I pericoli della corsa al vaccino nazionale

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Aumentano i dubbi degli scienziati su come sta procedendo la ricerca. Troppi chiedono deroghe al metodo
scientifico in nome della velocità. Una modalità che di fatto sta rallentando, e non accelerando, la messa
a punto dell’antidoto. Il rischio è che vada perduta l’idea del diritto alla salute di tutti gli umani, a prescindere dal loro reddito e dal Paese di provenienza

Riuscirà il metodo scientifico, applicato alla ricerca e allo sviluppo dei farmaci, a sopravvivere alla corsa al vaccino contro il Covid-19? Guido Rasi, direttore dell’Agenzia europea del farmaco, è ottimista: le autorità internazionali e nazionali sono in grado di tutelare l’integrità dell’approccio scientifico e, quindi, la sicurezza dei cittadini. Big Pharma, ossia il cartello delle grandi aziende del farmaco, assicura che non cercherà scorciatoie: chiederà l’approvazione per un eventuale vaccino solo quando avrà dimostrato che è assolutamente sicuro. Eppure molti sono preoccupati. I dubbi degli scienziati su come sta procedendo la corsa trovano espressione sulle principali riviste mediche e scientifiche del pianeta. Troppi e in troppi Paesi chiedono deroghe al metodo scientifico in nome della velocità.

Il meno pericoloso è forse il tentativo più plateale. Come riportava qualche settimana fa la Technology Review, la rivista del Massachusetts Institute of Technology, c’è un gruppo di una ventina di persone che ruota intorno al biologo Preston Estep che predica e pratica il do-it-yourself: il fai da te. Per mettere a punto il vaccino e distribuirlo nel modo più rapido possibile, il gruppo ha dato vita al Rapid Deployment Vaccine Collaborative (RaDVaC) che avrebbe già un candidato somministrabile con uno spray nasale senza, in pratica, aver superato alcuna delle tre fasi necessarie per la validazione scientifica di ogni farmaco. L’idea – l’ideologia del gruppo – è che ognuno (ogni adulto) è libero di assumere una sostanza a suo rischio e pericolo. Dunque, la verifica della sicurezza e dell’efficacia può ben essere realizzata ex post.

Ricordiamole, queste fasi. La prima, la fase I, consiste nell’analisi in vitro e su animali per verificare se il farmaco, nel nostro caso il candidato vaccino, non mostri segni evidenti di tossicità e presenti invece qualche segno di efficacia. La seconda, la Fase II, è una prima sperimentazione su persone adulte e sane, con i medesimi obiettivi della prima. C’è, infine, la procedura più complessa, lunga e anche costosa, la Fase III, che consiste nella sperimentazione su alcune decine di migliaia di persone perverificare la presenza di effetti indesiderati rari e/o di lungo periodo. Va da sé che la Fase III richiede molto tempo e può essere accorciata solo ampliando il campione su cui il farmaco (il vaccino, nel nostro caso) viene sperimentato. Se il campione è di “sole” 30 000 persone, la sperimentazione richiede un certo tempo. Se il campione di Fase III viene portato a 300 000 persone, il tempo di sperimentazione diminuisce.

Quali sono i pericoli reali, a parte il gruppo do-ityourself di Preston Estep, della corsa al vaccino? Beh, il primo pericolo è culturale. Da qualche anno, negli Stati Uniti la logica di fare a meno della Fase III per abbattere tempi e costi nell’introduzione sul mercato di un nuovo farmaco si è molto diffusa e coinvolge sia imprese sia medici e scienziati. È una logica che scarica sul paziente (anzi, sul cliente!) la gestione degli effetti indesiderabili e sovverte il metodo scientifico applicato alla medicina. Si tratta di un pericolo reale, anche se non è specifico per il vaccino anti-Covid.

