Giacomo Leopardi e le scienze matematiche

Nelle sue opere, il celebre poeta di Recanati si occupa anche di storia naturale, chimica, fisica, astronomia e logica, abbattendo le barriere tra opere scientifiche e letterarie

Il giovane Giacomo Leopardi, studiando nella biblioteca paterna a Recanati, rimane affascinato dai metodi e dai risultati della scienza, tanto che a soli 13 anni scrive le Dissertazioni filosofiche, che includono esposizioni erudite di logica e fisica. A 14 anni, con il fratello Carlo, dà alle stampe il Saggio di chimica e di storia naturale; l’anno dopo termina la stesura della Storia dell’Astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811. A 17 anni scrive il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi.
In queste opere Leopardi si distingue non solo per l’accuratezza e la vastità delle nozioni che espone nel campo delle scienze naturali, ma anche per l’attitudine a ricorrere a esperienze e osservazioni, evitando pregiudizi e considerazioni metafisiche. Fin dalla prima pagina delle Dissertazioni filosofiche, Leopardi afferma polemicamente: «La logica è al presente costretta a soggiacere al tirannico impero della più vile Filosofica ciurmaglia». Poche righe sotto scrive: «Logica significa l’arte del pensare cioè di disporre, e dirigger la mente alla cognizione del vero. Il suo scopo adunque è di conoscer la verità per mezzo delle idèe ben disciplinate, ed insieme di dirigere, ed ammaestrare la mente al già detto fine».
Il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi si apre così: «Il mondo è pieno di errori, e prima cura dell’uomo deve essere quella di conoscere il vero […]. È ben più facile insegnare una verità che stabilirla sopra le rovine di un errore; è ben più facile l’aggiungere che il sostituire».
Passa poi ad analizzare e demolire pregiudizi ed errate interpretazioni: sulla religione, la magia, i sogni, gli astri.
A proposito dell’astrologia scrive: «Per conoscere la vanità di quest’arte convenia aver fatto un gran numero di osservazioni, che il tempo non avea permesso di fare. Quando si potè averle fatte, quando si fu in grado di aver
conosciuto che gli avvenimenti anche più considerabili non corrispondevano in verun modo alle leggi dell’astrologia, e ai moti dei corpi celesti, non era più tempo di spogliare gli astrologi del loro credito, e i popoli dei loro pregiudizi».
Leopardi sottolinea questo concetto anche nella Storia dell’Astronomia, dove scrive: «Il creder possibile le cognizion del futuro serve a pascere la curiosità dell’uomo, e il riputar di conoscerlo in effetto lusinga la sua ambizione. Questa infermità di mente fu ed è tuttora incurabile».
Invece nel seguente passo, tratto anch’esso dalla Storia dell’Astronomia, esamina la possibilità dell’esistenza di altri pianeti abitati: «Qual danno che tanti filosofi occupino la loro mente di dubbi dalla discussione dei quali si avveggono essi stessi di non poter ritrarre il minimo frutto, o dei quali conoscono di non poter mai venire alla decisione […]. Lasciamo l’agitare questa controversia a degli uomini assai folli per spendere le loro ricerche in cosiffatte inutilità, e proseguiamo senza ulteriore interrompimento, il filo della nostra storia».
Nello stesso saggio persino Cartesio viene bacchettato dal giovane Giacomo: «Decartes eccedé ne’ sospetti, cercò una guida, che lo conducesse alla scienze fisiche. E non può essere altrimenti, data la sua ammirazione (quasi venerazione) per Galileo. Ma non nasconde i pericoli nell’uso troppo spinto e acritico dei modelli matematici nello studio della natura.

Questo si evince chiaramente dalle pagine dello Zibaldone dei pensieri, la raccolta di appunti e scritti sparsi che Leopardi compone tra il 1817 e il 1832, dove la seguente considerazione mette in luce la limitatezza dei modelli matematici rispetto alla molteplicità e complessità della realtà (segnaliamo l’uscita a settembre 2025, per i tipi di Quodlibet, di una nuova imperdibile edizione dello Zibaldone curata da due tra i maggiori specialisti dell’opera leopardiana, Franco D’Intino della Sapienza di Roma e Luca Maccioni dell’Università di Verona, con oltre 1000 pagine di apparati e innovativi indici e strumenti di di navigazione per orientarsi nel testo): «Questa pure è una gran fonte di errori ne’ filosofi moderni, i quali assuefatti all’esattezza e precisione matematica, usuale e di moda oggidì, considerano e misurano la natura con queste norme, credono che il sistema della natura debba corrispondere a questi principii; e non credono naturale quello che non è preciso e matematicamente esatto […]. Ma il detto errore è fratello di quello che suppone nelle cose il vero, il bello, il buono, la perfezione assoluta».
In diversi passi dello Zibaldone si coglie un atteggiamento bivalente nei confronti della matematica, come viene espresso nel seguente brano: «Ma io escludo dal bene scrivere i professori di scienze matematiche o fisiche, e di quelle che tengono dell’uno e dell’altro genere insieme, o che all’uno o all’altro s’avvicinano. E di questa sorta di scienze in verità non abbiamo buoni ed eleganti scrittori né antichi né moderni, se non pochissimi. I greci trattavano queste scienze in modo mezzo poetico, perché poco sperimentavano e molto immaginavano. Quindi erano in esse meno lontani dall’eleganza».
Qui Leopardi sembra contraddirsi: come può conciliarsi la mancanza in ogni tempo di buoni scrittori di matematica con l’affermazione che i matematici greci erano poetici? Evidentemente la prima affermazione si riferisce alla matematica fatta di formule, calcoli e misure, mentre la matematica greca è fatta soprattutto di dimostrazioni geometriche svolte con argomentazioni logiche, molto più vicina al significato moderno. E questa matematica
è considerata addirittura «poetica» da Leopardi, che nel seguente passo accomuna grandi letterati e scienziati: «La facoltà inventiva è una delle ordinarie, e principali, e caratteristiche qualità e parti dell’immaginazione. Or questa facoltà appunto è quella che fa i grandi filosofi, e i grandi scopritori delle grandi verità. E si può dire che da una stessa sorgente, da una stessa qualità dell’animo, diversamente applicata, e diversamente modificata e determinata da diverse circostanze e abitudini, vennero i poemi di Omero e di Dante, e i Principii matematici della filosofia naturale di Newton».

Vengono così abbattute tutte le barriere tra opere scientifiche e letterarie. Il senso dell’operazione viene esplicitato da Leopardi con la seguente affermazione, anch’essa tratta dallo Zibaldone: «si esaminassero anche i libri scientifici, di questi ultimi tempi i più famosi, in quanto solamente alla maniera allo stile alla lingua, e a ciò che appartiene insomma alla letteratura […]».
Una bella esortazione a considerare anche le pagine di opere scientifiche dal punto di vista dello stile di scrittura, ovvero come opere letterarie.

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