Il Piano Amaldi: rilanciare la ricerca pubblica dopo la pandemia

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Non avrei mai detto che un giorno avrei intervistato il mio libro di fisica delle superiori. Perché Ugo Amaldi, nella mia esperienza da liceale, è stato proprio quello: il nome in stampatello bianco su fondo rosso che fissavo sulla copertina del volume quando speravo nell’illuminazione divina durante le interrogazioni di fisica. Un nome celebre, sì, ma dematerializzato, a cui non associavo un volto né tanto meno una persona in carne e ossa. Era “l’Amaldi”, punto e basta. E invece, a distanza di anni, la sorpresa è arrivata dalla Svizzera via Skype: Ugo Amaldi è reale, esiste davvero. È uno scienziato di fama internazionale che nel proprio Dna può vantare i geni dell’omonimo nonno, matematico socio dell’Accademia dei Lincei e collaboratore di Tullio Levi-Civita, e del padre Edoardo, fisico, uno dei celebri “ragazzi di via Panisperna” che negli anni Trenta fecero di Roma uno dei centri più avanzati nel campo della fisica nucleare. Buon sangue non mente e così l’erede Ugo Amaldi, classe 1934, ha dedicato metà della sua vita alla ricerca di base in fisica delle particelle al Cern di Ginevra e l’altra metà alla ricerca applicata all’uso delle nuove radiazioni per la cura dei tumori, in particolare con la creazione del Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica di Pavia (Cnao). Oggi, Ugo Amaldi è presidente emerito della Fondazione Tera per l’adroterapia oncologica e, a dispetto della prestigiosa carriera, non se ne resta comodamente seduto su una terrazza a sorseggiare té mentre la ricerca italiana annaspa. Ha invece deciso di provare a riacciuffarla per i capelli tuffandosi nel mare agitato dei social e della politica.
Lo ha fatto con una proposta che su Twitter è stata subito ribattezzata #PianoAmaldi, grazie alla felice intuizione del fisico Federico Ronchetti dei Laboratori di Frascati dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). Con il passare delle settimane, l’hashtag ha alimentato un vivace dibattito nel mondo accademico e non solo. Lo ha citato più volte Luciano Maiani, ex presidente dell’Infn, del Cnr e direttore generale del Cern di Ginevra negli anni cruciali della costruzione dell’acceleratore di particelle Lhc. Lo ha caldeggiato Angela Bracco, presidente della Società di fisica italiana (Sif). Lo hanno sostenuto migliaia di ricercatori e cittadini che hanno sottoscritto una petizione online rivolta al premier Conte nei giorni cruciali del dibattito sul Recovery Fund. Anche il Ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi ha espresso apertamente il suo sostegno, dichiarando che “il professor Amaldi ha ragione: bisogna dare più soldi alla ricerca pubblica”. Perché in fin dei conti, proprio di questo si tratta: mettere più “benzina” nel motore della ricerca pubblica italiana, lasciata a secco da anni di tagli, perché possa recuperare il ritardo accumulato rispetto agli altri Paesi europei. Amaldi ha le idee chiare: “Nei prossimi sei anni vanno aumentati drasticamente i fondi per la ricerca pubblica, in modo da raggiungere nel 2026 una spesa pari all’1,1% del Pil, mentre oggi siamo fermi allo 0,5%. Per centrare questo obiettivo – sostiene il fisico – la mano pubblica dovrebbe aggiungere al bilancio dell’anno prossimo 1,5 miliardi di euro, di cui 1 miliardo per la ricerca di base e 0,5 miliardi per quella applicata, e poi aumentare l’investimento del 14% all’anno per cinque anni”. Le ragioni sono illustrate in un documento disponibile online, “Pandemia e resilienza: persona, comunità e modello di sviluppo dopo la Covid-19”, realizzato dalla Consulta scientifica del Cortile dei Gentili, fondata dal cardinale Gianfranco Ravasi e presieduta da Giuliano Amato. “I soldi investiti in ricerca sono soldi spesi bene, perché i dati ci dicono che ogni ricercatore italiano è in media del 20% più produttivo di un collega tedesco e del 30% rispetto a un francese. Inoltre – afferma Amaldi – è un modo per sostenere le donne, che rappresentano il 47% dei ricercatori pubblici”. A suo avviso, l’aumento dei finanziamenti dovrebbe comunque essere accompagnato da un piano di riforme che includa “un incremento del numero di borse di studio per i dottorati di ricerca oltre che degli organici di atenei ed enti di ricerca, privilegiando i più produttivi secondo il merito”.
Purtroppo da sempre l’Italia investe nella ricerca la metà di quello che investono i Paesi che hanno dimensioni e peso economico simili: “Siamo fermi allo 0,5% del Pil contro lo 0,75% della Francia, mentre Danimarca, Finlandia e Germania spendono in media l’1% – sottolinea Amaldi – La mia proposta è di aumentare i fondi per raggiungere entro tre anni i livelli attuali della Francia ed entro il 2026 quelli attuali della Germania”. Un’utopia per l’Italia, soprattutto ora che è alle prese con Covid-19? Non secondo Amaldi: “Il dopo-pandemia è il tempo opportuno per
cambiare questo stato di cose investendo per il lungo termine una piccolissima frazione dei fondi che saranno spesi per il necessario rilancio a breve termine dell’economia. Il momento è opportuno, anche perché in questi mesi gran parte dell’opinione pubblica ha capito che la ricerca scientifica è essenziale sia per affrontare le crisi del presente sia per preparare il futuro delle nuove generazioni”.

Non crediamo ci possa essere augurio migliore per l’ormai prossimo 2021!