Libri – Fabio Paglieri, “La disinformazione felice”

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Impariamo a cogliere le opportunità informative insite anche nelle peggiori fake news, scegliendo un atteggiamento epistemicamente responsabile che ci faccia crescere e ci renda consapevoli  

Se post-verità (post-truth) è stata secondo l’Oxford English Dictionary la parola dell’anno per il 2016, non è che le cose siano poi cambiate molto negli anni successivi, tra bufale e fake news. E allora diventa fondamentale ragionare sul loro proliferare e sulle loro conseguenze, vere o presunte, senza confondere cause ed effetti. La crescita esponenziale della diffusione di bufale è infatti solo “il sintomo di cambiamenti radicali nei modi e nei contesti in cui tutti noi ci procuriamo informazioni sul mondo, un effetto secondario potenzialmente nefasto (come molti effetti secondari) della nostra nuova ecologia dell’informazione, definita anche e soprattutto dalle tecnologie di comunicazione di massa, Internet in primis”, per usare le parole di Fabio Paglieri. Se così, diventa necessario cambiare approccio e abbracciare una prospettiva di “disinformazione felice” (parafrasando la “decrescita felice” ipotizzata da Serge Latouche), traendo valore e benessere dalla disinformazione stessa, sfruttandone il significativo potenziale positivo, dal momento che è realtà ineludibile, che potrebbe essere eradicata solo a prezzo della libertà.

Che cos’è, dunque, la disinformazione felice? “Non è un appello a incrementare deliberatamente la quota di falsità nell’infosfera, né a sguazzarci dentro senza ritegno o costrutto. Non è neppure un incoraggiamento ad abbassare l’attenzione critica verso la qualità dell’informazione che riceviamo, né ancor meno un invito al laissez-faire nel verificare l’attendibilità di ciò che noi stessi proponiamo e diffondiamo in rete. Non è, infine, un alibi per garantire l’uso inconsapevole di qualsivoglia tecnologia digitale, senza curarsi degli effetti che tale uso può produrre, su noi stessi e sugli altri. La disinformazione felice non è nulla di questo, anzi, è tutto il contrario di questo”.

Le bufale non esistono come oggetti autonomi, emergono dall’interazione fra le nostre pratiche epistemiche, le reti sociali in cui siamo inseriti e i flussi informativi a cui siamo esposti e che noi stessi contribuiamo a generare: riflettere sulle nostre abitudini è dunque il modo migliore (l’unico?) non solo per comprendere il fenomeno della disinformazione, ma anche per porvi rimedio. Il problema siamo noi o, meglio, l’incontro fra le nostre pratiche conoscitive e comunicative tradizionali e un contesto informativo radicalmente mutato e in rapida e costante evoluzione. E non è solo un problema degli “altri”, “quelli stupidi” o comunque li si voglia definire: è invece qualcosa con cui ognuno di noi deve fare i conti, quotidianamente, perché “spesso siamo tutti forzatamente lettori distratti, nel mare magnum dell’informazione contemporanea” e “l’ignoranza individuale è il necessario corollario dell’informazione globale”. I cattivi profeti in rete spesso siamo noi stessi, che invece ci riteniamo vittime.

Concentrarsi quindi su se stessi, affinando le capacità di ragionamento, praticando debunking e fact checking in prima persona, in proprio, senza inutili polemiche, spostando l’attenzione dalla denuncia aggressiva dell’errore altrui (vero o presunto) alla condivisione cooperativa di fonti e informazioni utili, con atteggiamento epistemicamente responsabile che renda produttivo anche l’incontro con le peggiori fake news.

La bufala insomma come opportunità di crescita: una tesi controintuitiva e controcorrente, persino irriverente, sviluppata in un saggio molto colto (la “caccia” alla citazione offre grandi soddisfazioni al lettore), che non vuole raccontare un’utopia ma che forse ci sopravvaluta un poco.

 

Fabio Paglieri

La disinformazione felice

Il Mulino (2020)

pp. 251, € 16,00