L’impatto distruttivo dell’uomo

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La nostra specie sarebbe responsabile di quasi tutte le estinzioni dei mammiferi degli ultimi 126.000 anni, periodo nel quale è stato riscontrato un aumento del tasso di estinzione 1.600 volte maggiore del livello naturale. Gli scienziati: «Le estinzioni sono esplose nei diversi continenti quando questi sono stati raggiunti per la prima volta dagli esseri umani».

L’impronta ecologica dell’uomo è così profondamente impressa su tutti gli ecosistemi da aver dato origine all’Antropocene, una nuova era geologica. Che la Terra stia vivendo una grave crisi della biodiversità è un fatto ormai accertato, messo nero su bianco anche nel Rapporto Fao 2019 su cibo e agricoltura: «Molte componenti chiave della biodiversità a livello genetico, di specie ed ecosistema sono in declino. Le prove suggeriscono che la percentuale di razze di bestiame a rischio di estinzione è in aumento e che, per alcune colture e in alcune aree, la diversità vegetale sta diminuendo e le minacce crescono».
Difficile negare le responsabilità che abbiamo, praticamente da sempre. Già i nostri antenati preistorici esercitavano un impatto distruttivo sulla biodiversità, addirittura peggiore dei più grandi cambiamenti climatici come, ad esempio, l’ultima era glaciale. Lo dice uno studio – apparso a settembre sulla rivista Science Advances con il titolo “The past and future human impact on mammalian diversity” – secondo cui gli uomini (e non il clima) sarebbero la causa di quasi tutte le estinzioni dei mammiferi degli ultimi 126.000 anni, periodo nel quale è stato riscontrato un aumento del tasso di estinzione di 1.600 volte il livello naturale.
Daniele Silvestro, tra gli autori della ricerca e biologo computazionale esperto di processi stocastici e macroevoluzione all’università svizzera di Friburgo, è molto chiaro: «Non troviamo sostanzialmente alcuna prova di estinzioni causate dal clima negli ultimi 126.000 anni. Scopriamo, invece, che l’impatto umano spiega il 96% di tutte le estinzioni di mammiferi durante quel periodo». Per condurre l’analisi è stato usato un ampio set di dati forniti dalla Zoological Society di Londra, relativi a fossili di 351 specie di mammiferi che si sono estinte dall’inizio del tardo Pleistocene, comprese specie del passato rese famose dal cinema come mammut, tigri dai denti a sciabola e bradipi giganti. Per stimare come sono cambiati i tassi delle loro estinzioni negli ultimi 126.000 anni sono stati applicati i metodi dell’inferenza bayesiana.

L’ipotesi della responsabilità umana nelle estinzioni è stata testata usando metodi predittivi a posteriori che hanno evidenziato con un’accuratezza del 96%, una relazione tra dimensioni della popolazione umana e antiche estinzioni. Per Tobias Andermann dell’università di Göteborg e prima firma dello studio, siamo davanti alla pistola fumante: «Le estinzioni non sono avvenute in modo continuo e a un ritmo costante. Al contrario sono esplose nei diversi continenti quando questi sono stati raggiunti per la prima volta dagli esseri umani».
Le previsioni che hanno preso in esame gli effetti delle condizioni climatiche non hanno fornito risultati altrettanto validi, suggerendo che il clima abbia avuto un impatto trascurabile sulle estinzioni dei mammiferi e che questi, in passato, fossero notevolmente resistenti alle sue fluttuazioni, anche a quelle più estreme. Sono conclusioni nuove e diverse dalle opinioni di altri studiosi che ritengono i cambiamenti climatici la causa principale della maggior parte delle estinzioni preistoriche dei mammiferi. Recentemente la situazione è peggiorata perché, sottolinea Andermann, «la portata delle estinzioni indotte dagli uomini ha raggiunto un nuovo picco e questa volta su scala globale». Anche il clima sembra pesare di più dato che, come aggiunge Silvestro, «gli attuali cambiamenti climatici, insieme alla frammentazione degli habitat, al bracconaggio e ad altre minacce legate alle attività umane, rappresentano un grande rischio per molte specie». Non a caso le simulazioni al computer, condotte dai ricercatori sulla base delle attuali tendenze, prevedono entro il 2100 un’escalation senza precedenti nei tassi di estinzione: sarebbe il valore più alto dalla fine dell’era dei dinosauri e fino a 30 000 volte superiore a quello naturale. Ciononostante, gli autori dello studio ritengono che si possano ancora salvare dall’estinzione centinaia, se non migliaia, di specie a patto di aumentare la consapevolezza collettiva del pericolo incombente sulla biodiversità adottando nel contempo strategie di conservazione più efficaci.