In viaggio nelle travel bubbles

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La scorsa estate, in uscita dal periodo più duro di lockdown per pandemia, l’industria del turismo aveva cercato di convivere con il Covid-19,  fra bolle, corridoi preferenziali e “passaporti sanitari”. Ma ora, di fronte alla seconda ondata?

 

Alcuni le chiamano travel bubbles. Altri “corridoi corona” o travel bridges. Etichette differenti per raccontare, in sostanza, la nuova geografia del viaggio in piena emergenza Covid-19. Ma il turismo, voce economica fondamentale di molti Paesi del mondo, deve assolutamente resistere. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il calo del fatturato globale per il 2020 (e sono stime precedenti alla seconda ondata) potrebbe muoversi intorno all’80%, con almeno 100 milioni di posti di lavoro a rischio.

L’unico modo per tornare a muoversi sembrava nei mesi scorsi essere appunto quello delle travel bubbles: accordi fra due o più Paesi che aprono le frontiere ai rispettivi cittadini mantenendo il divieto d’ingresso per quelli di tutti gli altri. Stava accadendo questa estate in particolare in Europa, con il caso emblematico della Grecia, prima a muoversi contro le raccomandazioni della Commissione europea, orientata invece a riaperture uniformi e senza discriminazioni per i Paesi più colpiti, per tutelare quel 10% di Prodotto interno europeo legato all’industria del turismo. Alla fine, non senza difficoltà, l’Unione era riuscita a convincere gran parte dei Paesi nel corso di giugno, sebbene rimanessero diverse condizioni specialmente per italiani, spagnoli e olandesi.
Erano stati invece Estonia, Lettonia e Lituania a spalancare le frontiere fra loro fin dalla metà di maggio, creando una “bolla baltica” poi riassorbita dalle riaperture europee che dal primo luglio si sono allargate anche alle destinazioni extra-Schengen.
L’esordio di un simile sistema era però avvenuto con l’ambizioso accordo fra Australia e Nuova Zelanda, ribattezzato trans-tasman bubble e, ora che la Nuova Zelanda è uno dei Paesi che meglio si è saputo proteggere dalla seconda ondata, potrebbe riproporsi: un accordo “in esclusiva” con i turisti aussie. D’altronde, il turismo genera un quinto del Pil neozelandese, con la metà dei visitatori costituita proprio dai vicini australiani.
La Cina aveva invece avviato dei corridoi sicuri fra la Corea del Sud e dieci regioni, inclusa quella di Shanghai, cui in seguito avrebbero dovuto aggiungersi anche Taiwan, Hong Kong e Macao. Oggi però, almeno dalle immagini e informazioni che ci arrivano, il turismo interno cinese sembra in buona forma e i contagi pochi, per cui forse non ce ne sarà bisogno. I Paesi del Sud-Est asiatico erano stati i primi ad affrontare lo tsunami coronavirus e i primi a uscirne grazie all’efficace mix di tracciamenti, tamponi e isolamenti. Se Hong Kong, Corea del Sud e Taiwan sono interessati anche alla stessa “bolla” dell’Oceania, altri Paesi come Singapore stanno cercando strade simili. Taiwan sta collaborando da mesi con l’università di Stanford per creare un nuovo protocollo di sicurezza per i viaggi: l’obiettivo è individuare il più breve periodo di quarantena accordabile a chi viaggi per lavoro, salvandolo dai 14 giorni standard (in diversi Paesi già ridotti a 10).

L’altra strategia, ben più complicata ma che è apparsa nei mesi scorsi affascinare per un momento perfino alcune regioni italiane, è quella di un “passaporto sanitario”: di fatto un test, effettuato al massimo due o tre giorni prima della partenza, che certifichi la negatività agli anticorpi (in caso di sierologico) o all’infezione (in caso di molecolare). Adesso con i nuovi tamponi veloci (già sperimentati ad esempio per il primo volo italiano Covid-free, sul quale i passeggerei sono saliti solo dopo aver fatto il test veloce e aver avuto il risultato) le cose in questo senso potrebbero diventare più semplici.

Sono comunque soluzioni che lasciano troppe questioni sospese: chi pagherà le eventuali quarantene? E come può essere compatibile una simile strategia con i piani di chi sarebbe partito per un soggiorno magari di pochi giorni? C’è da credere che le assicurazioni private dovranno rivedere a fondo le proprie condizioni e che la nostra idea di turismo sia destinata a cambiare radicalmente e forse per sempre.

Perché la seconda ondata fa paura, i numeri sono quasi ovunque in crescita e già si paventa un nuovo lockdown… mentre Natale si avvicina.