questo proposito, in Italia c’è un grande centro a Pavia, il Cnao, voluto da Ugo Amaldi e costruito con tecnologie del Cern. La storia ci insegna che la ricerca fondamentale
produce conoscenze che possono trasformare la nostra vita in modo radicale. Ad esempio, senza la conoscenza della meccanica quantistica, l’elettronica moderna non esisterebbe e non esisterebbe neanche il microscopio elettronico usato per studiare il coronavirus.

Anche per fronteggiare l’emergenza Covid avete messo a disposizione competenze e tecnologie?
Certamente. Abbiamo usato le nostre officine meccaniche e i nostri laboratori chimici per produrre maschere, visiere e gel igienizzanti per scuole e ospedali locali, in Svizzera e Francia; abbiamo sviluppato un ventilatore per i pazienti in terapia intensiva particolarmente adatto ai Paesi in via di sviluppo e abbiamo messo le nostre grandi infrastrutture di calcolo a disposizione degli scienziati impegnati in prima linea nella lotta contro il coronavirus. Molto apprezzate in questo momento sono anche le nostre piattaforme open access in cui i ricercatori possono archiviare dati accessibili a tutti: la condivisione delle informazioni è fondamentale per capire il virus e la sua
diffusione.

Open Science è un concetto chiave per il Cern. In che modo perseguite questo obiettivo?
La scienza e l’educazione scientifica devono essere per tutti, perché sono strumenti di crescita e sviluppo di cui un mondo sostenibile e inclusivo non può fare a meno. Partendo da questo presupposto, al Cern promuoviamo l’open science con diverse iniziative pensate perché le conoscenze scientifiche siano accessibili a tutti. Per esempio, pubblichiamo i risultati delle nostre ricerche su riviste open access, sviluppiamo hardware e software che tutti possono utilizzare liberamente e promuoviamo attività educative aperte a tutti. Inoltre, da anni ormai, insieme
all’Infn e altri istituti, organizziamo attività formative di fisica in Africa, con un effetto palla di neve: perché, ogni volta che si riesce a gettare un seme di conoscenza, questo a sua volta si riproduce e si diffonde.

Nel campo della ricerca scientifica, ma non solo, c’è una sfida ancora da vincere: rimuovere i tanti ostacoli che rendono la carriera delle donne una strada tutta in salita e una corsa impari. Che fare secondo lei? Quali strategie adottare?
Ci sono due ambiti su cui lavorare. Attirare sempre più le ragazze alla scienza dando messaggi corretti e positivi. Dire che la scienza non fa per le donne è falso: non ci sono lavori per uomini e lavori per donne. La scienza è per tutti ed è un strumento affascinante che ci permette di affrontare grandi sfide: dal capire come funziona l’universo ai cambiamenti climatici. Inoltre è importante sostenere le donne che hanno intrapreso un’attività nel campo della ricerca scientifica e fornire loro opportunità di sviluppi professionali simili a quelle dei loro colleghi uomini.

Come?
Per esempio creando infrastrutture, come gli asili nido, che consentano una vita equilibrata fra lavoro e famiglia. Ma non solo. È fondamentale il monitoraggio delle carriere in modo che a parità di lavoro ci sia parità di stipendio e che pregiudizi inconsci non abbiano impatto sull’avanzamento di carriera. A tal proposito è importante che le donne siano presenti nei comitati di selezione e promozione. Al Cern abbiamo lavorato molto su questo fronte. Attualmente le donne sono il 20% del personale scientifico, ma quando sono arrivata io come giovane post-doc nel 1995 eravamo solo l’8%. Abbiamo fatto dunque molti passi avanti e continuiamo a svolgere la nostra missione scientifica in modo cooperativo e rispettoso, garantendo un ambiente inclusivo in tutti i sensi, indipendentemente dal genere e dalla provenienza indicata sul passaporto, e contrastando qualsiasi discriminazione.

Oggi lei è un modello per le giovani scienziate. Quali sono stati i suoi modelli?
Molti. Uno è stato il mio professore di matematica e fisica del liceo. Io ho frequentato il liceo classico. Lui è riuscito a farmi capire quanto bella fosse la fisica: uno strumento per rispondere alle tante domande che mi ponevo, sull’universo ma non solo. Quando avevo 17 anni, poi, ho letto una biografia di Marie Curie che mi ha ispirato e aperto nuovi orizzonti. E poi non posso non citare i grandi italiani, da Enrico Fermi a Bruno Pontecorvo e a Edoardo Amaldi.

Si denuncia spesso il fatto che in Italia la ricerca scientifica sia sottovalutata quale risorsa strategica per la crescita e lo sviluppo del Paese. Che cosa ne pensa?
La pandemia ha messo in evidenza che la società non può fare a meno della scienza. Ma è fondamentale che, superata questa crisi, la scienza non venga relegata in fondo al cassetto per essere tirata fuori alla prossima crisi. Credo che non solo l’Italia ma tutti i Paesi debbano investire di più nella ricerca scientifica, che significa creare infrastrutture di avanguardia e opportunità di lavoro per i giovani. In Italia, per esempio, la formazione universitaria in fisica è ottima, ma per trattenere il capitale umano di eccellenza che formiamo servono posti e infrastrutture.

A proposito di scienza e emergenza Covid, non sempre la comunicazione della scienza è stata all’altezza della situazione.
Noi scienziati dobbiamo imparare a comunicare meglio: in modo chiaro e trasparente, spiegando i limiti delle nostre conoscenze. Dobbiamo spiegare che cosa vuol dire studiare un fenomeno, il metodo che utilizziamo e i suoi limiti e dobbiamo dire che, come scienziati, non siamo detentori di una verità infusa. Dobbiamo imparare a spiegare cosa sappiamo, ma anche cosa non sappiamo, e cosa pensiamo di fare per saperne di più.