Un secondo pericolo ben più concreto è quello politico. La corsa al vaccino è diventata una competizione geopolitica (improntata sul nazionalismo) prima ancora che economica. Le grandi potenze del pianeta stanno combattendo una nuova guerra fredda proprio nei laboratori dove si cerca lo strumento per battere il coronavirus Sars-CoV-2. I principali protagonisti di questo nazionalismo vaccinale sono la Cina, la Russia e gli Stati Uniti, ciascuna tesa a rafforzare la propria immagine di leader dell’innovazione. L’Europa partecipa, ma un po’ defilata: la bandiera nazionalista dei vari Paesi europei garrisce meno gonfia di vento sovranista. La Cina sta sperimentando, nel momento in cui scriviamo, la metà dei vaccini giunti nella fase finale in tutto il mondo e si accinge a breve a distribuire il vaccino (o i vaccini). Pare proprio che le autorità sanitarie mondiali abbiano già approvato la somministrazione di uno di questi presidi, quello messo a punto dall’équipe militare del generale Wei Chen. La Russia ha annunciato di aver autorizzato la distribuzione al pubblico – per ora delle categorie più a rischio – di un vaccino che, secondo la rivista medica internazionale The Lancet, provoca effettivamente una risposta immunitaria. Ma né i vaccini cinesi né quelli russi – ne sono stati messi a punto due a Mosca – hanno richiesto e, dunque, ottenuto, l’autorizzazione alla somministrazione da parte delle autorità sanitarie internazionali.

 

A questa corsa partecipano anche gruppi di ricerca e imprese degli Stati Uniti, dove l’autorizzazione alla commercializzazione di un farmaco è data da un’agenzia federale, la Food & Drug Administration (F&DA). Il pericolo si pensava potesse essere rappresentato dalle elezioni per la presidenza. Molti temevano – gli ambienti scientifici americani lo dicevano apertamente – che il presidente uscente Donald Trump, accusato di una gestione catastrofica della pandemia, volesse cercare un riscatto d’immagine prima delle elezioni annunciando la messa a punto di un vaccino americano. Non è per fortuna successo. Ma un dato è certo: i tentativi di superare le metodologie scientifiche, che devono avere il carattere non solo della totale trasparenza ma anche dell’internazionalità, sono pesantemente in atto. La ricerca di vaccini nazionali, con il dispiegamento addirittura dei servizi segreti, è già di per sé una violazione della prassi scientifica ormai consolidata. Una violazione ancora più evidente a causa del tentativo di screditare l’organismo internazionale che monitora la distribuzione dei farmaci su scala planetaria: l’Organizzazione Mondiale di Sanità (Oms), che è un’agenzia delle Nazioni Unite da cui gli Stati Uniti di Trump sono usciti, accusandola di essere succube del governo cinese. Al di là delle accuse di Trump, l’erosione della rappresentatività dell’Oms è di fatto l’erosione del carattere internazionale della scienza e, in particolare, della scienza biomedica a vantaggio delle scienze e delle medicine “nazionali”. Un regresso evidente nello sviluppo della scienza, dei suoi metodi e in definitiva anche della sua credibilità.

La corsa nazionale sta avendo degli effetti concreti in termini scientifici e medici: sta rallentando, non accelerando, la messa a punto del vaccino come sostengono diversi scienziati, tra cui l’americano Anthony Fauci. Tra gli effetti di questo rinnovato e, per certi versi, inedito “nazionalismo scientifico” c’è il tema posto con forza anche da papa Francesco I: la possibilità che vada perduta l’idea del diritto alla salute di tutti gli umani, a prescindere dal loro reddito e dal Paese di provenienza. Molti temono ciò che già sta emergendo: che le nazioni più ricche e/o avanzate da un punto di vista scientifico e tecnologico si accaparrino i vaccini a discapito delle popolazioni che abitano nei Paesi meno ricchi e meno scientificamente e tecnologicamente avanzati. Certo, molti Paesi – anche in Europa e compresa l’Italia – assicurano che ciò non avverrà. Che l’accesso al vaccino sarà sulla base del bisogno e non della ricchezza. Ma a tutt’oggi non si comprende bene come le discriminazioni di accesso verranno superate. L’unico progetto veramente globale, la Vaccines Global Access (Covax) Facility che fa capo all’Oms, non sta ricevendo fondi sufficienti dai 170 Paesi che vi hanno aderito e ha ottenuto il rifiuto a partecipare da parte degli Stati Uniti.

Tutto ciò non costituisce solo una decisa picconata ai metodi e ai valori della scienza moderna. È anche una picconata all’antico valore medico, espresso da Ippocrate nel suo giuramento.